lunedì 23 maggio 2011

PSICOFARMACI: CONDANNATA LA ELI LILLY

La multinazionale ELI LILLY condannata a pagare 1 miliardo e 42 milioni di dollari per aver commercializzato un farmaco per bambini che induceva i pazienti al suicidio

giovedì 12 maggio 2011

LE VERITA' NON DETTE SULLA "MORTE" DI OSAMA BIN LADEN

di Enrica Perucchietti

Osama bin Laden è morto, conferma Al Qaeda, annunciando vendetta. Contro gli USA, contro il Pakistan, contro l’Occidente.
Job well done, risponde a distanza Obama congratulandosi con i Navy Seals. Bel lavoro.
Mentre la gente torna a riversarsi nelle strade intonando YES WE CAN!
La morte dello sceicco del terrore ha riportato la speranza.
Peccato che sia la nona volta dal 2001 che un Capo di Stato o un alto funzionario governativo ne annunci la morte.



La morte del… giornalismo
Che cosa sappiamo veramente dell’uccisione di Osama?
La notizia è stata diffusa in modo lapidario insieme a una vecchia foto ritoccata che ritraeva la salma sfigurata del terrorista.
Nel giro di poche ore si sono avvicendate versioni contrastanti dell’accaduto. Si è detto tutto e il contrario di tutto. Senza smentite ufficiali. Si è lasciato che il mondo divorasse i dettagli più fantasiosi di un’operazione dei Navy Seals lasciando che il verosimile venisse travolto e fagocitato da un mucchio di fandonie. E ci sono cascati tutti in un modo o nell’altro, conficcando ciascuno il proprio chiodo nella bara del giornalismo. Il verosimile che una volta si cercava di far ingerire a forza alla popolazione è stato sostituito con l’inverosimile – come ha ben fatto notare Giulietto Chiesa – dando adito a ricostruzioni variopinte. Dimostrando il carattere virtuale dell’intero sistema mediatico.
In realtà, come ha scritto Robert Fisk, il corrispondente del quotidiano britannico The Independent in Medio Oriente, «è che ci siamo persi da molto tempo nel cimitero degli imperi e abbiamo trasformato la caccia a un ormai irrilevante inventore del jihad globale in una guerra contro decine di miliardi di taliban, ai quali interessa poco Al Qaeda, ma che non vedono l’ora di cacciare gli eserciti occidentali dal loro Paese».



Il blitz
Quali sono state le modalità del raid?
Osama ha opposto resistenza alla cattura, ha fatto fuoco e ha usato come scudo umano la giovane moglie 29enne.
No, Osama dormiva ed è stato sorpreso nel sonno.
No, era già morto da due giorni secondo il suo medico personale.
No, è ancora vivo secondo un’intercettazione pubblicata da un quotidiano egiziano.
Questo balletto di contraddizioni non sono ipotesi sparate a caso dai giornalisti, che ormai si bevono tutto ciò che l’ANSA o le autorità propina loro – pace pure all’anima della coscienza critica! – ma le molteplici versioni ufficiali che hanno accompagnato in questi giorni la notizia della morte del nemico numero uno degli USA. Il ricercato numero uno per la CIA ma non il most wanted per l’FBI che non ha mai potuto ufficialmente legare il suo nome all’Attacco alle Torri Gemelle e che lo aveva inserito tra i nominativi dei ricercati per solo l’attentato del 1998.
Alcuni giornalisti sono arrivati a scrivere che le informazioni sul luogo in cui si trovava Bin Laden proverrebbero da alcuni prigionieri di Guantanamo! Perché, i carcerati sepolti a Guantanamo Bay da ormai dieci anni hanno il telefono? O comunicano con i militanti in Medio Oriente tramite pizzini?
E come avrebbero fatto le autorità a entrare in possesso di queste notizie? Ovviamente grazie a una particolare opera di convincimento. Nessuno patteggiamento o benefit, s’intenda. Sarebbe stata usata invece la cara vecchia tecnica della tortura per estorcere loro le informazioni, ma a fin di bene… La Chiesa insegna che gli strumenti da Inquisizione possono rivelarsi convincenti anche con i tipi più ostinati…
Forse presto ci verranno anche a dire che Obama ha fatto bene a non chiudere Guantanamo Bay e che in fin dei conti la tortura può essere un ottimo strumento per l’interrogatorio degli elementi più “difficili”. Ma se a dirlo è un Nobel per la Pace alle prese con tre conflitti e che si augura che anche il «cappio intorno al collo di Gheddafi si sta stringendo», forse dovremmo credergli, almeno in virtù del suo animo giainista che si nutre di pace e nonviolenza…
Le modalità effettive del blitz, in ogni caso, non le sapremo mai. Magari finiranno per farci vedere il filmato dell’esecuzione – su imposizione dell’ONU – ma chissà che cosa ci propineranno veramente. Una ricostruzione in digitale? L’omicidio di uno dei sosia? Lo sbarco sulla Luna? L’ultimo film di James Cameron?
Chissà.
Per ora abbiamo dei filmini amatoriali casalinghi dove possiamo distinguere un vecchio che potrebbe essere mio nonno con una copertina di lana sulle spalle. Le fotografie e i filmati successivi al 2002 che ritraevano Bin Laden erano già passati al vaglio degli esperti di computer grafica e morphing che avevano dimostrato come l’uomo che ci volevano far credere fosse ancora Osama non era affatto lui. Qualcuno di molto simile, certo, ma sarebbe bastato un novello Lombroso per scoprirli: naso e tratti del viso troppo diversi per coincidere. Forse avevano fatto ricorso semplicemente a un sosia, come ci ha abituato anni or sono il vecchio Saddam.
Già.
Il famigerato Saddam Hussein, così come i peggiori criminali nazisti, è stato catturato e seppur in modo diverso da Norimberga, sottoposto a processo e poi giustiziato. Per Osama non abbiamo avuto questa premura.
Perché tale scortesia?

Osama preparava un nuovo 11 settembre
A quattro giorni di distanza dal raid ci è stato detto che la CIA controllava da quasi un anno la famiglia di Osama che viveva nel villaggio vicino alla città di Haripur, a qualche decina di chilometri da Islamabad, dal lontano 2003. Poi sette mesi di intercettazioni e pedinamenti per convincersi che nella villetta si stava nascondendo il vero Osama. Dai documenti sequestrati emergerebbe che nonostante l’isolamento forzato e la malattia, Bin Laden era in contatto con importanti figure di Al Qaeda e sarebbe stato in grado di pianificare i futuri attacchi contro obiettivi americani dal suo nascondiglio in Pakistan. Non avrebbe mai smesso di cospirare nel periodo di cattività. Tra i 2,7 terabite di dati nascosti ci sarebbero anche i video inediti che ora ci mostrano con il contagocce.
Questa volta l’obiettivo sarebbero state le ferrovie, ma non è chiaro di quale o quali città, il piano era ancora embrionale.
Bin Laden progettava un attentato nel giorno dell’anniversario dell’11 settembre. O forse il giorno di Natale. O Capodanno. O meglio ancora il 4 luglio. La data non era ancora chiara. Ma fidatevi! ci stava lavorando sodo dallo scorso anno…
Certo che 2,7 terabite di dati nascosti in un villino senza sorveglianza abitato da donne e bambini, non sembra strano? Otto anni nello stesso luogo senza mai destare i dubbi del vicinato.
E ci vogliono far credere che quel vecchio con la copertina di lana sulle spalle avrebbe avuto “il pieno controllo strategico e operativo” dell’intera organizzazione terroristica di Al Qaeda e che quel buco dove era nascosto sarebbe stato “il centro del comando attivo” delle operazioni?
Mi risulta facile crederlo come ai prigionieri di Guantanamo che comunicano con l’esterno. Le opzioni sono due. O la prigione di massima sicurezza è una groviera - e Obama farebbe allora meglio a chiuderla - e dall’altra il compound di Abbotabad era il centro criminale di Al Qaeda, oppure sono entrambe due clamorose menzogne e, o Osama era già morto da tempo, e lì ci abitava qualcun altro, oppure era davvero lui ma aveva scarso potere all’interno dell’organizzazione.
Ovvio che la scomparsa del cadavere sepolto in mare non può facilitare la ricerca della verità.
Non possono poi lamentarsi i giornalisti con pedigree o i politici che non sanno neanche dell’esistenza di un Lukashenko, che i complottisti si stiano scatenando in questi giorni, essendo deliberatamente andate distrutte le uniche prove che Bin Laden sia stato davvero ucciso il 1 maggio 2011 in Pakistan.
Dopo 7 mesi di appostamenti, indagini e intercettazioni, solo ora la CIA si è decisa a penetrare nel villino per uccidere Bin Laden. Perché?
Perché il medico di famiglia aveva decretato il decesso due giorni prima, come continua a sostenere?
O perché questa data torna utile a qualcuno?
Ci sono voluti quasi dieci anni per catturare Osama.
Perché lo spettro che ha terrorizzato mezzo mondo è stato catturato e ucciso davanti agli occhi della figlia dodicenne proprio ora?
Forse perchè i tempi della campagna militare in Libia si stanno allungando e dall’altra si sta cercando di decidere come affrontare militarmente l’emergenza Siria?
L’uccisione di Bin Laden – vera o falsa che sia – è un modo per spostare l’attenzione da un fallimento – la Libia – a un successo – la cattura di Osama?
Cui prodest?
Forse al Presidente Obama che ha annunciato ufficialmente la sua ricandidatura alle presidenziali del 2012 e che proprio la settimana prima della cattura del ricercato numero uno era stato costretto a rendere pubblico il suo certificato di nascita dopo quasi tre anni di battaglie legali per impedirne la pubblicazione, a causa dell’insistenza del repubblicano Donald Trump?
Coincidenze?


Obama vola nei sondaggi
Una panacea per Obama che vola nei sondaggi guadagnando nove punti percentuali di distacco dai suoi avversari che non riescono a raggranellare più del 20% dei consensi.
Mentre la gente torna a intonare il mantra che ci aveva perseguitato dal 2008, YES WE CAN!
Con la cattura del numero uno di Al Qaeda - ma poi, il nuovo leader di Al Qaeda non era diventato il cofondatore di Al Qaeda, l’ex medico egiziano, Ayman Al Zawahiri? – la frustrazione popolare per le promesse disattese dell’amministrazione Obama è sfumata lasciando spazio all’esaltazione mistica del ritrovato Messia delle masse.
Ecco in mondovisione il Nostro Premio Nobel per la Pace che si congratula con i suoi per aver tagliato la testa al Mostro. Poco importa se la violenza si è consumata davanti alla figlia dodicenne di costui. Poco importa se era possibile magari catturarlo e processarlo invece di ucciderlo. L’importante è che il corpo sia stato seppellito secondo il rituale islamico. E che sia sparito in mare. In modo da mettere la parola fine alla vicenda.
Per un figlio, Osama è ancora vivo
Ma sulla vicenda c’è anche molto da dire, con o senza cadavere. Con o senza prova del DNA. Con o senza foto ritoccate.
Uno dei figli di Osama Bin Laden sostiene che il leader di Al Qaeda è "ancora vivo". A rivelarlo il giornale egiziano al-Wafd citando fonti della famiglia di Bin Laden.
Martedì mattina "Samy bin Laden", figlio di Osama, avrebbe telefonato a "due fratelli" dello sceicco del terrore, "Khalid e Abdelaziz" assicurando agli zii "che il loro fratello è ancora vivo e sta bene e che quello che sostengono i Media è falso".


L’uomo che morì nove volte
Poi ci sono le versioni più o meno attendibili di premier, servizi segreti, informatori, giornalisti freelance che rivelano un’altra verità.
A partire dalla FOX che il 26 dicembre 2001 aveva rivelato che secondo i talebani afghani Bin Laden era morto all’inizio del mese ed era stato sepolto in una tomba senza alcun contrassegno come prescritto dalla pratica dei sunniti wahabiti.
Il 17 luglio 2002, Dale Watson, all’epoca capo dell’antiterrorismo dell’Fbi, aveva rivelato nel corso di una conferenza dei funzionari incaricati dell’applicazione della legge: «Io penso personalmente che Bin Laden non sia più con noi», prima di aggiungere con cautela: «Non ho però alcuna prova per supportare questa mia affermazione». Lasciando però trapelare che forse qualche prova ce l’aveva eccome.
Nell’ottobre 2002 il presidente afghano Hamid Karzai dichiarò alla CNN: «Giungerei a credere che Bin Laden probabilmente sia morto».
Nel novembre 2005 il senatore Harry Reid ha rivelato che gli era stato detto che Bin Laden poteva essere deceduto nel corso del terremoto in Pakistan nell’ottobre dello stesso anno.
Nel settembre 2006 i Servizi Segreti francesi fecero trapelare un rapporto che suggeriva che Bin Laden fosse stato ucciso in Pakistan. Il 2 novembre 2007, l’ex primo ministro pachistano, Benazir Bhutto, dichiarò all’inviato di Al-Jazeera, David Frost, che Omar Sheikh aveva giustiziato Osama Bin Laden, come vedremo più approfonditamente tra poco.
Infine, nel maggio 2009 il Presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari, ha confermato che le sue «controparti nelle agenzie dei servizi segreti americani» non erano venute a sapere più nulla su Bin Laden negli ultimi sette anni, aggiungendo: «Non penso che sia vivo». Mentre, secondo la nuova versione “ufficiale” americana, Bin Laden avrebbe trovato rifugio proprio in terra pakistana…


Per i Servizi Segreti francesi Al Qaeda non esiste
I Servizi Segreti Francesi sostengono dal 2010 che Al Qaeda non esiste più dal 2002. Lo aveva dichiarato il capo dei Servizi Segreti francesi al Senato della Repubblica francese, il 29 gennaio 2010.
Un anno e mezzo fa Allain Chouet, già capo della DGSE (Direction Générale de la Sécurité Extérieure, il controspionaggio francese) sostenne: «Come molti miei colleghi professionisti nel mondo, ritengo, sulla base di informazioni serie e verificate, che Al Qaeda sia morta sul piano operativo nelle tane di Tora Bora nel 2002 […] Sui circa 400 membri attivi dell’organizzazione che esisteva nel 2001, meno di una cinquantina di seconde scelte (a parte Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri che non hanno alcuna attitudine sul piano operativo) sono riusciti a scampare e a scomparire in zone remote, vivendo in condizioni precarie, e disponendo di mezzi di comunicazione rustici o incerti». E ha concluso: «Non è con tale dispositivo che si può animare una rete coordinata di violenza politica su scala planetaria. Del resto appare chiaramente che nessuno dei terroristi autori degli attentati post 11 settembre (Londra, Madrid, Sharm el-Sheik, Bali, Casablanca, Bombay, eccetera) ha avuto contatti con l’organizzazione». Il colpo di coda è stata l’accusa diretta ai Media di fomentare l’odio verso i musulmani: «a forza d’invocarla di continuo, certi Media o presunti ‘esperti’ di qua e di là dell’Atlantico, hanno finito non già per resuscitarla, ma di trasformarla come quell’Amedeo del commediografo Eugene Ionesco, quel morto il cui cadavere continua a crescere e a occultare la realtà, e di cui non si sa come sbarazzarsi».
Le accuse di Chouet alla mancanza di eticità professionale dei Media non sono da commentare. Sono sotto gli occhi di tutti. Ma se a svelare i meccanismi a cui siamo sottoposti quotidianamente è il Capo dei Servizi Segreti, magari il biasimo potrebbe far riflettere alcuni giornalisti e portare a un ripensamento del proprio servile operato.
In questo senso Al Qaeda appare sempre più come lo spauracchio evocato da Governi o giornalisti quando occorre per giustificare una “guerra infinita” in Medio Oriente che è costata agli USA 2 mila miliardi di dollari ma che è sempre più necessaria per accaparrarsi le risorse energetico petrolifere del Nord Africa, cercando di battere sul tempo la Cina.
E il prossimo passo, sarà la Siria.


Una mossa propagandistica
Il modo di sbarazzarsi mediaticamente dello spettro dello sceicco più ricercato al mondo l’ha trovato invece Obama, un modo per risalire nei sondaggi e per allontanare i problemi del conflitto in Libia. Il momento non poteva essere migliore. La sua campagna elettorale inizierà sull’eco dell’acclamazione pubblica per la morte di Bin Laden.
A pensarla così il Capo dei Servizi Segreti Iraniani che ha dichiarato pubblicamente che il blitz dei Navy Seals sarebbe solo una montatura elettorale per far risalire il Presidente USA nei sondaggi, perché Bin Laden sarebbe morto da tempo, e nell’ambiente Medio ed Estremo Orientale la cosa sarebbe risaputa.
Politicamente Obama non avrebbe infatti potuto far meglio. Sebbene tutte le promesse della scorsa campagna elettorale siano state disattese, punto per punto, come spiego nel mio saggio, L’altra faccia di Obama, edito in Italia da Infinito Edizioni. Dopotutto Obama è il prodotto delle lobbies di Wall Street e la sua immagine di Messia multirazziale è il frutto di una magistrale operazione di marketing.
A distanza di soli tre anni la percezione che il mondo ha di Barack Obama è cambiata. Il suo modo di esprimersi gentile, pacato, cantilenante, è rimasto intatto, così come il suo carisma che ha ammaliato milioni di persone in tutto il mondo. Ci aspettiamo grande sfoggio della sua abilità oratoria anche nella prossima campagna elettorale, che, anche se non formalmente, è già iniziata.
Ma allora come adesso, dietro le promesse si è insinuata l’ombra del vecchio. Dell’establishment che non ha colore politico, che raccoglie i soliti volti di democratici e repubblicani: la Casta americana. Dietro i corposi finanziamenti della più dispendiosa campagna presidenziale della storia, si celano infatti gli assegni delle lobby. Gli speculatori di Wall Street. Le grandi Banche, che avrebbero goduto del salvataggio statale a scapito dei contribuenti. Le multinazionali del petrolio, degli OGM, della Difesa. Le Compagnie di Assicurazione.
Molti si sono accorti che il cambiamento prospettato nella passata campagna elettorale stenta a concretizzarsi, nonostante l’insediamento della nuova amministrazione democratica. Dopo un decennio di Governo Bush le aspettative dell’elettorato erano troppo alte e la pazienza esaurita, oppure il nuovo Presidente ha davvero tradito le promesse di cambiamento? Questa meteora del firmamento americano ha folgorato senza mezze misure milioni di persone dagli usa all’Europa, senza che queste potessero avere tempo e modo di domandarsi chi fosse realmente il Senatore dell’Illinois con un programma politico assolutamente elementare ma “accattivante” che della speranza e del cambiamento ha fatto il suo mantra e il suo cavallo di battaglia. Che ora sembra sempre più in continuità con il Governo Bush.
Peccato che al culmine della crisi finanziaria Obama si è schierato dalla parte delle Grandi Banche e delle lobby di Wall Street a scapito della classe media spazzata via dalla bolla finanziaria.
Perché ha fatto inoltre marcia indietro sulla rivoluzione verde?
Perché ha trascinato il Paese in un terzo conflitto e non ha apportato modifiche al Patriot Act per tutelare la privacy dei cittadini?
Sul fronte guerra e sicurezza, non sarà certo la morte presunta o tale dello sceicco a riportare pace nelle case americane. Anzi. Le minacce di nuovi attentati per vendicare la morte di quello che i fanatici consideravano un “santo” si moltiplicano. Così come si affaccia la possibilità di futuri attentati messi in atto da individui isolati e non da organizzate cellule terroristiche.
Ma l’eliminazione fisica del ricercato numero renderà sicuramente più dolci i sonni di molte famiglie americane. E’ come se il padre di famiglia abbia scacciato il Babau che si nascondeva sotto il letto per rassicurare la figlioletta di poter dormire sonni tranquilli. Ma, come insegnava Dino Buzzati, e come insegna la storia, non è propriamente l’Uomo Nero delle fiabe e degli incubi dei bambini il vero pericolo…


La verità di Benazir Bhutto
Per Barack Obama Bin Laden sarebbe morto il 1 maggio 2011. Per il medico personale di Osama il decesso sarebbe avvenuto due giorni prima. Per uno dei figli di Osama sarebbe ancora vivo.
Secondo quanto dichiarato alla BBC da Benazir Bhutto, lo sceicco del terrore sarebbe morto invece almeno quattro anni or sono. (http://www.lettera43.it/video/14673/bin-laden-e-morto-ma-era-il-2007.htm).
La prima premier donna pakistana, morta in un terribile attentato il 27 dicembre 2007 ebbe infatti il coraggio o forse la sfrontatezza di dichiarare in un’intervista televisiva condotta da David Frost che Osama Bin Laden era stato ucciso da Omar Sheik. L’intervista, visibile su internet, è andata in onda il 2 novembre 2007. Al centro del confronto con Frost i motivi e i probabili responsabili del fallito attentato alla Bhutto che era avvenuto pochi giorni prima, il 18 ottobre. Nel denunciare i responsabili del terrorismo in Pakistan, il premier dopo appena 5’30’’ di intervista nomina Omar Sheik, ex collaboratore dell’ISI, il servizio segreto pakistano, aggiungendo per descriverlo, «the man who murdered Osama Bin Laden», l’uomo che ha assassinato Osama Bin Laden. Rullo di tamburi. Benazir Bhutto si lancia in una dichiarazione del genere e David Frost, reso celebre dalla sua intervista fiume a Richard Nixon in merito allo scandalo Watergate, con 40 anni di esperienza alle spalle… non dice niente. Neanche un aggrottare di sopracciglio. Nulla. Lascia continuare la premier senza interromperla e continua incurante della rivelazione del secolo. Se fosse stato un errore (la Bhutto avrebbe nominato Osama bin Laden intendendo però riferirsi a un’altra vittima di Sheik, il giornalista David Pearl) come hanno cercato di farlo passare dalla redazione dell’emittente televisiva, avrebbe dovuto almeno interromperla con garbo abbozzando una battuta o qualcosa di simile. Invece il nulla. E poi Benazir parla con calma e cita i nomi con precisione. Non sembra che possa trattarsi di un lapsus. Inoltre l’Omar Sheik indicato dalla Bhutto è lo stesso che secondo la versione ufficiale USA avrebbe consegnato 100mila dollari a Mohammed Atta qualche giorno prima dell’11 settembre.
Forse le prove disseminate ovunque che dietro l’attentato ci sia un’altra verità diversa da quella che Bush e il Pentagono ci hanno voluto propinare è proprio qua. Davanti a noi. E la Bhutto sembrava conoscerla bene.
Era il 2 novembre. Un mese e mezzo dopo Benazir Bhutto moriva in un attacco suicida a Rawalpindi, a circa 30 km da Islamabad. Vicino al luogo dove, secondo le fonti USA, Osama avrebbe vissuto dal 2003. Ma Al Qaeda, accusata di aver organizzato l’attentato, negò con risolutezza il suo coinvolgimento, nonostante un’intercettazione telefonica del leader dei talebani Baitullah Mehsud con gli uomini che avrebbero pianificato l’omicidio. Possibile che Mehsud fosse così ingenuo da congratularsi al telefono con Maulvi Sahib per quello che definisce soltanto “l’assassinio della donna”, senza fare il nome della Bhutto ma dichiarando: «È stata una prova formidabile. Sono stati veramente dei bravi ragazzi quelli che l’hanno uccisa», riferendosi a tali Ikramullah e Bilal. Dei militanti così inesperti da parlare dei dettagli di un attentato con tanto di nomi al telefono non potrebbero andare molto lontano, e con essi l’intera organizzazione terroristica. Che invece ci vogliono far credere esista ancora e tenga in scacco il mondo intero.
Il Presidente Musharraf, indicato invece come il mandante dell’omicidio dal marito della Bhutto, si è visto costretto a dimettersi in diretta nazionale il successivo 28 agosto 2008. Ma qualcosa deve saperlo anche lui dato che a quel tempo Sheik lavorava per i servizi segreti pakistani e soltanto l’anno prima, nel 2006, nelle sue Memorie, Musharraf aveva ammesso di sospettare che Omar Sheik avesse lavorato per i Servizi Segreti Britannici, MI 6. Il che ci condurrebbe verso un’altra pista, molto più inquietante, dietro la strage delle Torri Gemelle. Gran Bretagna e USA. Avvalorata dalle cariche di esplosivi piazzati in vari piani dei grattacieli le cui tracce sarebbero state viste e udite da numerosi testimoni.
Forse è l’ora di riscrivere la storia.
Non per revisionismo.
Non per la solita controinformazione.
Ma per la verità.
Per rispetto alle famiglie delle vittime.
Per rispetto all’intelligenza di tutti noi.
Per il nostro futuro.


Malato sì, malato no
A giudicare dai farmaci trovati nella sua abitazione ad Abbotabad, non sembra che Osama Bin Laden fosse gravemente malato, come invece era noto da tempo. Nel 2001, proprio alla vigilia degli attentati, era stato ricoverato in una clinica in Pakistan per farsi curare ed era stato sottoposto a dialisi. A riferirlo era stata nel 2002 la CBS citando fonti dell’intelligence pakistana secondo le quali il leader di Al Qaeda si sarebbe trovato nell’ospedale militare di Rawalpindi la notte tra il 10 e l’11 settembre 2001. Mentre il Presidente Musharraf si sarebbe detto convinto della morte di Bin Laden per problemi renali. Lo sceicco del terrore sarebbe morto perché, costretto alla fuga dopo l’attacco al World Trade Center, non sarebbe stato più in grado di sottoporsi a dialisi.
Dal momento del ricovero sembra infatti che non avesse potuto più fare a meno dei macchinari per la dialisi, di cui, però, non c’è traccia nel compound ad Abbotabad. Dalla ricostruzione dei Navy Seals e dalle poche medicine trovate poteva al massimo avere problemi di stomaco, forse ulcera e pressione alta, ma niente di cronico o di preoccupante. Il che contrasta con le informazione che avevamo certe su Bin Laden.
Un’altra ombra sulle operazioni USA che ripropone il dubbio su chi ci fosse realmente in quel villino…
Vi viveva davvero Osama Bin Laden con la famiglia, oppure un sosia, o ancora, non essendo mai uscito e non essendo mai stato visto da nessuno nel luogo, in quel compound abitava una famiglia che doveva “sostituire” il reale Osama, morto invece da almeno quattro anni, come alcune fonti autorevoli suggeriscono da tempo?


Obama got Osama
Ricapitolando: secondo il premier pakistano Benazir Bhutto Bin Laden sarebbe stato ucciso prima del 2007 da Omar Sheik, già autore dell’omicidio del giornalista David Pearl.
Per l’ex Presidente pakistano Musharraf, invece, Osama, già gravemente malato ai reni, sarebbe morto nel 2002 perché costretto alla fuga dopo l’attacco dell’11 settembre e impossibilitato quindi alla dialisi. Versione simile a quella di Allain Chouet e del Capo dei Servizi Segreti Iraniani, secondo i quali i componenti di Al Qaeda sarebbero morti nelle tane di Tora Bora.
La versione USA – con tutte le sue contraddizioni e in tutte le sue molteplici e variopinte versioni - la conosciamo molto bene. Manca comunque il corpo che è stato gettato in mare.
Per credere che sia stato ucciso dai Navy Seals il 1 maggio 2011 bisogna fare un atto di fede esattamente come per credere alla defunta Benazir Bhutto o a Musharraf. Non vedo perché le loro versioni valgano meno di quella di Obama. Non si può certo credere che la parola di un Presidente americano sia necessariamente vera: l’abbiamo notato con tutte le menzogne di George W. Bush. E anche Obama ci ha raccontato un sacco di bugie, a partire da tutte le promesse elettorali che sono state puntualmente disattese. E guarda caso, ora che si prepara la sua ricandidatura per le elezioni presidenziali USA del 2012, la notizia della cattura e dell’uccisione del nemico numero uno ha riportato speranza nell’elettorato deluso. Tanto da aver visto non solo gente in tripudio intonare di nuovo YES WE CAN! ma addirittura la diffusione di gadget con la scritta OBAMA GOT OSAMA, per celebrare l’uccisione del Mostro.

Dunque, che cosa credere?
Né gli Stati Uniti, né il mondo, saranno più sicuri con la morte di Bin Laden. Egli era il fondatore di Al Qaeda ma da tempo non ne era più il capo. Era diventato semmai il simbolo del jihad globale per centinaia, migliaia di militanti. Pensare che dallo scalcinato compound in Pakistan detenesse il controllo della rete terroristica è ridicolo. Gli USA stanno aumentando il livello di allerta e stanno spingendo tutte le loro ambasciate nel mondo affinché prendano le dovute precauzioni contro eventuali nuovi attacchi.
Penso che l’importante sia non credere aprioristicamente a niente e a nessuno ma formarsi la propria opinione sentendo le diverse fonti e passandole al vaglio della propria coscienza. Per questo non vi chiedo di “credere” nemmeno a me. Vi suggerisco di leggere, ascoltare, e interrogarvi. Non escludete nulla a priori perché sembra pazzesco.
Perché, come ricordava Karl Popper, «il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza».

mercoledì 20 aprile 2011

SE L'ARCA DELL'ALLEANZA FOSSE IL GRAAL. LA STORIA DI RON WYATT

di Enrica Perucchietti

La “chiamata”
Poche persone hanno suscitato reazioni cosi controverse nel mondo accademico e nell’opinione pubblica come Ron Wyatt. Archeologo dilettante e autodidatta, Wyatt ha dedicato la sua vita alla ricerca delle massime reliquie del mondo ebraico. Gli scavi che lo hanno reso famoso sono stati quelli sul Monte Ararat dove avrebbe rinvenuto i reperti dell’Arca di Noè.
Sostenuto da una fede incrollabile in Dio ha indirizzato le sue ricerche nella direzione che “segnali” da lui ritenuti soprannaturali gli hanno indicato. Non si è fermato di fronte a nulla, neppure davanti alle avversità o al biasimo dei colleghi accademici. L’unica cosa che l’ha fermato è stata la malattia.
Morto di cancro alle ossa nel 2000, fu davvero un personaggio singolare. Infermiere anestesista di Nashville, a un certo punto della sua vita dichiarò di essere stato “chiamato” da un’entità angelica a scoprire alcuni dei misteri dell’Antico Testamento. Sarebbe stata la prima di diverse “visioni” o miracoli che avrebbero costellato la sua esistenza. Semplicemente egli si sentiva “chiamato” a intraprendere una missione, solo indirettamente religiosa. Avrebbe dovuto riportare alla luce i misteri della religione ebraica.
Nelle sue ricerche arrivò a ad affermare di aver identificato il luogo in cui sorsero Sodoma e Gomorra, il punto in cui Mosè ricevette le tavole della Legge sul Sinai, il punto in cui gli ebrei avrebbero oltrepassato il Mar Rosso, il posto esatto della crocifissione, la tomba di Cristo, i dodici altari costruiti da Mosè, la tomba di Abramo, l’Arca di Noè e ovviamente il luogo dove venne nascosta l’Arca dell’Alleanza.
Sicuramente un po’ troppi reperti per essere stati rinvenuti dalla stessa persona nell’arco di una sola vita…
Il suo operato fu discusso e screditato a priori dall’archeologia ufficiale in quanto si trattava di un dilettante autodidatta. Il sapere accademico può essere davvero tremendo con gli “eretici” che arrivano ad abbracciare dottrine alternative bollate come fantastiche, figurarsi un ex infermiere che un bel giorno aveva deciso di calarsi nei panni di Indiana Jones. Allo stesso modo le sue dichiarazioni furono accolte con scetticismo.
Nonostante abbia avuto contro tutto il mondo scientifico, è passato alla storia come uno dei maggiori scopritori di reperti antichi. Molti hanno pensato alla sua mala fede. Non lo ha aiutato avere una moltitudine di seguaci tra gli aderenti di numerose sette pseudo cristiane che allignano negli Stati Uniti.
Ho avuto modo di lavorare con persone fidate che l’hanno conosciuto quando era ancora in vita e che hanno continuato a sentire via mail la moglie e che mi hanno assicurato – lontano da orecchie indiscrete - che magari poteva essere una persona naif, sicuramente originale, che si sentiva chiamata a compiere una missione, ma in buona fede. Non potrei però giurare che queste stesse dichiarazioni private potrebbero essere confermate pubblicamente. A uno studioso “conviene” sempre spalleggiare i colleghi per non finire anch’esso deriso dai più. Sarebbe la sua fine accademica.
Poi esiste una classe limitata di soggetti che antepone il bene comune, il sapere, la verità e dunque il progresso dell’umanità, al plauso dell’ortodossia scientifica, a costo di finire deriso, bollato come “eretico” o come un venditore di miracoli.
Ron Wyatt era uno di questi.

Alla ricerca dell’Arca: la tomba di Gordon
La teoria di Wyatt sull’Arca dell’Alleanza partiva da premesse indubbiamente logiche. L’ultima citazione che ci parla dell’Arca nella Bibbia è quella di Cronache 35,3. Dopo questo passo, abbiamo il Secondo Libro dei Maccabei, che ci racconta come Geremia nascose l’arca: “Il profeta, avvertito da un oracolo, ordinò che la tenda e l’arca lo seguissero, mentre egli si recava al monte sul quale Mosè era salito per contemplare l’eredità di Dio”. Qui ovviamente il testo fa riferimento al Monte Nebo in Giordania, come citato in Deuteronomio 34,1: “Giunto là Geremia trovò un abitacolo a forma di antro; vi introdusse la tenda, l’arca e l’altare dei profumi e ne ostruì l’accesso. Alcuni di quelli che l’avevano seguito, s’avvicinarono per segnare la via; ma non riuscirono a trovarla. Quando Geremia lo seppe, rimproverandogli disse loro: ‘Il luogo resterà ignoto sino a quando Dio avrà radunato la comunità e gli userà misericordia’”. Questo passo di Maccabei sostiene dunque che Geremia salì sul Monte da cui Mosè vide l’eredità del Signore e trovò una grotta nascosta. Questo però non sta a significare necessariamente che la grotta fosse sul monte Nebo, ma semplicemente che dal Nebo si poteva vedere la Grotta dove Geremia nascose la reliquia.
E’ un’interpretazione che ha la sua validità e che forse in futuro potrebbe anche trovare conferma, se solo l’archeologia ortodossa non si facesse inutilmente beffa dei dilettanti come Wyatt. Sono stati infatti molti coloro che hanno accettato questa teoria anche perché sembra più facile cercare una grotta visibile dal Nebo che mettersi a cercare un antro su quella montagna.
Ovviamente Wyatt prese in considerazione il fatto che l’Arca potesse essere stata nascosta prima dell’assedio di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor nel 586 a. C., dato che non risulta che essa sia stata trafugata e portata a Babilonia.
Nelle sue ricerche del luogo Wyatt seguì le indicazioni del Generale Gordon che nel 1882, di ritorno dalla Campagna Cinese, aveva scoperto il sito di una tomba che credeva potesse essere il sepolcro di Cristo. Dalla scoperta di Gordon Wyatt arrivò a identificare la collina adiacente alla tomba come quella del Golgota, proprio come ipotizzato dal Generale.
I padroni del terreno, un arabo e un europeo diedero a Wyatt il permesso di scavare. Il fatto avveniva nel 1979.
Su quel sito, in breve tempo, Wyatt dichiarò di aver trovato una tomba. Gli sembrò addirittura che potesse corrispondere alla descrizione del sepolcro di Cristo, in quanto scavata in una roccia, in un giardino nelle vicinanze della collina. In prossimità del sepolcro, trovò una pietra che copriva un buco squadrato. Vicino a quello ne trovò altri simili che gli parvero scavi fatti per infilarvi le basi delle croci romane, come quelle usate per la Crocifissione. Ritenne dunque di aver individuato i fori delle tre croci della Passione di Gesù.
Un radar che venne utilizzato per analizzare il sottosuolo, gli rivelò la presenza di una vasta grotta sotterranea. Trovò anche una grande pietra circolare, molto pesante, che ritenne potesse essere quella che era stata usata per chiudere il sepolcro. Non cercò di estrarla perché era sepolta in profondità, ma dai rilevamenti sembrava coincidere con le dimensioni dell’apertura della tomba. La pietra non poteva essere rotolata a destra a causa di un’altra pietra che era stata intagliata nella fossa, presumibilmente per arrestarne il movimento.
Riscontrò anche una spaccatura della roccia in prossimità del foro della croce più elevato e concluse che potesse essere stato causato dal terremoto descritto da Matteo 27, 51 quando Cristo morì.
Fra le macerie furono inoltre trovate delle monete, nessuna delle quali risalenti a un periodo posteriore al 130 d. C.

La visione
Dopo circa due anni di ricerche, Wyatt non aveva però ancora trovato tracce dell’Arca. Neppure l’entrata della grotta. Il lavoro quotidiano era estenuante e gli uomini iniziavano a perdere la speranza di venire a capo della missione. Wyatt iniziò ovviamente a essere preoccupato per i permessi e per lo scavo.
Ma ancora una volta fu un intervento esterno, che egli giudicò sovrannaturale, a incoraggiarlo a continuare nelle ricerche.
Un giorno come un altro, Wyatt stava scavando alla base del solco, quando alzò lo sguardo e vide sopra di lui un uomo molto alto che vestiva i classici abiti degli arabi. "Dio ti benedica Ron, per ciò che stai facendo", gli disse l’uomo. "Chi sei? come fai a sapere che cosa sto facendo?", gli chiese meravigliato Wyatt. "Io so tutto", rispose l’arabo. "Vivi qui vicino?", lo incalzò Wyatt. "No" rispose l’uomo. "Come fai a sapere il mio nome? Da dove vieni?", continuò a interrogarlo Wyatt. "Vengo dal Sud Africa e sto andando alla Nuova Gerusalemme, Dio ti benedica" si limitò a concludere lo sconosciuto. Vedendolo andar via Ron balzò su dallo scavo. Raggiungendo la cima del fosso chiese agli altri 2 compagni che stavano scavando in superficie che strada avesse preso l'uomo, ma loro risposero che non avevano visto nessuno nei paraggi. Fu allora che Ron capì di aver conversato con un “angelo”, che gli era stato mandato per incoraggiarlo a proseguire gli scavi.
Con ritrovato entusiasmo continuò la missione che di cui si sentiva incaricato di svolgere.

L’entrata nella grotta
Così facendo trovò una grotta.
Mandò un bambino – il figlio del proprietario arabo del terreno - per lo stretto cunicolo ma quando questi tornò indietro non osò riferirgli che cosa aveva visto. Era pallido e spaventato. Così dovettero allargare il cunicolo in modo che lo stesso Wyatt potesse entrare.
Erano le due del pomeriggio del 6 gennaio 1982. Erano passati quasi quattro anni dall’inizio delle ricerche, tre dagli scavi.
Quando finalmente Ron riuscì ad accedere alla cripta, vide molti cimeli, che ritenne essere appartenuti al Tempio di Salomone. I cimeli erano coperti da pelli. Tra questi la Tavola per la presentazione del pane, il candelabro a sette braccia e una spada gigantesca che pensò potesse essere addirittura quella di Golia!
In un angolo c’era una nicchia in cui vide una cassa d’oro, sul coperchio due cherubini che la proteggevano. Fu certo, in quel momento di essere in presenza dell’Arca. Dall’emozione ebbe un sussulto e perse conoscenza. L’aria rarefatta, la stanchezza, lo shock per essersi trovato dinanzi al reperto più importante della storia ebraica ne causarono lo svenimento.
Rinvenne 45 minuti dopo.
In tutto rimase nella grotta per circa un’ora. Quando uscì raccontò quanto aveva visto e informò le autorità dell’incredibile scoperta.
La notizia ovviamente trapelò in fretta. Avvertito il Direttore del Museo di Antichità, questo accorse sul luogo del ritrovamento, ma urtò la schiena, cadde e fu ricoverato in ospedale per due settimane. Sembrava che una forza potente impedisse ad altri di penetrare nella grotta. Una forza sovrannaturale come quella che causò morti e sciagure al ritrovamento della tomba di Tutankhamon da parte di Carter e Carnavon. La storia della “maledizione” del Faraone è nota. Meno nota la considerazione che certi luoghi “sacri” non possono essere profanati, le “divinità” che vi dimorano – per quanto “antiche” - non gradiscono l’accesso sconsiderato da parte dei profani…

Una nube dorata avvolge l’Arca

Avvisate le autorità, in vista delle implicazioni politiche che la scoperta dell’Arca avrebbe potuto avere, un funzionario avrebbe cercato di proibire la continuazione dei lavori che in effetti vennero presto interdetti per evitare disordini data l’affluenza di curiosi sul luogo dello scavo. La scoperta dell’Arca avrebbe infatti indotto i fedeli a voler ricostruire il terzo Tempio a costo di distruggere il Duomo della Rocca arabo che sorge sul luogo su cui si crede che Abramo fosse stato sul punto di sacrificare Isacco. Ciò avrebbe significato un conflitto tra Israele e l’intero mondo islamico di portata inaudita.
Nel frattempo quel funzionario e un altro curioso che aveva intenzione di rivelare per primo la notizia della scoperta ai giornalisti vennero colti da un malore e trovati misteriosamente morti.
Wyatt scattò diverse fotografie con diverse apparecchiature ma tutti gli scatti dell’arca risultarono offuscati da una misteriosa nube dorata mentre il resto della grotta era ben visibile. Era come se l’Arca volesse impedire al mondo di essere vista. Si utilizzarono diverse apparecchiature, persino una telecamera, ma l’Arca non rimaneva impressa su pellicola.
Il parlamento israeliano costrinse in ogni caso Ron a sigillare l’apertura della grotta e a confonderne l’accesso con arbusti e pietre.

Il sangue sull’Arca

Appena uscito dalla grotta, Wyatt raccontò ai colleghi che nella fenditura sul coperchio dell’Arca aveva visto e toccato una strana sostanza scura che aveva prelevato per farla analizzare.
Si chiedeva perché mai Dio avesse potuto permettere a una sostanza di colare su un oggetto tanto sacro come l’Arca. I campioni analizzati confermarono i dubbi di Wyatt.
Quella sostanza era sangue.
Secondo l’analisi un sangue con una stranissima peculiarità. Invece di 46 cromosomi nel aveva solo 24 di cui 22 autosomi e un cromosoma x e un cromosoma y. Quindi, secondo Wyatt, doveva essere per forza essere sangue di un uomo che non aveva avuto padre umano. Ritenne così che si trattasse del sangue di Gesù Cristo. Che per un vero e proprio miracolo era colato dalla croce sull’Arca.
Ricapitolando.
L’arca si trovava nascosta in una grotta proprio sotto il Golgota in prossimità della tomba dove sarebbe stato sepolto il corpo di Gesù. Al momento della morte di Cristo la terra avrebbe tremato squarciandosi. In questo modo il sangue sarebbe potuto colare dalla ferita del costato, prodotta dalla Lancia di Longino, prima lungo tutta la lunghezza del legno della croce, poi attraverso la fenditura della roccia nella terra fino a depositarsi sull’Arca.
Ora, nessuno ha sottolineato l’importanza simbolica di questo ritrovamento. La scoperta di Wyatt è rimasta inascoltata.
Se effettivamente il sangue di Cristo fosse colato sull’Arca dell’Alleanza ciò andrebbe interpretato come un vero e proprio miracolo: il sangue di Cristo rappresenta il frutto della Nuova Alleanza tra Dio e gli uomini, Alleanza che si ottiene proprio tramite il sacrificio di Gesù. Il sangue che cola sull’Arca – che lo ricordiamo è il simbolo della Vecchia Alleanza – avrebbe segnato il passaggio supremo dalla Vecchia alla Nuova Alleanza, proprio attraverso il sangue che sarebbe poi stato raccolto da Giuseppe d’Arimatea nella coppa che noi tutti conosciamo come Santo Graal.
In realtà, avremmo già una prefigurazione della coppa: è l’Arca stessa che si rivela essere un contenitore. Così il sacrificio di sangue di Gesù sarebbe stato il perfetto sacrificio dell’Agnello di Dio effettuato nel Tempio, ovvero sopra l’Arca dell’Alleanza - secondo i dettami della legge ebraica – contenuta sotto i piedi della Croce. Tutto ciò a insaputa dei romani che non potevano sapere che sopra il luogo della Crocifissione sorgesse la grotta dove Geremia aveva nascosto l’Arca.
Il sangue di nessun animale offerto in sacrificio a Dio poteva infatti lavare via le colpe dei fedeli: era necessario il sangue del Figlio di Dio che prendesse su di sé i peccati dell’umanità e li mondasse attraverso il suo omicidio cruento, come scritto in Ebrei 9: 12, “Tu non hai voluto ne' sacrificio ne' offerta, ma mi hai preparato un corpo, non hai gradito ne' olocausti ne' sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco Io vengo per fare, o Dio, la tua volontà”.
Non solo.
Nel Vecchio Testamento l’Arca custodisce le Tavole della Legge, e proprio il significato supremo della teologia ebraica si esprime nella Legge che Dio dona a Mosè. Supponendo ovviamente che l’Arca sia stata nascosta sotto il luogo della crocifissione di Gesù, il sangue colando sull’arca avrebbe reso l’Arca stessa – contenitore delle Tavole della Legge - un Graal. Un contenitore del sangue simbolo del sacrificio del Figlio di Dio.
Tra l’altro alcuni teologi medioevali assimilavano il Cuore di Cristo all’Arca dell’Alleanza, mentre secondo alcune tradizioni l’Arca avrebbe contenuto al suo interno il Graal che il terzogenito di Adamo, Seth, era riuscito a ritornare in possesso per tramandarlo di padre in figlio in un luogo sicuro.
Dove, forse, riposa ancora. Grazie ai Maestri della Tradizione.

martedì 12 aprile 2011

IL MITO DEL GRAAL TRA SACRIFICIO E NOZZE ALCHEMICHE

di Enrica Perucchietti


Da secoli il mito del Graal evoca un incredibile interesse. Mai un oggetto sacro è stato così cercato, cantato, interpretato: senza in realtà sapere bene di che cosa si tratti al di là della leggenda. Ma il suo fascino deriva proprio da qui: dal mistero in cui è avvolto. Dalle allusioni che il suo simbolismo evoca senza mai rivelarsi completamente. Il Graal è vicino ma al contempo lontano, inafferrabile.
Mai un tema come quello del Graal ha stimolato tanto l’intelletto di filosofi, storici e archeologi e la fantasia di poeti, scrittori e registi. Ma come per altri enigmi altrettanto famosi il destino ha voluto che esso fosse conosciuto quasi esclusivamente per la sua codificazione cristiana come calice dell’Ultima Cena e come coppa che raccolse il sangue del Cristo in croce. L’età contemporanea ha ereditato la funzione di cantore del mito dai cicli cavallereschi e ancor prima dalle saghe celtiche, tramandando la leggenda al grande pubblico attraverso le immagini di un film di Steven Spielberg, Indiana Jones e l’Ultima crociata. Tutto ciò sebbene l’introduttore letterario dell’argomento, Chretien de Troyes, non ci abbia tramandato che cosa realmente contenesse la misteriosa coppa. Da qua il moltiplicarsi di interpretazioni più o meno attendibili: denominatore comune la tradizione cristiana.
Il simbolo del Graal affonda invece le radici nella tradizione primordiale dove è presente e da dove poi si è diffuso nelle varie tradizioni locali come coppa, libro, pietra.

Il simbolo dietro il Graal
Ogni vero simbolo reca infatti in sé molteplici significati che non si possono ridurre a un’unica e univoca interpretazione, e questo fin dalla loro origine, in virtù della “legge di corrispondenza” che lega tutti i mondi o piani di esistenza fra loro.
E il Graal deve essere letto ancora oggi come un simbolo, non come un oggetto meramente fisico: solo in quest’ottica si può comprendere la sua portata evocatrice, salvaguardando il simbolo dal pericolo della degradazione. Ciò non significa però che il simbolo sia soggettivo in base alla molteplicità di significati a cui allude. Il simbolo non è relativo né tantomeno soggettivo. Il simbolo è vivo anche quando sembra ormai appartenere a una cultura remota, dimenticata: esso parla, allude a. Ma ha determinati e specifici significati. Lo scopo del ricercatore o dell’eroe è proprio quello di far parlare il simbolo, di ascoltarlo.
Lo spirito di una determinata cultura quando non riesce più a riconoscere il significato metafisico di un archetipo subisce un’involuzione interpretativa, per cui il simbolo decade e viene interpretato in base a significati sempre più grossolani e deteriori. Questo fenomeno viene riscontrato soprattutto nell’epoca contemporanea e l’eco suscitata dal romanzo di Dan Brown lo rappresenta a pieno: con Brown il Graal perde il suo potere evocativo, il suo infinito rimandare a significati metafisici, decadendo su un piano puramente e unicamente fisico. Il Graal diventa così la “progenie messianica”, il simbolo della discendenza fisica di Gesù. Non è più un simbolo ma anche un oggetto: esso diviene unicamente un’indicazione, la stirpe regale di Gesù.
In questo senso anche una ipotetico matrimonio tra Gesù e la Maddalena, immagine fisica dell’unione tra il Cristo e la Sophia, perde quel significato di nozze mistiche che dalla Tradizione Primordiale si era tramandato fino a noi.
Quello che ancora per gli esoteristi del Novecento era da considerarsi come un matrimonio occulto – ovvero l’assorbimento del principio femminile della Sposa in quello maschile dell’Iniziato - si perde nella ricerca di una linea di discendenza diretta di Gesù che ritroviamo romanzato nel Codice Da Vinci.
Millenni di tradizione spazzati via dal clamore di un romanzo.

Androginia e matrimonio occulto
La figura dell’androgino aveva già subito una fase di decadimento, come aveva evidenziato il massimo storico delle religioni Mircea Eliade nel suo Mefistofele e l’Androgine, mostrando come il Decandentismo avesse scordato gli insegnamenti della filosofia orientale; così per i rappresentanti di questa corrente l’androgino fu concepito solamente “come un ermafrodito nel quale i due sessi coesistono sia dal punto di vista anatomico che fisiologico”. Se nel Romanticismo tedesco, invece, l’androgino divenne sinonimo di “modello dell’uomo perfetto del futuro”, solo con le opere del romanziere austriaco Gustav Meyrink – noto come autore del Golem e del Volto Verde - si poté assistere a un ritorno all’insegnamento della sapienza tradizionale relativa al tema del matrimonio occulto. Solo nel solco di questa via di realizzazione spirituale può essere intesa l’unione di Gesù con la Maddalena, riprendendo l’invito del Cristo contenuto nel Vangelo di Tommaso: “Ecco, io la [Maddalena] trarrò a me in modo da fare anche di lei un maschio, affinché essa possa diventare uno spirito vivo simile a voi maschi. Perché ogni donna che diventerà maschio entrerà nel Regno dei Cieli”.
Dunque non soltanto un annullamento del principio femminile sulla base del mito platonico della caduta nella materia dell’anima divenuta femminile per desiderio passionale, ma un congiungimento dei due principi: “un uomo da solo non può raggiungere questo traguardo [perseguire l’immortalità o perfezione spirituale], ha bisogno di una compagna. Solamente le forze congiunte dell’uomo e della donna rendono possibile l’impresa. Proprio qui sta il senso più profondo del matrimonio, quel senso che l’umanità ha smarrito da millenni”, ricorda il cabalista ebreo Ismael Sephardi nel Volto Verde di Meyrink, illustrando la Via della Vita che conduce alla forma superiore di esistenza dei “viventi”.
L’adepto da solo non è nulla e non può giungere con le sue sole forze al Risveglio. Solo la donna è colei che è in grado di recare aiuto all’uomo. Il compito dell’iniziato non è di sfuggire alla donna, ma di assorbirne il principio femminile, in terra disgiunto da quello maschile. Come ha spiegato infatti Julius Evola in un articolo del 1972, l’idea base è che “l’istinto sessuale […] è la radice della morte”, ma che non bisogna sforzarsi invano di estirparlo come fanno gli asceti; essi “vogliono conquistarsi quella freddezza magica, senza la quale non si può andare al di là della condizione umana, e fuggono perciò la donna. Eppure solo la donna è colei che è in grado di recare loro aiuto”. Il compito dell’uomo non è quindi sfuggire la donna, ma assorbirne il principio femminile, in terra disgiunto da quello maschile, “deve entrare in quest’ultimo e fondersi in uno; solo allora si placheranno tutti gli struggimenti della carne”; solo con questa unione occulta, “che non è priva di pericoli”, si compieranno le nozze alchemiche e si realizzerà quella “freddezza magica che spezza le leggi della terra […] dalla quale sgorga, come dal Nulla, tutto ciò che è in grado di creare il potere dello spirito”.
Gli insegnamenti gnostico-esoterici all’origine delle opere di Meyrink si propongono il ritorno all’unità originaria. La ricercatrice Alessandra Pepe ha interpretato in chiave junghiana il mito dell’androgino come il tentativo di “realizzare la totalità conscia e inconscia della psiche attraverso l’integrazione del proprio Sé”, illustrando, quindi, il tema dell’androginia, consistente nella “conquista del proprio istinto sessuale […] tramite l’unione con il principio femminile presente nell’uomo”, come rivisitazione simbolica del junghiano processo d’individuazione. Così le donne dei romanzi di Meyrink sarebbero personificazioni dell’elemento femminile che l’uomo deve integrare per conseguire l’unità. In questo senso Meyrink, prima ancora di Jung avrebbe compreso il significato simbolico delle “nozze alchemiche”, significato che si cela nelle leggende che ci tramandano un legame nuziale tra Cristo e la Maddalena.

La storicità del Codice da Vinci
In un campo come l’esoterismo che bandisce l’oggettività quantificabile della scienza empirica, una cosa certa è la mancanza assoluta di prove sia storiche sia letterarie riguardanti un fantomatico matrimonio tra Gesù e la Maddalena. Ciò non esclude la possibilità, ma elude il polverone che un romanzo, e si badi bene, soltanto un romanzo e non un saggio, ha sollevato. Si è dimenticato troppo presto che l’astuta pubblicazione di Dan Brown è soltanto un’opera di fantasia, per quanto si riferisca in modo fin troppo evidente a opere saggistiche quali Il Santo Graal di Baigent, Lincoln e Leigh e L’eredità messianica di Sir Gardner.
Una critica del romanzo in questione dovrebbe pertanto spostarsi alle opere che lo hanno ispirato: Dan Brown gioca infatti tra realtà e fantasia come si conviene a un romanziere e i molti dati errati che sono stati inseriti tra le pagine del Codice sono stati accolti per veri e possono fuorviare il lettore meno esperto, ma sono solo il frutto di un’elaborazione fantastica

Le origini del Codice
Ritornando alle tesi che cita implicitamente e che, ricordiamo, gli sono costate un’accusa per plagio, Brown ha dato vita a quello che è stato definito un romanzo sul mistero di Rennes Le Chateau senza Rennes Le Chateau.
Per Lincoln e compagni, infatti, l’abate Sauniere avrebbe trovato il sepolcro di Maria Maddalena con documenti che testimonierebbero la sacra discendenza di Gesù. Ma Brown non nomina mai la piccola località francese anche se il curatore del Louvre trovato morto all’inizio del romanzo si chiama proprio Sauniere…
Non è neppure un’intuizione di Dan Brown l’interpretazione del Graal con coppa-utero, e neppure l’etimologia Sang Real connessa con il sangue reale del Cristo.
Nell’esoterismo classico si ritrova la concezione di San Real come il cuore divino di Cristo, centro dell’essere divino e umano, come vaso “in cui la sua vita si elabora continuamente con il suo sangue”, citando Renè Guènon. Ma in questo senso nasce spontaneo piuttosto il parallelo con l’athanor ermetico: interpretazioni che Brown non prende minimante in considerazione, fermandosi al piano puramente fisico del rapporto tra il Cristo e la Maddalena.
Come prove a sostegno della loro presunta relazione carnale Brown cita solo due debolissimi elementi: che ai tempi di Gesù il celibato era condannato, e un verso del Vangelo apocrifo di Filippo dove si parlerebbe di un presunto bacio sulle labbra. Riguardo al primo punto il celibato non era necessariamente motivo di scandalo in quanto molti predicatori del tempo facevano voto di castità e in definitiva non prova nulla. Sul presunto bacio in bocca, invece, il Vangelo di Filippo non riporta con chiarezza nulla del genere: si parla di “bacio” ma il testo è incompleto e si è soltanto ipotizzato che si potesse tradurre “sulla bocca”. In ogni caso anche questo elemento deve essere contestualizzato: nei primi secoli del Cristianesimo la bocca veniva intesa come la porta dello Spirito e i fedeli si scambiavano il bacio sulle labbra per “trasmettersi” lo Spirito. In questo gesto non c’era alcuna valenza sessuale. E’ infatti attraverso la bocca che gli uomini ricevono il nutrimento spirituale e il bacio d’amore li fa divenire “perfetti” trasmettendo loro il Verbo. Lo stesso Vangelo gnostico di Filippo deve essere interpretato nel contesto d’origine. Di matrice valentiniana, l’autore non si attiene alla dottrina androginica che prescrive l’assorbimento dell’elemento femminile in quello maschile, teorizzando invece un’unione gamica, ossia un matrimonio perfetto, riferendosi in questo senso alla “camera nuziale”, attraverso cui avviene la redenzione. Lo staccarsi di Eva, con la sua creazione, da Adamo, ha infatti scisso l’essenza dell’Anthropos nei due elementi maschile e femminile, provocandone la disgregazione, e dunque la morte. L’equilibrio è stato ristabilito dall’unione perfetta dell’Adamo celeste (Soter) con Sophia: “Per questo motivo è venuto il Cristo: per annullare la separazione che esisteva fin dalle origini e unire di nuovo i due, e per dare la vita a quelli che erano morti nella separazione e unirli”, cita il Vangelo di Filippo. In questo senso la Maddalena è la consorte del Cristo, secondo il parallelo tra Maddalena e Sophia. La Sophia che era sterile, dopo un ravvedimento si è unita con Soter rigenerando gli animi umani destinati al riscatto dalla materia: “La Sophia, che è chiamata sterile, è la madre degli angeli. La consorte di [Cristo è Maria] Maddalena. [Il Signore amava Maddalena] più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla [bocca]. Gli altri discepoli allora gli dissero: - Perché ami lei più di tutti noi? – il Salvatore rispose e disse loro: - Perché non amo voi tutti come lei?”. Proprio l’unione perfetta dei due eoni Sophia e Soter è il motivo del maggior affetto nutrito da Cristo per la Maddalena.

La valenza femminile del Graal
Nella leggenda del Graal non si può però trascurare l’elemento femminile né la valenza sessuale indicata dai simbolismi della lancia e della coppa stessa. La lancia che sanguina rappresenta l’asse del mondo, come vedremo più avanti, ma anche il principio maschile, mentre la coppa rappresenta ovviamente l’elemento femminile che riceve. Come teorizzato da Jesse Weston sarebbe l’unione di questi due principi a ridare al regno del re Pescatore – che è appunto malato – la fecondità e la ricchezza di un tempo.
Come recipiente che dispensa cibo – il Sangue di Cristo – il Graal è stato però interpretato dall’esoterismo classico, come l’utero della Dea Madre, intesa nella sua versione cristiana come la Vergine Maria.
Si badi bene: non la Maddalena.
Il Graal inteso come coppa-utero dà la vita a tutte le creature a patto di essere fecondata: da chi? Dallo Spirito Santo. Il reame del Graal è infatti sterile. Con ciò si può intendere nella sua accezione cristiana l’umanità corrotta dal peccato. Si attende un giovane cavaliere per ridare la fecondità perduta, per rigenerare il reame, per sostituire il vecchio re Pescatore che non è più in grado di garantire fertilità e ricchezza. Il cavaliere eletto è il Messia della tradizione ebraica. E’ il Cristo il cui sangue è stato accolto dalla Dea Madre fecondata dallo Spirito, poi versato in croce come sacrificio per i peccati dell’Uomo e raccolto nella coppa da Giuseppe d’Arimatea dopo la ferita nel costato.
Si noti la circolarità della genesi del simbolo.
L’idea di una progenie fisica di Gesù e della Maddalena non sarebbe altro che una corruzione posteriore di questa interpretazione.
Il Graal, inoltre, è sempre portato di una donna. Ma la portatrice del Graal è spesso descritta come una creatura androgina, come nel racconto di Peredur.
La Quete del Graal è costellata di elementi femminili: essi sostengono il peregrinare iniziatico dell’eroe. Lo studioso Jean Markale sostiene che essa sia “l’immagine della Fata arcaica, o della Dea Madre che procurava ai viaggiatori bevande inebrianti per confrontarli quando si smarrivano nelle terre in capo al mondo, ai limiti di quell’Altro Mondo che, nella tradizione celtica, non è mai in basso o in alto, ma accanto”. Inoltre “sempre grazie a un aspetto di questa Femminilità magica e quasi divina, l’eroe trova alla fine la strada che porta al castello del Graal”. La Cerca è infatti costellata in quasi tutte le sue tappe da donne che rappresentano immagini diverse dello stesso Eterno Femminino.
Non si pensi sia però un’esclusiva dei trovadori in quanto già nell’Epopea di Gilgames troviamo il racconto del peregrinare dell’eroe costellato da figura femminili, Dee e donne umane che aiutano Gilgames nel suo viaggio verso la conquista del segreto dell’immortalità che si rivelerà essere una pianta acquatica. Distrutto dalla morte del compagno di scorribande Enkidu, Gilgames realizza con disperazione di essere mortale e intraprende un lungo viaggio che lo porterà nel Giardino degli Dèi al cospetto di Utnapistim, il Noè babilonese. Egli è infatti l’unico umano a cui gli Dei abbiano rivelato il segreto dell’immortalità che, a sorpresa, decide di condividere con Gilgames.
Nel racconto babilonese assistiamo per la prima volta alla genesi dell’eroe con tutte le prove che la sua iniziazione comporta. Tra esse anche lo scontro con il suo doppio – Enkidu – che ne diviene una sorta di fratello minore e di compagno, la battaglia contro mostri e, infine, l’ultima prova, la ricerca dell’immortalità.
Da notare come a indicare la strada a Gilgames una volta arrivato al Giardino degli Dèi sia Siduri, la “donna della vigna, colei che fa il vino”. Ella vive nel giardino degli Dèi con la coppa d’oro e i tini d’oro “che gli dèi le diedero”: è l’anticipazione femminile del coppiere divino, del Ganimede greco o di Ebe. La coppa riempita della bevanda immortale, sia essa vino o sangue viene custodita da un uomo o da una donna. E’ il coppiere a permettere che la divinità si rigeneri.
Perché?
Forse che gli Dèi abbiano bisogno di qualcosa di “umano” per mantenere la loro immortalità? Questo elemento potrebbe avere qualcosa a che fare con il sangue dell’uomo, con il suo DNA? E’ il coppiere stesso a fornire il “cibo” o “bevanda” dell’immortalità al Dio?
E’ questo il Graal tanto cercato?
E’ forse un segreto che si cela così semplicemente dentro di noi?
In questa direzione sembrerebbe andare l’ufologia contemporanea aperta ad ammettere un intervento di ibridazione esterno nella creazione dell’uomo o più in generale il bisogno di creature ultraterrene o infraterrene – provenienti dal Regno Sotterraneo di Agartha – del sangue umano per potersi rigenerare.
Questa è ovviamente un’interpretazione possibile del Graal. Una. Perché la Tradizione Primordiale ha seminato il nostro cammino verso la conoscenza di indizi ma non della chiave per accedervi. La chiave la dobbiamo trovare dentro di noi.
Forse in tutti i sensi.

La Verità della Queste
Se la Verità è una e coincide con Dio o l’Assoluto, il valore di ogni uomo consiste infatti nella sua ricerca personale, nel perseguimento in-finito della Verità. A ogni cuore, dunque, il suo Graal, a ogni “cavaliere” la sua Queste. Ma il cavaliere deve, una volta ammesso al Castello del Graal, “porre la questione”, necessaria per la restaurazione del regno: l’errore di Parsifal è infatti quello di non chiedere. La funzione della domanda è quella di stabilire un legame tra il mondo umano e quello Altro, divino, del castello del Graal. Non ponendo la domanda necessaria, Parsifal non stabilisce alcun legame e dovrà errare a lungo prima di farvi ritorno. Nel Parzifal di Wolfram von Eschenbach la domanda è unica, fondamentale e non riguarda il Graal: si tratta di chiedere al re di che cosa soffra. In realtà l’eroe pone la domanda quando ha imparato tutto ciò che deve sapere sul Graal, sul re Pescatore e il suo regno. Dopo aver a lungo peregrinato, dopo essersi smarrito e ritrovato, dopo aver sofferto, ma proprio attraverso le imprese e la sofferenza essere rinato. Soprattutto dopo aver trovato lungo la strada molte donne, riflessi dell’Eterno femminino, della Dea Madre cantata da Brown. Così anche il lettore, come il neofita, non deve mai smettere di porsi domande, di interrogarsi, di risalire alle fonti.
Il dubbio, per quanto doloroso, deve divenire universale, deve assurgere a metodo di comprensione filosofica per non rischiare di rimanere intrappolati in interpretazioni errate perché accolte con superficialità.
Non deve mai stupire l’ingenuità della domanda della Queste.
In realtà la risposta, come insegnava Socrate, il cavaliere la porta già con sé. L’iniziazione serve soltanto a permettere alla Verità di sorgere a piena coscienza.
La ricerca del Graal non è altro che una lenta ascensione verso l’illuminazione: “Colui che possiede la conoscenza della verità è un uomo libero” ricorda il Vangelo di Filippo.

Simbolismo della coppa, cuore, libro.
Veniamo ora al simbolismo connesso al Graal.
Il Graal è nell’accezione più comune della tradizione letteraria un vaso, una coppa, da qui la valenza femminile degradata poi in utero. Ma il Graal è al contempo descritto dalla Tradizione Primordiale come un libro e una pietra. Esso ha dunque tre significati, ma l’uno non esclude l’altro, anzi, si compenetrano, affiancandosi al simboli del fiore sacro e della lancia.

Il Graal come vaso: Grasale
Il Graal è un Grasale, un vaso. In questo senso è stato interpretato nell’iconografia e nella letteratura prima cortese e poi sacra come il ricettacolo del sangue di Cristo. E’ il recipiente che raccoglie il vino o sangue di Cristo e che nelle tradizioni pagane precedenti conteneva la bevanda sacra agli dèi: il Soma, l’Haoma, l’Amrita, Fuoco Stellare, l’Ambrosia etc.
Sconcertante il parallelo tra l’Haoma avestico e il sacrifico di Cristo. L’Haoma è una pianta sacra da cui si estrae una bevanda rituale ma il termine indica anche la divinità contenuta nella pianta. Il rito dell’Haoma prevede il sacrificio cruento, ovvero l’uccisione rituale, della divinità contenuta nella pianta attraverso la sua spremitura. Questo rituale produce la bevanda sacra che viene offerta ad altre divinità e assunta dai celebranti per raggiungere l’immortalità. In questo senso il succo della pianta rappresenta il sangue della divinità in essa contenuta. Con il sacrificio rituale il dio Haoma muore e offre il suo succo, ovvero il suo sangue, agli officianti del rituale. E’ la prefigurazione del rito della Messa cristiana.
In questo senso è interessante la corrispondenza con il Cuore che ricorre nell’iconografia cristiana: il Cuore sacro di Cristo che appare in numerose raffigurazioni. Ad esso i fedeli rendono un culto particolare intendendo onorare l’Amore del Messia per gli uomini - di cui il Cuore è ovvio simbolo – e l’organo in quanto tale che lo rende umano ma che lo connette intimamente con il Dio Padre. Nell’Antico Testamento, infatti, sentimenti come amore, paura, coraggio, ira, odio sono attribuiti all’organo cardiaco. In senso lato essi rappresentano le qualità che rendono umana la persona e il cuore raffigura in tal modo la persona stessa e persino l’anima. Cuore e anima sono infatti interscambiabili. Il cuore è infatti il centro dell’attività spirituale, è sede della vita e dei sentimenti che contraddistinguono l’uomo: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, cita il Vangelo di Matteo. Esso è anche sede della coscienza, il centro del controllo delle emozioni e quindi il motore della vita morale.
Se il termine “anima” (“ruach”, spirito, o “nephesh”, anima) viene attribuito anche agli animali (“Poiché la vita della carne è nel sangue” Levitino 17: 11), il “cuore” è relativo soltanto agli uomini. Per questo però il cuore, dopo la Caduta, risulta corrotto e portatore di malvagità: è corrotto dal peccato e va per questo rigenerato, rinnovato. Si noti il significato alchemico del bisogno di rigenerazione del cuore. La trasmutazione si compie soltanto attraverso la purificazione, ma essa necessita di passare per la nigredo, ovvero della prima tappa dell’opera alchemica: la Passione e la morte a cui segue necessariamente la resurrezione.
La vita, la passione, il sacrifico del sangue e la resurrezione del Cristo rappresentano in questo modo tappe reali del cammino dell’iniziato.
In Ezechiele troviamo scritto: “"Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne […] Io darò loro un medesimo cuore, metterò dentro di loro un nuovo spirito, toglierò dal loro corpo il cuore di pietra, e metterò in loro un cuore di carne". Quando lo Spirito Santo compie una rigenerazione è proprio il cuore a esprimere il cambiamento di stato con la confessione di fede in Cristo perché è il cuore rappresenta l’uomo interiore, l’anima dell’uomo da cui necessariamente deve partire il processo di salvezza, come spiegano gli Atti degli Apostoli: “C'era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo”.

La coppa come equivalente simbolico del Cuore di Cristo
La tradizione cristiana ci tramanda quindi una duplice interpretazione: carnale e metaforica, di come andrebbe forse interpretato il Graal: coppa come doppio materiale del simbolo e sostituto simbolico del Cuore di Cristo, con l’accezione ermetica che esso reca necessariamente con sé.
Vediamo come.
Nei geroglifici egizi, infatti, il simbolo che indica il cuore è raffigurato proprio come un “vaso”. Il cuore dell’uomo non è infatti il vaso in cui la sua vita si elabora continuamente con il suo sangue?
Il Graal è infatti la coppa che contiene il sangue di Cristo e lo contiene due volte: dapprima servì all’Ultima Cena, poi esso venne raccolto da Giuseppe d’Arimatea dalla ferita aperta sul costato. In questo senso la coppa si sostituisce al Cuore di Cristo come ricettacolo del suo sangue, ne prende il suo posto e come ci spiega Guénon, ne diviene il suo equivalente simbolico. D’altronde la coppa svolge al pari del cuore stesso un ruolo assai importante in molte tradizioni antiche.
Come coppa è da connettere simbolicamente – come abbiamo visto - al vaso sacro che in Oriente contiene il Soma vedico o l’Haoma mazdeo, prefigurazione dell’eucarestia cristiana. Il contenuto rimanda al segreto dell’immortalità: è una bevanda, sia essa il succo di una pianta o un vino. In entrambi i casi prefigurano il sangue.
Come vaso si collega invece alchemicamente all’athanor all’interno del quale l’alchimista distilla l’elisir di lunga vita – o la pietra filosofale. Anche in questo caso il segreto dell’immortalità, il Graal alchemico, è da intendersi o in forma di bevanda, l’elisir, o di pietra.
Schematicamente come coppa viene rappresentato da un triangolo con la punta capovolta diretta verso il basso. In tal senso rappresenta anche il cuore.

Il Graal come pietra
Questa coppa sarebbe stata intagliata dagli angeli in uno smeraldo staccatosi dalla fronte di Lucifero al momento della sua Caduta. Tale smeraldo richiama in modo sorprendente l’urna, la perla frontale che, nell’iconografia indù, occupa spesso il posto del terzo occhio di Shiva rappresentando anche il senso dell’eternità.
Nella tradizione cristiana il Graal fu affidato ad Adamo nel Paradiso Terrestre ma in seguito alla sua caduta Adamo lo perse non potendolo portare con sé al di fuori dell’Eden. Questo perché il Graal dimora al Centro del Mondo e l’uomo divenuto peccatore non può strapparlo dal Centro. L’uomo, infatti, allontanato dal suo centro originale, il Centro del Mondo identificato nel Paradiso biblico, per sua propria colpa, decade nella sfera temporale. In questo modo non può più contemplare le cose sotto l’aspetto dell’eternità.
Il centro è infatti l’origine, il punto di partenza di tutte le cose: da esso sono prodotte per irradiazione tutte le cose. Il centro è il punto di partenza ma al contempo il punto di arrivo: tutto è derivato dal centro e tutto deve alla fine ritornarvi, un po’ come nella teoria di Origene e Gregorio di Nissa, l’apocatastasi, secondo la quale alla fine dei tempi tutto il creato tornerà in seno a Dio, ergo anche il Diavolo. Nello stoicismo l’apocatastasi simboleggiava il ritorno allo stato originario, il ristabilimento del cosmo, alludendo anche all’Eterno Ritorno. Con i Padri della Chiesa e sotto l’influsso neoplatonico si intese invece alludere al ritorno del creato all’Uno originario e indifferenziato. Secondo Origene alla fine dei tempi avverrà la redenzione universale di tutte le creature che saranno reintegrate nel divino, compresi Satana e la Morte. In tal senso le pene infernali avrebbero solo un senso transitorio, e purificatorio per quanto lunghe. Il disegno finale di Dio non può non comprendere la salvezza del creato. Il disegno salvifico di Dio non può compiersi se anche una sola creatura non può farvi parte. Secondo San Paolo, prima lettera ai Corinzi: “E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti”, (1Corinzi 15, 28).

La pietra oracolare
Sarà il terzogenito di Adamo, Seth, a ottenere il permesso di rientrare nel paradiso terrestre per recuperare il Graal. In questo senso Seth è una prefigurazione del Redentore, in quanto annuncia una restaurazione parziale dell’ordine primordiale che era stato distrutto con la caduta di Adamo. La leggenda non aggiunge però da chi e dove fu conservato fino all’epoca di Gesù.
Dopo la morte di Cristo il Graal fu trasportato, secondo la leggenda, in Gran Bretagna da Giuseppe d’Arimatea e da Nicodemo. Da qua la saga dei Cavalieri della Tavola Rotonda.
Il Graal inteso come pietra recherebbe su di sé delle iscrizioni sacre. Esse sarebbero state tracciate dagli angeli o dal Cristo stesso. Queste iscrizioni di origine non umana appaiono anche in certe circostanze sul lapsit exillis di cui parla von Eschenbach. Per gli alchimisti era una delle designazioni della pietra filosofale. E’ una contrazione fonetica di lapis lapsus ex coelis, la pietra caduta dai cieli, quindi per sua stessa definizione una pietra “in esilio” dalla dimora celeste nella dimora terrestre.
Il lapsit exillis era una pietra parlante o pietra oracolare che invece di emettere suoni parlava attraverso i caratteri in superficie – come lo scudo della tartaruga nelle tradizioni estremo orientali. Come spiega Guénon, è in qualche modo il prototipo degli specchi magici, mentre altri studiosi l’hanno accostata alla Lia Fail, la pietra del destino e della consacrazione dei re d’Irlanda che si accompagna al Calderone del Dagda e alla lancia di Lug.
Nella tradizione biblica abbiamo la coppa di Giuseppe che in questa forma sarebbe una delle forme del Graal. Giuseppe parla infatti in Genesi 44, della sua coppa in cui beve e “per mezzo della quale trae i suoi presagi”.
Fu proprio un altro Giuseppe, D’Arimatea a diventare il custode del Graal. La pietra con la quale Giacobbe consacrò a Betel (Genesi 35, 7: “Qui egli costruì un altare e chiamò quel luogo El Betel”) sarebbe stata la stessa che seguiva gli ebrei nel deserto da cui usciva l’acqua che bevevano (Esodo 17, 6) e che secondo l’interpretazione di San Paolo sarebbe il Cristo stesso ( I Corinzi, X, 4: “tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava e quella roccia era il Cristo). Infatti il Graal è anche considerato il vaso dell’abbondanza. Da qua il collegamento con la bevanda dell’immortalità e l’elisir di vita…

Graal come libro: Gradale
Il Graal è un vaso ma è anche è un libro. In alcune versioni i due modi si trovano a coincidere perché il libro sarebbe l’iscrizione tracciata dal Cristo o da un angelo sulla Coppa – o pietra - stessa. In questo senso si riprende il mito della Tavola di Smeraldo, il testo sapienziale inciso da Ermete Trismegisto in una tavola di smeraldo. L’analogia è corroborata dal fatto che il Graal sarebbe stato intagliato dallo smeraldo che cadde dalla fronte di Lucifero.
Come libro concerne lo stato corrispondente all’effettivo possesso della tradizione a cui allude invece il simbolo del vaso. E’ la tradizione primordiale, lo stato edenico: è colui che è reintegrato nel paradiso in modo che la sua dimora è ormai al centro del mondo.
Da qua il fatto che, dato che nel mondo occidentale lo spirituale assume la forma specificamente religiosa, i veri custodi della terra santa dovevano essere cavalieri ma anche monaci, e questo furono infatti i Templari.

Il Calice è un fiore
Un altro simbolo connesso al Calice è quello floreale.
Il fiore evoca con la sua forma l’idea di ricettacolo. Si parla infatti del calice di un fiore. In Oriente il fiore simbolico per eccellenza è il loto, in Occidente è la rosa a svolgere tale ruolo.
Nell’abbazia di Fontevrault si vede un disegno dove la rosa è collocata ai piedi di una lancia lungo la quale piovono gocce di sangue. E’ la rappresentazione della rugiada celeste che ha una sua prefigurazione nella manna del deserto.
Abbiamo visto brevemente il simbolismo del centro. Certi fiori simbolici come la rosa o il loto in Oriente con il loro sbocciare rappresentano proprio lo sviluppo della manifestazione. Lo sbocciare è infatti un irradiamento intorno al Centro, da qui anche l’assimilazione con il simbolo della ruota. In questo senso nella tradizione indù il Mondo è rappresentato sotto forma di loto al centro del quale si eleva il Meru, la Montagna sacra che simboleggia il Polo.
Nella tradizione occidentale la rosa viene raffigurata con un numero variabile di petali. Mi limiterò a farvi notare a questo proposito che in genere i numeri cinque e sei si riferiscono al microcosmo e macrocosmo, mentre nel simbolismo alchimistico la rosa a cinque petali posta al centro della croce che rappresenta i 4 elementi, è il simbolo della quintessenza.

Dalla lancia di Lug alla lancia Longino
Tra i vari oggetti a cui il Graal viene associato c’è la lancia. Ovviamente si allude di primo acchito alla lancia del centurione Longino che trafisse il costato di Cristo. Dalla ferita a forma di organo femminile, sgorgarono acqua e sangue raccolti da Giuseppe d’Arimatea nella coppa della Cena.
Questa lancia o almeno il suo equivalente esisteva già come complementare della coppa nelle tradizioni anteriori al cristianesimo, come nella mitologia irlandese che ci parla della lancia di Lug come uno dei quattro tesori conservati insieme al calderone del Dagda, la pietra Lia Fail e la Spada di Luce. Alcune versioni del mito tramandano che la lancia di Lug gocciolasse sempre sangue.
Come simbolo la lancia quando è posta verticalmente allude all’Asse del Mondo che si identifica con il Raggio celeste. Da qua le assimilazioni del raggio solare ad armi come la lancia o la freccia. In alcune rappresentazioni gocce di sangue cadono dalla lancia nella coppa: le gocce di sangue sono la rappresentazione delle influenze emanate dal Purusha che evoca il simbolismo vedico del sacrifico del dio all’origine della manifestazione.
Vediamo invece la tradizione greca come assimila la lancia al simbolo floreale che come abbiamo visto evoca l’immagine della coppa. Nel mito greco di Adone – il cui nome significa Signore, quando l’eroe è colpito a morte dal grifo del cinghiale – che qua svolge la funzione della lancia – il suo sangue si sparge per terra e fa nascere un fiore. Fiore come ricettacolo del sangue del Signore che muore come in una forma di sacrificio cruento trafitto da un elemento animale che si sostituisce alla canonica “lancia” o “freccia”. Le gocce di sangue, così come la rugiada celeste dipinta nell’Abbazia di Fontevrault, sono ancora una volta immagini legate idea di rigenerazione e Resurrezione.