mercoledì 20 aprile 2011

SE L'ARCA DELL'ALLEANZA FOSSE IL GRAAL. LA STORIA DI RON WYATT

di Enrica Perucchietti

La “chiamata”
Poche persone hanno suscitato reazioni cosi controverse nel mondo accademico e nell’opinione pubblica come Ron Wyatt. Archeologo dilettante e autodidatta, Wyatt ha dedicato la sua vita alla ricerca delle massime reliquie del mondo ebraico. Gli scavi che lo hanno reso famoso sono stati quelli sul Monte Ararat dove avrebbe rinvenuto i reperti dell’Arca di Noè.
Sostenuto da una fede incrollabile in Dio ha indirizzato le sue ricerche nella direzione che “segnali” da lui ritenuti soprannaturali gli hanno indicato. Non si è fermato di fronte a nulla, neppure davanti alle avversità o al biasimo dei colleghi accademici. L’unica cosa che l’ha fermato è stata la malattia.
Morto di cancro alle ossa nel 2000, fu davvero un personaggio singolare. Infermiere anestesista di Nashville, a un certo punto della sua vita dichiarò di essere stato “chiamato” da un’entità angelica a scoprire alcuni dei misteri dell’Antico Testamento. Sarebbe stata la prima di diverse “visioni” o miracoli che avrebbero costellato la sua esistenza. Semplicemente egli si sentiva “chiamato” a intraprendere una missione, solo indirettamente religiosa. Avrebbe dovuto riportare alla luce i misteri della religione ebraica.
Nelle sue ricerche arrivò a ad affermare di aver identificato il luogo in cui sorsero Sodoma e Gomorra, il punto in cui Mosè ricevette le tavole della Legge sul Sinai, il punto in cui gli ebrei avrebbero oltrepassato il Mar Rosso, il posto esatto della crocifissione, la tomba di Cristo, i dodici altari costruiti da Mosè, la tomba di Abramo, l’Arca di Noè e ovviamente il luogo dove venne nascosta l’Arca dell’Alleanza.
Sicuramente un po’ troppi reperti per essere stati rinvenuti dalla stessa persona nell’arco di una sola vita…
Il suo operato fu discusso e screditato a priori dall’archeologia ufficiale in quanto si trattava di un dilettante autodidatta. Il sapere accademico può essere davvero tremendo con gli “eretici” che arrivano ad abbracciare dottrine alternative bollate come fantastiche, figurarsi un ex infermiere che un bel giorno aveva deciso di calarsi nei panni di Indiana Jones. Allo stesso modo le sue dichiarazioni furono accolte con scetticismo.
Nonostante abbia avuto contro tutto il mondo scientifico, è passato alla storia come uno dei maggiori scopritori di reperti antichi. Molti hanno pensato alla sua mala fede. Non lo ha aiutato avere una moltitudine di seguaci tra gli aderenti di numerose sette pseudo cristiane che allignano negli Stati Uniti.
Ho avuto modo di lavorare con persone fidate che l’hanno conosciuto quando era ancora in vita e che hanno continuato a sentire via mail la moglie e che mi hanno assicurato – lontano da orecchie indiscrete - che magari poteva essere una persona naif, sicuramente originale, che si sentiva chiamata a compiere una missione, ma in buona fede. Non potrei però giurare che queste stesse dichiarazioni private potrebbero essere confermate pubblicamente. A uno studioso “conviene” sempre spalleggiare i colleghi per non finire anch’esso deriso dai più. Sarebbe la sua fine accademica.
Poi esiste una classe limitata di soggetti che antepone il bene comune, il sapere, la verità e dunque il progresso dell’umanità, al plauso dell’ortodossia scientifica, a costo di finire deriso, bollato come “eretico” o come un venditore di miracoli.
Ron Wyatt era uno di questi.

Alla ricerca dell’Arca: la tomba di Gordon
La teoria di Wyatt sull’Arca dell’Alleanza partiva da premesse indubbiamente logiche. L’ultima citazione che ci parla dell’Arca nella Bibbia è quella di Cronache 35,3. Dopo questo passo, abbiamo il Secondo Libro dei Maccabei, che ci racconta come Geremia nascose l’arca: “Il profeta, avvertito da un oracolo, ordinò che la tenda e l’arca lo seguissero, mentre egli si recava al monte sul quale Mosè era salito per contemplare l’eredità di Dio”. Qui ovviamente il testo fa riferimento al Monte Nebo in Giordania, come citato in Deuteronomio 34,1: “Giunto là Geremia trovò un abitacolo a forma di antro; vi introdusse la tenda, l’arca e l’altare dei profumi e ne ostruì l’accesso. Alcuni di quelli che l’avevano seguito, s’avvicinarono per segnare la via; ma non riuscirono a trovarla. Quando Geremia lo seppe, rimproverandogli disse loro: ‘Il luogo resterà ignoto sino a quando Dio avrà radunato la comunità e gli userà misericordia’”. Questo passo di Maccabei sostiene dunque che Geremia salì sul Monte da cui Mosè vide l’eredità del Signore e trovò una grotta nascosta. Questo però non sta a significare necessariamente che la grotta fosse sul monte Nebo, ma semplicemente che dal Nebo si poteva vedere la Grotta dove Geremia nascose la reliquia.
E’ un’interpretazione che ha la sua validità e che forse in futuro potrebbe anche trovare conferma, se solo l’archeologia ortodossa non si facesse inutilmente beffa dei dilettanti come Wyatt. Sono stati infatti molti coloro che hanno accettato questa teoria anche perché sembra più facile cercare una grotta visibile dal Nebo che mettersi a cercare un antro su quella montagna.
Ovviamente Wyatt prese in considerazione il fatto che l’Arca potesse essere stata nascosta prima dell’assedio di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor nel 586 a. C., dato che non risulta che essa sia stata trafugata e portata a Babilonia.
Nelle sue ricerche del luogo Wyatt seguì le indicazioni del Generale Gordon che nel 1882, di ritorno dalla Campagna Cinese, aveva scoperto il sito di una tomba che credeva potesse essere il sepolcro di Cristo. Dalla scoperta di Gordon Wyatt arrivò a identificare la collina adiacente alla tomba come quella del Golgota, proprio come ipotizzato dal Generale.
I padroni del terreno, un arabo e un europeo diedero a Wyatt il permesso di scavare. Il fatto avveniva nel 1979.
Su quel sito, in breve tempo, Wyatt dichiarò di aver trovato una tomba. Gli sembrò addirittura che potesse corrispondere alla descrizione del sepolcro di Cristo, in quanto scavata in una roccia, in un giardino nelle vicinanze della collina. In prossimità del sepolcro, trovò una pietra che copriva un buco squadrato. Vicino a quello ne trovò altri simili che gli parvero scavi fatti per infilarvi le basi delle croci romane, come quelle usate per la Crocifissione. Ritenne dunque di aver individuato i fori delle tre croci della Passione di Gesù.
Un radar che venne utilizzato per analizzare il sottosuolo, gli rivelò la presenza di una vasta grotta sotterranea. Trovò anche una grande pietra circolare, molto pesante, che ritenne potesse essere quella che era stata usata per chiudere il sepolcro. Non cercò di estrarla perché era sepolta in profondità, ma dai rilevamenti sembrava coincidere con le dimensioni dell’apertura della tomba. La pietra non poteva essere rotolata a destra a causa di un’altra pietra che era stata intagliata nella fossa, presumibilmente per arrestarne il movimento.
Riscontrò anche una spaccatura della roccia in prossimità del foro della croce più elevato e concluse che potesse essere stato causato dal terremoto descritto da Matteo 27, 51 quando Cristo morì.
Fra le macerie furono inoltre trovate delle monete, nessuna delle quali risalenti a un periodo posteriore al 130 d. C.

La visione
Dopo circa due anni di ricerche, Wyatt non aveva però ancora trovato tracce dell’Arca. Neppure l’entrata della grotta. Il lavoro quotidiano era estenuante e gli uomini iniziavano a perdere la speranza di venire a capo della missione. Wyatt iniziò ovviamente a essere preoccupato per i permessi e per lo scavo.
Ma ancora una volta fu un intervento esterno, che egli giudicò sovrannaturale, a incoraggiarlo a continuare nelle ricerche.
Un giorno come un altro, Wyatt stava scavando alla base del solco, quando alzò lo sguardo e vide sopra di lui un uomo molto alto che vestiva i classici abiti degli arabi. "Dio ti benedica Ron, per ciò che stai facendo", gli disse l’uomo. "Chi sei? come fai a sapere che cosa sto facendo?", gli chiese meravigliato Wyatt. "Io so tutto", rispose l’arabo. "Vivi qui vicino?", lo incalzò Wyatt. "No" rispose l’uomo. "Come fai a sapere il mio nome? Da dove vieni?", continuò a interrogarlo Wyatt. "Vengo dal Sud Africa e sto andando alla Nuova Gerusalemme, Dio ti benedica" si limitò a concludere lo sconosciuto. Vedendolo andar via Ron balzò su dallo scavo. Raggiungendo la cima del fosso chiese agli altri 2 compagni che stavano scavando in superficie che strada avesse preso l'uomo, ma loro risposero che non avevano visto nessuno nei paraggi. Fu allora che Ron capì di aver conversato con un “angelo”, che gli era stato mandato per incoraggiarlo a proseguire gli scavi.
Con ritrovato entusiasmo continuò la missione che di cui si sentiva incaricato di svolgere.

L’entrata nella grotta
Così facendo trovò una grotta.
Mandò un bambino – il figlio del proprietario arabo del terreno - per lo stretto cunicolo ma quando questi tornò indietro non osò riferirgli che cosa aveva visto. Era pallido e spaventato. Così dovettero allargare il cunicolo in modo che lo stesso Wyatt potesse entrare.
Erano le due del pomeriggio del 6 gennaio 1982. Erano passati quasi quattro anni dall’inizio delle ricerche, tre dagli scavi.
Quando finalmente Ron riuscì ad accedere alla cripta, vide molti cimeli, che ritenne essere appartenuti al Tempio di Salomone. I cimeli erano coperti da pelli. Tra questi la Tavola per la presentazione del pane, il candelabro a sette braccia e una spada gigantesca che pensò potesse essere addirittura quella di Golia!
In un angolo c’era una nicchia in cui vide una cassa d’oro, sul coperchio due cherubini che la proteggevano. Fu certo, in quel momento di essere in presenza dell’Arca. Dall’emozione ebbe un sussulto e perse conoscenza. L’aria rarefatta, la stanchezza, lo shock per essersi trovato dinanzi al reperto più importante della storia ebraica ne causarono lo svenimento.
Rinvenne 45 minuti dopo.
In tutto rimase nella grotta per circa un’ora. Quando uscì raccontò quanto aveva visto e informò le autorità dell’incredibile scoperta.
La notizia ovviamente trapelò in fretta. Avvertito il Direttore del Museo di Antichità, questo accorse sul luogo del ritrovamento, ma urtò la schiena, cadde e fu ricoverato in ospedale per due settimane. Sembrava che una forza potente impedisse ad altri di penetrare nella grotta. Una forza sovrannaturale come quella che causò morti e sciagure al ritrovamento della tomba di Tutankhamon da parte di Carter e Carnavon. La storia della “maledizione” del Faraone è nota. Meno nota la considerazione che certi luoghi “sacri” non possono essere profanati, le “divinità” che vi dimorano – per quanto “antiche” - non gradiscono l’accesso sconsiderato da parte dei profani…

Una nube dorata avvolge l’Arca

Avvisate le autorità, in vista delle implicazioni politiche che la scoperta dell’Arca avrebbe potuto avere, un funzionario avrebbe cercato di proibire la continuazione dei lavori che in effetti vennero presto interdetti per evitare disordini data l’affluenza di curiosi sul luogo dello scavo. La scoperta dell’Arca avrebbe infatti indotto i fedeli a voler ricostruire il terzo Tempio a costo di distruggere il Duomo della Rocca arabo che sorge sul luogo su cui si crede che Abramo fosse stato sul punto di sacrificare Isacco. Ciò avrebbe significato un conflitto tra Israele e l’intero mondo islamico di portata inaudita.
Nel frattempo quel funzionario e un altro curioso che aveva intenzione di rivelare per primo la notizia della scoperta ai giornalisti vennero colti da un malore e trovati misteriosamente morti.
Wyatt scattò diverse fotografie con diverse apparecchiature ma tutti gli scatti dell’arca risultarono offuscati da una misteriosa nube dorata mentre il resto della grotta era ben visibile. Era come se l’Arca volesse impedire al mondo di essere vista. Si utilizzarono diverse apparecchiature, persino una telecamera, ma l’Arca non rimaneva impressa su pellicola.
Il parlamento israeliano costrinse in ogni caso Ron a sigillare l’apertura della grotta e a confonderne l’accesso con arbusti e pietre.

Il sangue sull’Arca

Appena uscito dalla grotta, Wyatt raccontò ai colleghi che nella fenditura sul coperchio dell’Arca aveva visto e toccato una strana sostanza scura che aveva prelevato per farla analizzare.
Si chiedeva perché mai Dio avesse potuto permettere a una sostanza di colare su un oggetto tanto sacro come l’Arca. I campioni analizzati confermarono i dubbi di Wyatt.
Quella sostanza era sangue.
Secondo l’analisi un sangue con una stranissima peculiarità. Invece di 46 cromosomi nel aveva solo 24 di cui 22 autosomi e un cromosoma x e un cromosoma y. Quindi, secondo Wyatt, doveva essere per forza essere sangue di un uomo che non aveva avuto padre umano. Ritenne così che si trattasse del sangue di Gesù Cristo. Che per un vero e proprio miracolo era colato dalla croce sull’Arca.
Ricapitolando.
L’arca si trovava nascosta in una grotta proprio sotto il Golgota in prossimità della tomba dove sarebbe stato sepolto il corpo di Gesù. Al momento della morte di Cristo la terra avrebbe tremato squarciandosi. In questo modo il sangue sarebbe potuto colare dalla ferita del costato, prodotta dalla Lancia di Longino, prima lungo tutta la lunghezza del legno della croce, poi attraverso la fenditura della roccia nella terra fino a depositarsi sull’Arca.
Ora, nessuno ha sottolineato l’importanza simbolica di questo ritrovamento. La scoperta di Wyatt è rimasta inascoltata.
Se effettivamente il sangue di Cristo fosse colato sull’Arca dell’Alleanza ciò andrebbe interpretato come un vero e proprio miracolo: il sangue di Cristo rappresenta il frutto della Nuova Alleanza tra Dio e gli uomini, Alleanza che si ottiene proprio tramite il sacrificio di Gesù. Il sangue che cola sull’Arca – che lo ricordiamo è il simbolo della Vecchia Alleanza – avrebbe segnato il passaggio supremo dalla Vecchia alla Nuova Alleanza, proprio attraverso il sangue che sarebbe poi stato raccolto da Giuseppe d’Arimatea nella coppa che noi tutti conosciamo come Santo Graal.
In realtà, avremmo già una prefigurazione della coppa: è l’Arca stessa che si rivela essere un contenitore. Così il sacrificio di sangue di Gesù sarebbe stato il perfetto sacrificio dell’Agnello di Dio effettuato nel Tempio, ovvero sopra l’Arca dell’Alleanza - secondo i dettami della legge ebraica – contenuta sotto i piedi della Croce. Tutto ciò a insaputa dei romani che non potevano sapere che sopra il luogo della Crocifissione sorgesse la grotta dove Geremia aveva nascosto l’Arca.
Il sangue di nessun animale offerto in sacrificio a Dio poteva infatti lavare via le colpe dei fedeli: era necessario il sangue del Figlio di Dio che prendesse su di sé i peccati dell’umanità e li mondasse attraverso il suo omicidio cruento, come scritto in Ebrei 9: 12, “Tu non hai voluto ne' sacrificio ne' offerta, ma mi hai preparato un corpo, non hai gradito ne' olocausti ne' sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco Io vengo per fare, o Dio, la tua volontà”.
Non solo.
Nel Vecchio Testamento l’Arca custodisce le Tavole della Legge, e proprio il significato supremo della teologia ebraica si esprime nella Legge che Dio dona a Mosè. Supponendo ovviamente che l’Arca sia stata nascosta sotto il luogo della crocifissione di Gesù, il sangue colando sull’arca avrebbe reso l’Arca stessa – contenitore delle Tavole della Legge - un Graal. Un contenitore del sangue simbolo del sacrificio del Figlio di Dio.
Tra l’altro alcuni teologi medioevali assimilavano il Cuore di Cristo all’Arca dell’Alleanza, mentre secondo alcune tradizioni l’Arca avrebbe contenuto al suo interno il Graal che il terzogenito di Adamo, Seth, era riuscito a ritornare in possesso per tramandarlo di padre in figlio in un luogo sicuro.
Dove, forse, riposa ancora. Grazie ai Maestri della Tradizione.

martedì 12 aprile 2011

IL MITO DEL GRAAL TRA SACRIFICIO E NOZZE ALCHEMICHE

di Enrica Perucchietti


Da secoli il mito del Graal evoca un incredibile interesse. Mai un oggetto sacro è stato così cercato, cantato, interpretato: senza in realtà sapere bene di che cosa si tratti al di là della leggenda. Ma il suo fascino deriva proprio da qui: dal mistero in cui è avvolto. Dalle allusioni che il suo simbolismo evoca senza mai rivelarsi completamente. Il Graal è vicino ma al contempo lontano, inafferrabile.
Mai un tema come quello del Graal ha stimolato tanto l’intelletto di filosofi, storici e archeologi e la fantasia di poeti, scrittori e registi. Ma come per altri enigmi altrettanto famosi il destino ha voluto che esso fosse conosciuto quasi esclusivamente per la sua codificazione cristiana come calice dell’Ultima Cena e come coppa che raccolse il sangue del Cristo in croce. L’età contemporanea ha ereditato la funzione di cantore del mito dai cicli cavallereschi e ancor prima dalle saghe celtiche, tramandando la leggenda al grande pubblico attraverso le immagini di un film di Steven Spielberg, Indiana Jones e l’Ultima crociata. Tutto ciò sebbene l’introduttore letterario dell’argomento, Chretien de Troyes, non ci abbia tramandato che cosa realmente contenesse la misteriosa coppa. Da qua il moltiplicarsi di interpretazioni più o meno attendibili: denominatore comune la tradizione cristiana.
Il simbolo del Graal affonda invece le radici nella tradizione primordiale dove è presente e da dove poi si è diffuso nelle varie tradizioni locali come coppa, libro, pietra.

Il simbolo dietro il Graal
Ogni vero simbolo reca infatti in sé molteplici significati che non si possono ridurre a un’unica e univoca interpretazione, e questo fin dalla loro origine, in virtù della “legge di corrispondenza” che lega tutti i mondi o piani di esistenza fra loro.
E il Graal deve essere letto ancora oggi come un simbolo, non come un oggetto meramente fisico: solo in quest’ottica si può comprendere la sua portata evocatrice, salvaguardando il simbolo dal pericolo della degradazione. Ciò non significa però che il simbolo sia soggettivo in base alla molteplicità di significati a cui allude. Il simbolo non è relativo né tantomeno soggettivo. Il simbolo è vivo anche quando sembra ormai appartenere a una cultura remota, dimenticata: esso parla, allude a. Ma ha determinati e specifici significati. Lo scopo del ricercatore o dell’eroe è proprio quello di far parlare il simbolo, di ascoltarlo.
Lo spirito di una determinata cultura quando non riesce più a riconoscere il significato metafisico di un archetipo subisce un’involuzione interpretativa, per cui il simbolo decade e viene interpretato in base a significati sempre più grossolani e deteriori. Questo fenomeno viene riscontrato soprattutto nell’epoca contemporanea e l’eco suscitata dal romanzo di Dan Brown lo rappresenta a pieno: con Brown il Graal perde il suo potere evocativo, il suo infinito rimandare a significati metafisici, decadendo su un piano puramente e unicamente fisico. Il Graal diventa così la “progenie messianica”, il simbolo della discendenza fisica di Gesù. Non è più un simbolo ma anche un oggetto: esso diviene unicamente un’indicazione, la stirpe regale di Gesù.
In questo senso anche una ipotetico matrimonio tra Gesù e la Maddalena, immagine fisica dell’unione tra il Cristo e la Sophia, perde quel significato di nozze mistiche che dalla Tradizione Primordiale si era tramandato fino a noi.
Quello che ancora per gli esoteristi del Novecento era da considerarsi come un matrimonio occulto – ovvero l’assorbimento del principio femminile della Sposa in quello maschile dell’Iniziato - si perde nella ricerca di una linea di discendenza diretta di Gesù che ritroviamo romanzato nel Codice Da Vinci.
Millenni di tradizione spazzati via dal clamore di un romanzo.

Androginia e matrimonio occulto
La figura dell’androgino aveva già subito una fase di decadimento, come aveva evidenziato il massimo storico delle religioni Mircea Eliade nel suo Mefistofele e l’Androgine, mostrando come il Decandentismo avesse scordato gli insegnamenti della filosofia orientale; così per i rappresentanti di questa corrente l’androgino fu concepito solamente “come un ermafrodito nel quale i due sessi coesistono sia dal punto di vista anatomico che fisiologico”. Se nel Romanticismo tedesco, invece, l’androgino divenne sinonimo di “modello dell’uomo perfetto del futuro”, solo con le opere del romanziere austriaco Gustav Meyrink – noto come autore del Golem e del Volto Verde - si poté assistere a un ritorno all’insegnamento della sapienza tradizionale relativa al tema del matrimonio occulto. Solo nel solco di questa via di realizzazione spirituale può essere intesa l’unione di Gesù con la Maddalena, riprendendo l’invito del Cristo contenuto nel Vangelo di Tommaso: “Ecco, io la [Maddalena] trarrò a me in modo da fare anche di lei un maschio, affinché essa possa diventare uno spirito vivo simile a voi maschi. Perché ogni donna che diventerà maschio entrerà nel Regno dei Cieli”.
Dunque non soltanto un annullamento del principio femminile sulla base del mito platonico della caduta nella materia dell’anima divenuta femminile per desiderio passionale, ma un congiungimento dei due principi: “un uomo da solo non può raggiungere questo traguardo [perseguire l’immortalità o perfezione spirituale], ha bisogno di una compagna. Solamente le forze congiunte dell’uomo e della donna rendono possibile l’impresa. Proprio qui sta il senso più profondo del matrimonio, quel senso che l’umanità ha smarrito da millenni”, ricorda il cabalista ebreo Ismael Sephardi nel Volto Verde di Meyrink, illustrando la Via della Vita che conduce alla forma superiore di esistenza dei “viventi”.
L’adepto da solo non è nulla e non può giungere con le sue sole forze al Risveglio. Solo la donna è colei che è in grado di recare aiuto all’uomo. Il compito dell’iniziato non è di sfuggire alla donna, ma di assorbirne il principio femminile, in terra disgiunto da quello maschile. Come ha spiegato infatti Julius Evola in un articolo del 1972, l’idea base è che “l’istinto sessuale […] è la radice della morte”, ma che non bisogna sforzarsi invano di estirparlo come fanno gli asceti; essi “vogliono conquistarsi quella freddezza magica, senza la quale non si può andare al di là della condizione umana, e fuggono perciò la donna. Eppure solo la donna è colei che è in grado di recare loro aiuto”. Il compito dell’uomo non è quindi sfuggire la donna, ma assorbirne il principio femminile, in terra disgiunto da quello maschile, “deve entrare in quest’ultimo e fondersi in uno; solo allora si placheranno tutti gli struggimenti della carne”; solo con questa unione occulta, “che non è priva di pericoli”, si compieranno le nozze alchemiche e si realizzerà quella “freddezza magica che spezza le leggi della terra […] dalla quale sgorga, come dal Nulla, tutto ciò che è in grado di creare il potere dello spirito”.
Gli insegnamenti gnostico-esoterici all’origine delle opere di Meyrink si propongono il ritorno all’unità originaria. La ricercatrice Alessandra Pepe ha interpretato in chiave junghiana il mito dell’androgino come il tentativo di “realizzare la totalità conscia e inconscia della psiche attraverso l’integrazione del proprio Sé”, illustrando, quindi, il tema dell’androginia, consistente nella “conquista del proprio istinto sessuale […] tramite l’unione con il principio femminile presente nell’uomo”, come rivisitazione simbolica del junghiano processo d’individuazione. Così le donne dei romanzi di Meyrink sarebbero personificazioni dell’elemento femminile che l’uomo deve integrare per conseguire l’unità. In questo senso Meyrink, prima ancora di Jung avrebbe compreso il significato simbolico delle “nozze alchemiche”, significato che si cela nelle leggende che ci tramandano un legame nuziale tra Cristo e la Maddalena.

La storicità del Codice da Vinci
In un campo come l’esoterismo che bandisce l’oggettività quantificabile della scienza empirica, una cosa certa è la mancanza assoluta di prove sia storiche sia letterarie riguardanti un fantomatico matrimonio tra Gesù e la Maddalena. Ciò non esclude la possibilità, ma elude il polverone che un romanzo, e si badi bene, soltanto un romanzo e non un saggio, ha sollevato. Si è dimenticato troppo presto che l’astuta pubblicazione di Dan Brown è soltanto un’opera di fantasia, per quanto si riferisca in modo fin troppo evidente a opere saggistiche quali Il Santo Graal di Baigent, Lincoln e Leigh e L’eredità messianica di Sir Gardner.
Una critica del romanzo in questione dovrebbe pertanto spostarsi alle opere che lo hanno ispirato: Dan Brown gioca infatti tra realtà e fantasia come si conviene a un romanziere e i molti dati errati che sono stati inseriti tra le pagine del Codice sono stati accolti per veri e possono fuorviare il lettore meno esperto, ma sono solo il frutto di un’elaborazione fantastica

Le origini del Codice
Ritornando alle tesi che cita implicitamente e che, ricordiamo, gli sono costate un’accusa per plagio, Brown ha dato vita a quello che è stato definito un romanzo sul mistero di Rennes Le Chateau senza Rennes Le Chateau.
Per Lincoln e compagni, infatti, l’abate Sauniere avrebbe trovato il sepolcro di Maria Maddalena con documenti che testimonierebbero la sacra discendenza di Gesù. Ma Brown non nomina mai la piccola località francese anche se il curatore del Louvre trovato morto all’inizio del romanzo si chiama proprio Sauniere…
Non è neppure un’intuizione di Dan Brown l’interpretazione del Graal con coppa-utero, e neppure l’etimologia Sang Real connessa con il sangue reale del Cristo.
Nell’esoterismo classico si ritrova la concezione di San Real come il cuore divino di Cristo, centro dell’essere divino e umano, come vaso “in cui la sua vita si elabora continuamente con il suo sangue”, citando Renè Guènon. Ma in questo senso nasce spontaneo piuttosto il parallelo con l’athanor ermetico: interpretazioni che Brown non prende minimante in considerazione, fermandosi al piano puramente fisico del rapporto tra il Cristo e la Maddalena.
Come prove a sostegno della loro presunta relazione carnale Brown cita solo due debolissimi elementi: che ai tempi di Gesù il celibato era condannato, e un verso del Vangelo apocrifo di Filippo dove si parlerebbe di un presunto bacio sulle labbra. Riguardo al primo punto il celibato non era necessariamente motivo di scandalo in quanto molti predicatori del tempo facevano voto di castità e in definitiva non prova nulla. Sul presunto bacio in bocca, invece, il Vangelo di Filippo non riporta con chiarezza nulla del genere: si parla di “bacio” ma il testo è incompleto e si è soltanto ipotizzato che si potesse tradurre “sulla bocca”. In ogni caso anche questo elemento deve essere contestualizzato: nei primi secoli del Cristianesimo la bocca veniva intesa come la porta dello Spirito e i fedeli si scambiavano il bacio sulle labbra per “trasmettersi” lo Spirito. In questo gesto non c’era alcuna valenza sessuale. E’ infatti attraverso la bocca che gli uomini ricevono il nutrimento spirituale e il bacio d’amore li fa divenire “perfetti” trasmettendo loro il Verbo. Lo stesso Vangelo gnostico di Filippo deve essere interpretato nel contesto d’origine. Di matrice valentiniana, l’autore non si attiene alla dottrina androginica che prescrive l’assorbimento dell’elemento femminile in quello maschile, teorizzando invece un’unione gamica, ossia un matrimonio perfetto, riferendosi in questo senso alla “camera nuziale”, attraverso cui avviene la redenzione. Lo staccarsi di Eva, con la sua creazione, da Adamo, ha infatti scisso l’essenza dell’Anthropos nei due elementi maschile e femminile, provocandone la disgregazione, e dunque la morte. L’equilibrio è stato ristabilito dall’unione perfetta dell’Adamo celeste (Soter) con Sophia: “Per questo motivo è venuto il Cristo: per annullare la separazione che esisteva fin dalle origini e unire di nuovo i due, e per dare la vita a quelli che erano morti nella separazione e unirli”, cita il Vangelo di Filippo. In questo senso la Maddalena è la consorte del Cristo, secondo il parallelo tra Maddalena e Sophia. La Sophia che era sterile, dopo un ravvedimento si è unita con Soter rigenerando gli animi umani destinati al riscatto dalla materia: “La Sophia, che è chiamata sterile, è la madre degli angeli. La consorte di [Cristo è Maria] Maddalena. [Il Signore amava Maddalena] più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla [bocca]. Gli altri discepoli allora gli dissero: - Perché ami lei più di tutti noi? – il Salvatore rispose e disse loro: - Perché non amo voi tutti come lei?”. Proprio l’unione perfetta dei due eoni Sophia e Soter è il motivo del maggior affetto nutrito da Cristo per la Maddalena.

La valenza femminile del Graal
Nella leggenda del Graal non si può però trascurare l’elemento femminile né la valenza sessuale indicata dai simbolismi della lancia e della coppa stessa. La lancia che sanguina rappresenta l’asse del mondo, come vedremo più avanti, ma anche il principio maschile, mentre la coppa rappresenta ovviamente l’elemento femminile che riceve. Come teorizzato da Jesse Weston sarebbe l’unione di questi due principi a ridare al regno del re Pescatore – che è appunto malato – la fecondità e la ricchezza di un tempo.
Come recipiente che dispensa cibo – il Sangue di Cristo – il Graal è stato però interpretato dall’esoterismo classico, come l’utero della Dea Madre, intesa nella sua versione cristiana come la Vergine Maria.
Si badi bene: non la Maddalena.
Il Graal inteso come coppa-utero dà la vita a tutte le creature a patto di essere fecondata: da chi? Dallo Spirito Santo. Il reame del Graal è infatti sterile. Con ciò si può intendere nella sua accezione cristiana l’umanità corrotta dal peccato. Si attende un giovane cavaliere per ridare la fecondità perduta, per rigenerare il reame, per sostituire il vecchio re Pescatore che non è più in grado di garantire fertilità e ricchezza. Il cavaliere eletto è il Messia della tradizione ebraica. E’ il Cristo il cui sangue è stato accolto dalla Dea Madre fecondata dallo Spirito, poi versato in croce come sacrificio per i peccati dell’Uomo e raccolto nella coppa da Giuseppe d’Arimatea dopo la ferita nel costato.
Si noti la circolarità della genesi del simbolo.
L’idea di una progenie fisica di Gesù e della Maddalena non sarebbe altro che una corruzione posteriore di questa interpretazione.
Il Graal, inoltre, è sempre portato di una donna. Ma la portatrice del Graal è spesso descritta come una creatura androgina, come nel racconto di Peredur.
La Quete del Graal è costellata di elementi femminili: essi sostengono il peregrinare iniziatico dell’eroe. Lo studioso Jean Markale sostiene che essa sia “l’immagine della Fata arcaica, o della Dea Madre che procurava ai viaggiatori bevande inebrianti per confrontarli quando si smarrivano nelle terre in capo al mondo, ai limiti di quell’Altro Mondo che, nella tradizione celtica, non è mai in basso o in alto, ma accanto”. Inoltre “sempre grazie a un aspetto di questa Femminilità magica e quasi divina, l’eroe trova alla fine la strada che porta al castello del Graal”. La Cerca è infatti costellata in quasi tutte le sue tappe da donne che rappresentano immagini diverse dello stesso Eterno Femminino.
Non si pensi sia però un’esclusiva dei trovadori in quanto già nell’Epopea di Gilgames troviamo il racconto del peregrinare dell’eroe costellato da figura femminili, Dee e donne umane che aiutano Gilgames nel suo viaggio verso la conquista del segreto dell’immortalità che si rivelerà essere una pianta acquatica. Distrutto dalla morte del compagno di scorribande Enkidu, Gilgames realizza con disperazione di essere mortale e intraprende un lungo viaggio che lo porterà nel Giardino degli Dèi al cospetto di Utnapistim, il Noè babilonese. Egli è infatti l’unico umano a cui gli Dei abbiano rivelato il segreto dell’immortalità che, a sorpresa, decide di condividere con Gilgames.
Nel racconto babilonese assistiamo per la prima volta alla genesi dell’eroe con tutte le prove che la sua iniziazione comporta. Tra esse anche lo scontro con il suo doppio – Enkidu – che ne diviene una sorta di fratello minore e di compagno, la battaglia contro mostri e, infine, l’ultima prova, la ricerca dell’immortalità.
Da notare come a indicare la strada a Gilgames una volta arrivato al Giardino degli Dèi sia Siduri, la “donna della vigna, colei che fa il vino”. Ella vive nel giardino degli Dèi con la coppa d’oro e i tini d’oro “che gli dèi le diedero”: è l’anticipazione femminile del coppiere divino, del Ganimede greco o di Ebe. La coppa riempita della bevanda immortale, sia essa vino o sangue viene custodita da un uomo o da una donna. E’ il coppiere a permettere che la divinità si rigeneri.
Perché?
Forse che gli Dèi abbiano bisogno di qualcosa di “umano” per mantenere la loro immortalità? Questo elemento potrebbe avere qualcosa a che fare con il sangue dell’uomo, con il suo DNA? E’ il coppiere stesso a fornire il “cibo” o “bevanda” dell’immortalità al Dio?
E’ questo il Graal tanto cercato?
E’ forse un segreto che si cela così semplicemente dentro di noi?
In questa direzione sembrerebbe andare l’ufologia contemporanea aperta ad ammettere un intervento di ibridazione esterno nella creazione dell’uomo o più in generale il bisogno di creature ultraterrene o infraterrene – provenienti dal Regno Sotterraneo di Agartha – del sangue umano per potersi rigenerare.
Questa è ovviamente un’interpretazione possibile del Graal. Una. Perché la Tradizione Primordiale ha seminato il nostro cammino verso la conoscenza di indizi ma non della chiave per accedervi. La chiave la dobbiamo trovare dentro di noi.
Forse in tutti i sensi.

La Verità della Queste
Se la Verità è una e coincide con Dio o l’Assoluto, il valore di ogni uomo consiste infatti nella sua ricerca personale, nel perseguimento in-finito della Verità. A ogni cuore, dunque, il suo Graal, a ogni “cavaliere” la sua Queste. Ma il cavaliere deve, una volta ammesso al Castello del Graal, “porre la questione”, necessaria per la restaurazione del regno: l’errore di Parsifal è infatti quello di non chiedere. La funzione della domanda è quella di stabilire un legame tra il mondo umano e quello Altro, divino, del castello del Graal. Non ponendo la domanda necessaria, Parsifal non stabilisce alcun legame e dovrà errare a lungo prima di farvi ritorno. Nel Parzifal di Wolfram von Eschenbach la domanda è unica, fondamentale e non riguarda il Graal: si tratta di chiedere al re di che cosa soffra. In realtà l’eroe pone la domanda quando ha imparato tutto ciò che deve sapere sul Graal, sul re Pescatore e il suo regno. Dopo aver a lungo peregrinato, dopo essersi smarrito e ritrovato, dopo aver sofferto, ma proprio attraverso le imprese e la sofferenza essere rinato. Soprattutto dopo aver trovato lungo la strada molte donne, riflessi dell’Eterno femminino, della Dea Madre cantata da Brown. Così anche il lettore, come il neofita, non deve mai smettere di porsi domande, di interrogarsi, di risalire alle fonti.
Il dubbio, per quanto doloroso, deve divenire universale, deve assurgere a metodo di comprensione filosofica per non rischiare di rimanere intrappolati in interpretazioni errate perché accolte con superficialità.
Non deve mai stupire l’ingenuità della domanda della Queste.
In realtà la risposta, come insegnava Socrate, il cavaliere la porta già con sé. L’iniziazione serve soltanto a permettere alla Verità di sorgere a piena coscienza.
La ricerca del Graal non è altro che una lenta ascensione verso l’illuminazione: “Colui che possiede la conoscenza della verità è un uomo libero” ricorda il Vangelo di Filippo.

Simbolismo della coppa, cuore, libro.
Veniamo ora al simbolismo connesso al Graal.
Il Graal è nell’accezione più comune della tradizione letteraria un vaso, una coppa, da qui la valenza femminile degradata poi in utero. Ma il Graal è al contempo descritto dalla Tradizione Primordiale come un libro e una pietra. Esso ha dunque tre significati, ma l’uno non esclude l’altro, anzi, si compenetrano, affiancandosi al simboli del fiore sacro e della lancia.

Il Graal come vaso: Grasale
Il Graal è un Grasale, un vaso. In questo senso è stato interpretato nell’iconografia e nella letteratura prima cortese e poi sacra come il ricettacolo del sangue di Cristo. E’ il recipiente che raccoglie il vino o sangue di Cristo e che nelle tradizioni pagane precedenti conteneva la bevanda sacra agli dèi: il Soma, l’Haoma, l’Amrita, Fuoco Stellare, l’Ambrosia etc.
Sconcertante il parallelo tra l’Haoma avestico e il sacrifico di Cristo. L’Haoma è una pianta sacra da cui si estrae una bevanda rituale ma il termine indica anche la divinità contenuta nella pianta. Il rito dell’Haoma prevede il sacrificio cruento, ovvero l’uccisione rituale, della divinità contenuta nella pianta attraverso la sua spremitura. Questo rituale produce la bevanda sacra che viene offerta ad altre divinità e assunta dai celebranti per raggiungere l’immortalità. In questo senso il succo della pianta rappresenta il sangue della divinità in essa contenuta. Con il sacrificio rituale il dio Haoma muore e offre il suo succo, ovvero il suo sangue, agli officianti del rituale. E’ la prefigurazione del rito della Messa cristiana.
In questo senso è interessante la corrispondenza con il Cuore che ricorre nell’iconografia cristiana: il Cuore sacro di Cristo che appare in numerose raffigurazioni. Ad esso i fedeli rendono un culto particolare intendendo onorare l’Amore del Messia per gli uomini - di cui il Cuore è ovvio simbolo – e l’organo in quanto tale che lo rende umano ma che lo connette intimamente con il Dio Padre. Nell’Antico Testamento, infatti, sentimenti come amore, paura, coraggio, ira, odio sono attribuiti all’organo cardiaco. In senso lato essi rappresentano le qualità che rendono umana la persona e il cuore raffigura in tal modo la persona stessa e persino l’anima. Cuore e anima sono infatti interscambiabili. Il cuore è infatti il centro dell’attività spirituale, è sede della vita e dei sentimenti che contraddistinguono l’uomo: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, cita il Vangelo di Matteo. Esso è anche sede della coscienza, il centro del controllo delle emozioni e quindi il motore della vita morale.
Se il termine “anima” (“ruach”, spirito, o “nephesh”, anima) viene attribuito anche agli animali (“Poiché la vita della carne è nel sangue” Levitino 17: 11), il “cuore” è relativo soltanto agli uomini. Per questo però il cuore, dopo la Caduta, risulta corrotto e portatore di malvagità: è corrotto dal peccato e va per questo rigenerato, rinnovato. Si noti il significato alchemico del bisogno di rigenerazione del cuore. La trasmutazione si compie soltanto attraverso la purificazione, ma essa necessita di passare per la nigredo, ovvero della prima tappa dell’opera alchemica: la Passione e la morte a cui segue necessariamente la resurrezione.
La vita, la passione, il sacrifico del sangue e la resurrezione del Cristo rappresentano in questo modo tappe reali del cammino dell’iniziato.
In Ezechiele troviamo scritto: “"Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne […] Io darò loro un medesimo cuore, metterò dentro di loro un nuovo spirito, toglierò dal loro corpo il cuore di pietra, e metterò in loro un cuore di carne". Quando lo Spirito Santo compie una rigenerazione è proprio il cuore a esprimere il cambiamento di stato con la confessione di fede in Cristo perché è il cuore rappresenta l’uomo interiore, l’anima dell’uomo da cui necessariamente deve partire il processo di salvezza, come spiegano gli Atti degli Apostoli: “C'era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo”.

La coppa come equivalente simbolico del Cuore di Cristo
La tradizione cristiana ci tramanda quindi una duplice interpretazione: carnale e metaforica, di come andrebbe forse interpretato il Graal: coppa come doppio materiale del simbolo e sostituto simbolico del Cuore di Cristo, con l’accezione ermetica che esso reca necessariamente con sé.
Vediamo come.
Nei geroglifici egizi, infatti, il simbolo che indica il cuore è raffigurato proprio come un “vaso”. Il cuore dell’uomo non è infatti il vaso in cui la sua vita si elabora continuamente con il suo sangue?
Il Graal è infatti la coppa che contiene il sangue di Cristo e lo contiene due volte: dapprima servì all’Ultima Cena, poi esso venne raccolto da Giuseppe d’Arimatea dalla ferita aperta sul costato. In questo senso la coppa si sostituisce al Cuore di Cristo come ricettacolo del suo sangue, ne prende il suo posto e come ci spiega Guénon, ne diviene il suo equivalente simbolico. D’altronde la coppa svolge al pari del cuore stesso un ruolo assai importante in molte tradizioni antiche.
Come coppa è da connettere simbolicamente – come abbiamo visto - al vaso sacro che in Oriente contiene il Soma vedico o l’Haoma mazdeo, prefigurazione dell’eucarestia cristiana. Il contenuto rimanda al segreto dell’immortalità: è una bevanda, sia essa il succo di una pianta o un vino. In entrambi i casi prefigurano il sangue.
Come vaso si collega invece alchemicamente all’athanor all’interno del quale l’alchimista distilla l’elisir di lunga vita – o la pietra filosofale. Anche in questo caso il segreto dell’immortalità, il Graal alchemico, è da intendersi o in forma di bevanda, l’elisir, o di pietra.
Schematicamente come coppa viene rappresentato da un triangolo con la punta capovolta diretta verso il basso. In tal senso rappresenta anche il cuore.

Il Graal come pietra
Questa coppa sarebbe stata intagliata dagli angeli in uno smeraldo staccatosi dalla fronte di Lucifero al momento della sua Caduta. Tale smeraldo richiama in modo sorprendente l’urna, la perla frontale che, nell’iconografia indù, occupa spesso il posto del terzo occhio di Shiva rappresentando anche il senso dell’eternità.
Nella tradizione cristiana il Graal fu affidato ad Adamo nel Paradiso Terrestre ma in seguito alla sua caduta Adamo lo perse non potendolo portare con sé al di fuori dell’Eden. Questo perché il Graal dimora al Centro del Mondo e l’uomo divenuto peccatore non può strapparlo dal Centro. L’uomo, infatti, allontanato dal suo centro originale, il Centro del Mondo identificato nel Paradiso biblico, per sua propria colpa, decade nella sfera temporale. In questo modo non può più contemplare le cose sotto l’aspetto dell’eternità.
Il centro è infatti l’origine, il punto di partenza di tutte le cose: da esso sono prodotte per irradiazione tutte le cose. Il centro è il punto di partenza ma al contempo il punto di arrivo: tutto è derivato dal centro e tutto deve alla fine ritornarvi, un po’ come nella teoria di Origene e Gregorio di Nissa, l’apocatastasi, secondo la quale alla fine dei tempi tutto il creato tornerà in seno a Dio, ergo anche il Diavolo. Nello stoicismo l’apocatastasi simboleggiava il ritorno allo stato originario, il ristabilimento del cosmo, alludendo anche all’Eterno Ritorno. Con i Padri della Chiesa e sotto l’influsso neoplatonico si intese invece alludere al ritorno del creato all’Uno originario e indifferenziato. Secondo Origene alla fine dei tempi avverrà la redenzione universale di tutte le creature che saranno reintegrate nel divino, compresi Satana e la Morte. In tal senso le pene infernali avrebbero solo un senso transitorio, e purificatorio per quanto lunghe. Il disegno finale di Dio non può non comprendere la salvezza del creato. Il disegno salvifico di Dio non può compiersi se anche una sola creatura non può farvi parte. Secondo San Paolo, prima lettera ai Corinzi: “E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti”, (1Corinzi 15, 28).

La pietra oracolare
Sarà il terzogenito di Adamo, Seth, a ottenere il permesso di rientrare nel paradiso terrestre per recuperare il Graal. In questo senso Seth è una prefigurazione del Redentore, in quanto annuncia una restaurazione parziale dell’ordine primordiale che era stato distrutto con la caduta di Adamo. La leggenda non aggiunge però da chi e dove fu conservato fino all’epoca di Gesù.
Dopo la morte di Cristo il Graal fu trasportato, secondo la leggenda, in Gran Bretagna da Giuseppe d’Arimatea e da Nicodemo. Da qua la saga dei Cavalieri della Tavola Rotonda.
Il Graal inteso come pietra recherebbe su di sé delle iscrizioni sacre. Esse sarebbero state tracciate dagli angeli o dal Cristo stesso. Queste iscrizioni di origine non umana appaiono anche in certe circostanze sul lapsit exillis di cui parla von Eschenbach. Per gli alchimisti era una delle designazioni della pietra filosofale. E’ una contrazione fonetica di lapis lapsus ex coelis, la pietra caduta dai cieli, quindi per sua stessa definizione una pietra “in esilio” dalla dimora celeste nella dimora terrestre.
Il lapsit exillis era una pietra parlante o pietra oracolare che invece di emettere suoni parlava attraverso i caratteri in superficie – come lo scudo della tartaruga nelle tradizioni estremo orientali. Come spiega Guénon, è in qualche modo il prototipo degli specchi magici, mentre altri studiosi l’hanno accostata alla Lia Fail, la pietra del destino e della consacrazione dei re d’Irlanda che si accompagna al Calderone del Dagda e alla lancia di Lug.
Nella tradizione biblica abbiamo la coppa di Giuseppe che in questa forma sarebbe una delle forme del Graal. Giuseppe parla infatti in Genesi 44, della sua coppa in cui beve e “per mezzo della quale trae i suoi presagi”.
Fu proprio un altro Giuseppe, D’Arimatea a diventare il custode del Graal. La pietra con la quale Giacobbe consacrò a Betel (Genesi 35, 7: “Qui egli costruì un altare e chiamò quel luogo El Betel”) sarebbe stata la stessa che seguiva gli ebrei nel deserto da cui usciva l’acqua che bevevano (Esodo 17, 6) e che secondo l’interpretazione di San Paolo sarebbe il Cristo stesso ( I Corinzi, X, 4: “tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava e quella roccia era il Cristo). Infatti il Graal è anche considerato il vaso dell’abbondanza. Da qua il collegamento con la bevanda dell’immortalità e l’elisir di vita…

Graal come libro: Gradale
Il Graal è un vaso ma è anche è un libro. In alcune versioni i due modi si trovano a coincidere perché il libro sarebbe l’iscrizione tracciata dal Cristo o da un angelo sulla Coppa – o pietra - stessa. In questo senso si riprende il mito della Tavola di Smeraldo, il testo sapienziale inciso da Ermete Trismegisto in una tavola di smeraldo. L’analogia è corroborata dal fatto che il Graal sarebbe stato intagliato dallo smeraldo che cadde dalla fronte di Lucifero.
Come libro concerne lo stato corrispondente all’effettivo possesso della tradizione a cui allude invece il simbolo del vaso. E’ la tradizione primordiale, lo stato edenico: è colui che è reintegrato nel paradiso in modo che la sua dimora è ormai al centro del mondo.
Da qua il fatto che, dato che nel mondo occidentale lo spirituale assume la forma specificamente religiosa, i veri custodi della terra santa dovevano essere cavalieri ma anche monaci, e questo furono infatti i Templari.

Il Calice è un fiore
Un altro simbolo connesso al Calice è quello floreale.
Il fiore evoca con la sua forma l’idea di ricettacolo. Si parla infatti del calice di un fiore. In Oriente il fiore simbolico per eccellenza è il loto, in Occidente è la rosa a svolgere tale ruolo.
Nell’abbazia di Fontevrault si vede un disegno dove la rosa è collocata ai piedi di una lancia lungo la quale piovono gocce di sangue. E’ la rappresentazione della rugiada celeste che ha una sua prefigurazione nella manna del deserto.
Abbiamo visto brevemente il simbolismo del centro. Certi fiori simbolici come la rosa o il loto in Oriente con il loro sbocciare rappresentano proprio lo sviluppo della manifestazione. Lo sbocciare è infatti un irradiamento intorno al Centro, da qui anche l’assimilazione con il simbolo della ruota. In questo senso nella tradizione indù il Mondo è rappresentato sotto forma di loto al centro del quale si eleva il Meru, la Montagna sacra che simboleggia il Polo.
Nella tradizione occidentale la rosa viene raffigurata con un numero variabile di petali. Mi limiterò a farvi notare a questo proposito che in genere i numeri cinque e sei si riferiscono al microcosmo e macrocosmo, mentre nel simbolismo alchimistico la rosa a cinque petali posta al centro della croce che rappresenta i 4 elementi, è il simbolo della quintessenza.

Dalla lancia di Lug alla lancia Longino
Tra i vari oggetti a cui il Graal viene associato c’è la lancia. Ovviamente si allude di primo acchito alla lancia del centurione Longino che trafisse il costato di Cristo. Dalla ferita a forma di organo femminile, sgorgarono acqua e sangue raccolti da Giuseppe d’Arimatea nella coppa della Cena.
Questa lancia o almeno il suo equivalente esisteva già come complementare della coppa nelle tradizioni anteriori al cristianesimo, come nella mitologia irlandese che ci parla della lancia di Lug come uno dei quattro tesori conservati insieme al calderone del Dagda, la pietra Lia Fail e la Spada di Luce. Alcune versioni del mito tramandano che la lancia di Lug gocciolasse sempre sangue.
Come simbolo la lancia quando è posta verticalmente allude all’Asse del Mondo che si identifica con il Raggio celeste. Da qua le assimilazioni del raggio solare ad armi come la lancia o la freccia. In alcune rappresentazioni gocce di sangue cadono dalla lancia nella coppa: le gocce di sangue sono la rappresentazione delle influenze emanate dal Purusha che evoca il simbolismo vedico del sacrifico del dio all’origine della manifestazione.
Vediamo invece la tradizione greca come assimila la lancia al simbolo floreale che come abbiamo visto evoca l’immagine della coppa. Nel mito greco di Adone – il cui nome significa Signore, quando l’eroe è colpito a morte dal grifo del cinghiale – che qua svolge la funzione della lancia – il suo sangue si sparge per terra e fa nascere un fiore. Fiore come ricettacolo del sangue del Signore che muore come in una forma di sacrificio cruento trafitto da un elemento animale che si sostituisce alla canonica “lancia” o “freccia”. Le gocce di sangue, così come la rugiada celeste dipinta nell’Abbazia di Fontevrault, sono ancora una volta immagini legate idea di rigenerazione e Resurrezione.

domenica 22 agosto 2010

CROP CIRCLES E LA DANZA DEI FAIRY

di Enrica Perucchietti

Luci rosse nel cielo, globi luminosi, terribili apparizioni nell'aria, fievoli chiarori, fuochi splendenti, segni circolari nel terreno, spighe piegate. E ancora miraggi di palazzi nei cieli, diavoli e streghe che danzano in tondo nei loro sabba infernali. Siamo nel Medioevo: l'aria trasuda di figure umane e l'atmosfera sembra tutta un grande sogno, secondo il racconto dell'occultista Eliphas Levi. Le cronache dal VII secolo in avanti narrano di figure umane che si affacciano tra le nubi, marinai celesti che viaggiano su navi con le vele al vento e di eserciti schierati, ma anche della comparsa di luci misteriose e di cerchi nei campi. Ed è proprio sugli antenati dei nostri modernissimi crops che ci soffermeremo.
Chi crede infatti che il fenomeno dei crop circles sia semplicemente una manifestazione fisica legata al tema UFO o alle mutilazioni di animali e che si sia affermato soltanto negli ultimi decenni, si sbaglia di grosso...
Le fotografie e i resoconti di contattisti quali Billy Meier - piuttosto che una visione univoca di ufologi e paleostrauti - hanno spinto a collegare la comparsa dei primi segni sui campi esclusivamente all'atterraggio di astronavi: i segni sul terreno sarebbero prodotti dalle fonti di radiazioni emesse dai dischi volanti al momento del loro atterraggio. Una teoria limitata che spiegherebbe solo le tracce parziali lasciate da alcuni dischi volanti in alcuni campi, non in tutti. Una teoria che ha rallentato lo studio scientifico e filosofico dell'argomento e che non può in ogni caso spiegare la formazione dei pittogrammi più complessi apparsi negli ultimi anni nei campi di tutto il mondo. Un approccio esclusivamente tecnologico del problema non può che produrre risultati limitati e parziali. Solo un approccio multidisciplinare che tenga conto degli studi di fisica, chimica, biologica, ufologia, filosofia, metafisica, ermetismo, antropologia e storia può chiarire uno dei misteri più affascinanti degli ultimi secoli.
E' altrettanto impreciso considerare come il padre di tutti i crop circles quello la cui apparizione è riportata in un documento del 1678, testo ritenuto da molti la prima testimonianza assoluta della formazione di cerchi nel grano. Il manifesto in questione riporta una delle più antiche e ufficiali testimonianze riguardo alla comparsa dei crops, ma non la prima. Perchè, come vedremo, il fenomeno sembra affondare le radici nell'antichite legarsi a filo doppio alla spiritualità degli antichi popoli e all'interferenza sul nostro piano dimensionale di entità provenienti da altre dimensioni.
Forse è bene che si riveda il nostro modo di pensare la realtà. Dallo spiritualismo filosofico di Berkeley, Fichte e Bergson, alle teorie dei multiversi della fisica quantistica e agli studi sugli stati alterati della coscienza da parte della neuropsichiatria, le altre dimensioni non ci sono mai sembrate così vicine nello spazio e nel tempo, comprese in un ventaglio che comprende infinite alternative, infiniti mondi. Passato, presente e futuro ripiegati in un sol punto. Infinite realtà infinite entità per ognuna di esse. Quasi una matrioska contenente infiniti labirinti di un infinito numero di specchi. Non solo alieni dunque, ma anche esseri spirituali, viaggiatori ultradimensionali che dal Medioevo all'epoca Vittoriana si mostravano agli umani in forma di fate, elfi, folletti, jinn, streghe e diavoli e che seguendo una forma di evoluzionismo, si sarebbero modificati di pari passo con la nostra cultura, apparendoci ora, in un'epoca tecnologica, per lo pisotto forma di orbs, sfere di luce, flotillas. La nostra realtà compenetrata da altri infiniti mondi? Le entità dimensionali possono accedere tramite dei varchi al nostro piano di esistenza alzando o abbassando le loro frequenze energetiche? E queste creature che da sempre sembrano accompagnare la storia dell'Uomo, assumono forse aspetti diversi a secondo del grado e del tipo di cultura delle persone a cui si manifestano?
Torniamo al manifesto del 1678, The mowing devil, or strange news out of Hartfordshire. Il diavolo mietitore racconta di un ricco proprietario terriero che respinge la richiesta di aumento di ricompensa del bracciante che gli doveva mietere il campo. La richiesta fu respinta con un'imprecazione: "Che lo mieta il diavolo, allora!". Quella stessa notte accadde che il campo di avena prese a rilucere quasi fosse stato avvolto da un grande incendio, il giorno dopo il raccolto apparve così perfettamente mietuto da far pensare ad un'opera del diavolo o di qualche altro spirito infernale in quanto nessun mortale sarebbe stato in grado di produrre qualcosa del simile. Ad affiancare il testo già abbastanza esplicito, un'incisione che raffigura il diavolo con una falce in mano, circondato dalle spighe mietute e adagiate a terra in vari cerchi concentrici. Ma non solo.
A uno sguardo piattento l'entitsembra fluttuare in aria senza toccare il terreno, proprio come raccontano le cronache riguardo alle danze di fate, elfi, folletti e altre creature del Popolo Fatato …
Ma facciamo un passo indietro.
Esattamente un anno prima della stesura del manifesto lo scienziato inglese Robert Plot suggerì che le impronte sui campi, al tempo non ancora complesse, per lo picircolari, quadrate o esagonali, fossero l'effetto di correnti di vapore originate nelle parti alte dell'atmosfera. Cia indicare che il fenomeno all'epoca era ben conosciuto e non sporadico e che anche gli scienziati si interrogavano con meno scetticismo di oggi sulle cause. Allora non si erano ancora coinvolti vecchietti truffatori o ricci in amore per spiegare l'origine del problema. Lo spirito dei tempi portava semmai a richiamare la superstizione e l'operato degli spiriti piuttosto che altrettanto fantasiose tesi da scientismo di deriva. Fu solo a partire dagli anni '20 dello scorso secolo che le autoritiniziarono a incolpare ignoti vandali di lasciare le misteriose impronte nei campi.
Prima di soffermarci a parlare della danza dei Fairy e dei Cerchi Fatati bene ricordare la presenza dei crops non solo nei campi di grano o avena ma anche nella sabbia, nel ghiaccio. Poco noti i Foresti Rings canadesi e i Fairy Circles in Namibia che interessano quelle zone tutt'oggi, al punto che l'ente canadese Ontario Geological Survey li utilizza per pianificare ricerche minerarie mirate, avendone intuito la portata scientifica aldildel messaggio simbolico che essi portano con s
Il disegno circolare evoca subito le strutture megalitiche utilizzate anche in tempi moderni per meditazione e rituali sciamanici proprio per la loro presenza in terreni energetici lungo specifiche linee di forza e per il simbolo e la sacralitche il cerchio richiama da sempre.
Ed inoltre attorno al cerchio, disegnato, improvvisato, o megalitico che sia, che avvenivano fin dagli albori le danze, i rituali sciamanici, le evocazioni degli spiriti: più in generale i riti che permettevano di accedere agli altri mondi e al sacerdote o sciamano di cadere in trance ed entrare in contatto con gli spiriti. Ma anche i monumenti funerari avevano spesso la forma circolare, essendo il cerchio il simbolo per eccellenza del tempo non lineare e dunque dell'eterno ritorno: il sacro che si manifesta con la vita, morte, resurrezione secondo il tempo circolare, il ciclo della natura. Da qui il simbolo dell'oroboros, il serpente che si morde la coda.
Ma nei millenni sono riscontrabili indizi indiretti che lasciano ipotizzare che il fenomeno dei crops fosse noto anche nell'antichit A partire dai Rotoli di Qmran che nel racconto della nascita di Noriportano dell'apparizione di un marchio sull'orzo e sulle lenticchie...
Si deve risalire indietro nei secoli fino al V-VI secolo per trovare la descrizione di piccoli demoni, creature dall'aspetto umano ma dalla pelle nera, oppure grinzosa: emettono grugniti infernali, scendono dal cielo da una nube nera e ballano in maniera devastante, da qui il termine sabba infernale. I testimoni che assistono o partecipano a questi sabba parlano di segni circolari lasciati nei campi di grano al loro passaggio. Le piccole creature vengono presto assimilate al Maligno e alle Streghe.
Due secoli dopo, nel 840 d. C. troviamo la descrizione dell'abitudine dei sacerdoti pagani di evocare i Magoniani, spiriti ultraterreni dell'aria, per scatenare tempeste e procurare danni ai raccolti, tra cui appunto l'appiattimento del grano: "abbiamo visto e sentito molti uomini piombati in così grande stupidità e sprofondati in tali abissi di follia, da credere che esita una regione ben definita, che chiamano Magonia, dove battelli navigano nelle nubi per portare in quel luogo i frutti della terra che la grandine e le tempeste hanno distrutto; e che i marinai pagano compensi agli stregoni della burrasca e a loro volta ricevono grano e altri prodotti". A parlarne l'arcivescovo di Lione Agobardo nel suo Contra insulsam vulgi opinionem de grandine et tonitruis. La sua descrizione dei Silfi, abitanti di Magonia, venne ripresa nel 1670 dall'abate Nicolas Pierre de Motfaucon ma avrebbe ispirato soprattutto il capolavoro dell'ufologo Jacques Valleè Passport to Magonia.
Ma a partire dal XVI secolo e proprio con il menzionato scienziato Robert Plot che si trovano i primi documenti che accertano il fenomeno dell'apparizione di cerchi e altre figure geometriche nei campi d'erba. Ma non solo. Se Plot da buon scienziato ricorre alla tesi di flussi d'aria discensionali, egli riporta anche il racconto di avvistamenti di creature simili a uomini e donne visti danzare all'interno di un cerchio di erba schiacciata, convalidando la credenza diffusa della 泥danza del Popolo Fatato, Fairy Da qui racconti, leggende, cronache ma anche dipinti e incisioni della cosiddetta danza dei Fairy che si radica nella cultura anglosassone fino in epoca moderna dove, la danza di piccoli esseri si mescola e si confonde sempre piad apparizioni di luci nel cielo, di sfere luminose, meteore ed UFO.
Ma la madre degli studi scientifici del fenomeno crop circles risale al 1880 per mano del meteorologo John Rand Capron che sulla rivista Nature pubblica nel numero 22 del 29 luglio 1880 un articolo in cui analizza le diverse formazioni inspiegabili di forma circolare apparse quello stesso anno in diversi campi inglesi. Ancora una volta sono i vortici di vento la spiegazione piplausibile.
La genesi dei moderni crops, come oggi li conosciamo, potrebbe risalire agli anni Venti: negli Stati Uniti la polizia fu costretta a emettere delle ordinanze contro atti vandalici commessi da sconosciuti nei campi di grano. Da qui in poi, in tutto il mondo, si raccolgono sempre pitestimonianze di proprietari terrieri che denunciano la comparsa misteriosa, dalla sera alla mattina di disegni circolari, pittogrammi, simboli geometrici nei loro campi. I testimoni che hanno la (s)fortuna di assistere alla formazione improvvisa dei pittogrammi nei campi parlano di un vortice di vento e detriti sul luogo della formazione e della comparsa successiva dei segni con le spighe piegate come da una forza misteriosa. Ad anticipare la formazione un fischio o un ronzio metallico. Tutto confermerebbe la teoria dei vortici almeno per le formazioni primitive e più semplici, non fosse per un dettaglio da molti studiosi sottovalutato, o semplicemente ignorato: la Danza dei Fairy.
Apparentemente nulla collegherebbe i racconti fantastici della cosiddetta danza del Popolo Fatato ai crops. Se in epoca moderna il fenomeno si associa semmai alla comparsa di sfere di luce senzienti, a esseri di luce che sembrano interagire con il nostro piano di realte comunicare con noi attraverso sempre piarticolati pittogrammi, addirittura ad astronavi e a mutilazione del bestiame, fino a qualche anno fa il ricordo e la descrizione di danze di fate, elfi e folletti sembrava la causa della formazione dei cerchi nel terreno. Soprattutto tra la gente comune abituata a quello strano fenomeno. Non solo. La danza di queste creature potrebbe essere una tecnica per aprire o tenere aperti dei portali dimensionali in modo da accedere al nostro piano di esistenza. In che modo?
Va a Janet Bord il merito di aver riportato alla ribalta il tema della Danza dei Fairy. La scrittrice ci ha lasciato un'enorme quantitdi trascrizioni di avvistamenti reali, racconti, fiabe risalenti al Medioevo. Le descrizioni ricorrono con similitudini tali da apparire impressionanti. Il leit motiv vede uno o più malcapitati di passaggio per campi o boschi imbattersi in un gruppo di strane creature impegnate in danze in cerchio: si tengono per mano, sono piccoli, nè uomini, nè donne, nè bambini, stranamente abbigliati. Spesso sembrano luminosi e indistinti, quasi i loro corpi fossero inesistenti.
All'elemento ludico della danza si associa così il fascino esercitato sugli uomini che si fermano incantati a osservare il fenomeno e che spesso finiscono, se invitati, a partecipare al connubio, facendosi trascinare nel cerchio magico, dove il tempo trascorre in modo diverso: ad alcuni minuti corrispondono ore, giorni, anni, addirittura secoli. Da qui il racconto di ignari contadini o forestieri che abbandonate le danze tornano a casa ma si ritrovano con orrore sbalzati anni e anni dopo il giorno in cui tutto iniziato. Con disperazione si rendono conto di essere stati ingannati, di aver perso tutto, casa, amici, parenti, coniugi. Da questi racconti emerge una diversa concezione del missing time rispetto alla casistica delle moderne abduction dove il tempo mancante in genere riguarda poche ore, al massimo alcuni giorni. I rapporti con i Fairy portavano allora a una dilatazione del tempo diversa da quella che consegue oggi a un rapimento alieno.
Ma non tutti i Fairy avvicinano gli uomini o gradiscono essere interrotti nelle loro danze. Molte testimonianze riferiscono di eccessi d'ira di queste creature che aggrediscono i malcapitati che si fanno scoprire ad osservarle: nel 1750, nel Denbighshire, Edward Williams racconta di essersi imbattuto in un gruppo di... "esseri nè uomini nè donne nè bambini, che danzavano con grande vivacità". Alla vista dell'intruso gli esseri si precipitano verso di lui facendolo scappare terrorizzato. In Francia questo genere di Fairy danzanti sono chiamati kornigan o corrigan. Danzano in cerchio tenendosi per mano ma scompaiono al minimo rumore. L'indomani rimangono segni circolari sul terreno...
Da ciò emerge l'idea che queste entitnon siano impegnate in una comune danza. Che sia una forma di rituale, come ha suggerito Graham Hancock, riprendendo le ricerche di Janet Bord?
La danza del Piccolo Popolo può avere un significato ben preciso che va oltre il lato ludico del ballo?

Gli avvistamenti continuano ben oltre l'Epoca Vittoriana. Nel 1945 J. Foot White e un amico, attraversando la campagna del Dorset si imbattono in un gruppo composto da una ventina di esserini che ballano con le mani unite e sollevate verso il cielo. Alla presenza dei due uomini scompaiono nel nulla. Si continua così con sovrapposizioni progressive di avvistamenti di Ufo sempre pifrequenti con il passare del tempo, finchi Fairy sembrano sparire dai boschi, dai cieli e dalla memoria collettiva per cedere il passo a ben più tecnologiche astronavi, orbs, alieni più consoni alla modernità.

Ora a danzare nei nostri cieli, sui boschi, sui campi di grano sono le sfere di luce. Ma sempre l'elemento della danza circolare, armonica e fluttuante a contraddistinguere il fenomeno delle apparizioni dei crops. I cerchi nel grano sono solo una conseguenza accidentale del passaggio di queste entito sono il reale obiettivo di orbs e folletti? I simboli sempre piarticolati che troviamo incisi sul terreno sono una forma di comunicazione rivolta a noi, alla Natura, o un linguaggio segreto comprensibile solo ad altre entità?
Perchi Fairy prima, le orbs ora, amano cosla danza, fluttuare nel cielo senza direzione precisa?
L'amano e basta, come suggeriva Janet Bord? Oppure la danza una tecnica, uno strumento per qualcosa di specifico? Puessere un mezzo per aprire degli stargates, delle porte tra la loro e la nostra dimensione lungo specifiche linee di forza? E' forse un modo per attivare, aprire dei portali dimensionali?

Una volta erano i folletti, demoni o streghe che utilizzavano i Cerchi fatati o Cerchi nell'erba dovuti alla crescita particolare di funghi sotto la superficie del terreno come luogo per i loro incontri. Nel Cinquecento il vescovo Olaf Magnus attribuiva i cerchi nel grano e nell'erba alla danza degli elfi che con i loro movimenti lasciano dei segni così profondi nel terreno che l'erba non cresce, bruciata da un calore tremendo Radiazioni prodotte dalle loro danze? Oggi sono le sfere di luce a piegare le spighe, a creare i pittogrammi sempre pibelli, evoluti, complessi, simbolici.

La danza in sè- che sia di fate, folletti, alieni o sfere, con i movimenti vigorosi, veloci, energici, ritmati, costanti e soprattutto circolari, come le danze sciamaniche che permettono di cadere in trance e accedere a stati di coscienza alterati - potrebbe essere interpretata come una vera e propria tecnica di entitspirituali o semplicemente multidimensionali per comunicare con noi entrando attraverso un processo energetico nel nostro piano di esistenza. Coscome gli sciamani potrebbero aver appreso dagli spiriti la tecnica della danza ritmata per cadere in trance ed entrare in contatto privilegiato con loro anche senza l'uso di sostanze psicotrope...
C'era una volta uno spirito, poi una fata, un folletto, un alieno; infine una sfera di luce. Più neutra, meno elaborata. Più adatta all'uomo moderno che non ha tempo per visioni, misticismi, superstizioni. Che pur sempre alzare gli occhi al cielo e confonderla con un fulmine globulare o un satellite. Non accorgersi semmai di qualche minuto mancante. Abbiamo fretta, troppa fretta, non possiamo seguire il Bianconiglio nella tana, intanto meno unirci alle danze di esseri che non esistono nella nostra epoca.
Ma dietro la forma diversa, la stessa sostanza.
Nei nostri occhi la stessa causa, infiniti fenomeni.
Dietro la maschera l'inganno.
Ancora una volta l'eterno ritorno.

domenica 6 settembre 2009

UN BABY ALIENO IN TRAPPOLA

di Enrica Perucchietti e Paolo Battistel


Le immagini ormai sono passate nei telegiornali e negli speciali di mezzo mondo. I Format messicani che hanno battuto in lungo e largo i luoghi dell’evento riportano la notizia come “il mistero del terzo millennio”... I cuccioli degli alieni scorrazzano liberamente per il nostro mondo?
Ci troviamo veramente di fronte ad una scoperta di tale portata? O si tratta dell’ennesima bufala? Una montatura per screditare ancora una volta il campo dell’ufologia agli occhi delle masse? Può essere invece la prova dell’esistenza sulla terra di una razza proveniente da un altro pianeta o da un’altra dimensione? Oppure il frutto di un esperimento genetico di laboratorio? E se fosse un ibrido umano-rettiliano? O, ancora, un anello mancante dell’evoluzione? Prima di scomodare David Icke e John Rhodes, cerchiamo di mettere ordine ai fatti che in questi ultimi giorni sembra che abbiano assunto una piega inimmaginabile...

Trappola per Topi...
In Messico, nella città di Toluca, nota al grande pubblico per i continui avvistamenti ufo, si è verificato un singolare incontro del terzo tipo.
Il giorno 11 maggio del 2007, Marao Lopez, proprietario di una fattoria nella zona rurale ai margini della città, stava andando a verificare se durante la notte le trappole, messe per i ratti che infestano la regione, fossero scattate quando si rese conto che su una era rimasta imprigionata una creatura di tutt’altro genere. Si trattava di un essere umanoide alto all’incirca 30 centimetri che emetteva dei forti urli striduli.
Il signor Lopez pare sia rimasto molto impressionato dalla cosa, tanto che decise di imbalsamare quella creatura tanto insolita. L’uomo per non rovinarne il corpo tentò a più riprese di affogarla ma la creatura parve non soffrire particolarmente la cosa. Il fattore riferì poi che la sua preda riusciva a respirare come un anfibio. Dopo altri inconcludenti tentativi l’essere venne ucciso e imbalsamato per la personale bacheca dell’uomo.
Il mistero “degno di un thriller esoterico” si infittisce qualche mese più tardi quando l’uomo viene trovato morto dentro la sua auto carbonizzata. Secondo alcune perizie svolte qualche mese più tardi da Joshua P. Warren, un ufologo piuttosto noto nel panorama americano, l’auto con il povero malcapitato all’interno avrebbe bruciato ad una temperatura molto superiore a di quella di una semplice combustione. I sospetti di un omicidio dai tratti fantascientifici inizia così a circolare.
Una morte simile si trasformò in una efficace cassa di risonanza per il Segreto dell’agricoltore e presto giunsero nella fattoria dei Lopez ricercatori da tutto il Messico per studiare il caso. Sottoposta a continue pressioni la vedova Lopez accettò di vendere lo strano cimelio del marito. La creaturina imbalsamata fu ceduta a un’equipe di ufologi messicani tra i quali il famoso Jaime Maussan. La storia è stata così divulgata come la conosciamo noi proprio da questo esperto ufologo cinquantaseienne, pronto a scommettere tutta la sua carriera sull’autenticità del corpo. L’uomo sostiene inoltre che Lopez aveva riferito a familiari e amici che quand’era sopraggiunto nella zona delle trappole un’altra creatura, identica a quella imprigionata, era fuggita via svanendo tra la vegetazione.
Nei mesi successivi il corpo dell’essere fu sottoposto a una serie di perizie incrociate da specialisti di differenti campi, un patologo, un antropologo, un odontologista e un perito forense.
Il corpo riferì agli studiosi numerose risposte: in primo luogo ci si accorse che si aveva di fronte un carnivoro, con sviluppati incisivi adatti a strappare la carne ma privi di alcun tipo di radice, ma ciò che più sconvolse il nucleo di ricercatori giunse dai risultati dell’analisi condotta dal dott. Jesus Higuera a capo del Dipartimento Radiologico dell’Istituto di Nutrizione Messicano, che asserì con totale certezza che «Non si tratta di un Primate».
Dai primi risultati delle analisi condotte presso i laboratori dell’Università di Città del Messico, il dna della creatura non sarebbe riconducibile al dna di nessuna creatura vivente… Prima di balzare dalla sedia e in attesa della prova scientifica definitiva che sveli la vera identità della creatura, le analisi morfologiche dell’essere parlano da sé.
Quello che è stato definito dai più il “Baby Alieno” presenta infatti una conformazione scheletrica che sintetizza tratti umanoidi e quelli di un vero e proprio rettile, senza dimenticare la capacità respiratoria dimostrata dall’essere sott’acqua. Un ibrido umano-anfibio capace di camminare eretto sulla terra ma di sopravvivere anche per lungo tempo in acqua?
Il cranio è forse il tratto fisico che più lo distanzia dalle conformazioni dalle altre specie terrestri avendo la parte posteriore di questo particolarmente sviluppata e allungata, sintomo secondo gli specialisti di un’intelligenza acuta.
Probabilmente siamo vicini all’epilogo del nostro thriller. Il corpo del Baby Alieno si trova ora in Spagna, a Granada, dove in un centro specializzato si sta cercando di risalire con certezza al DNA dell’essere dopo che numerosi tentativi di questo genere non sono ancora riusciti a sciogliere l’arcano. Anche se i risultati di Città del Messico fanno ben sperare…

Un’onda inarrestabile...
La vicenda è ora giunta in Italia e, diffusa attraverso il servizio di Studio Aperto dell’1 Settembre, ha fatto capolino in Europa soprattutto grazie al servizio confezionato dall’emittente tedesca Bild che ha seguito nei giorni scorsi il clamore che il ritrovamento aveva fatto negli stati ispanici.
Attraverso le correnti del web e della tv la notizia ha ormai una portata mondiale anche se la sua attendibilità ha messo le testate giornalistiche nazionali in una posa di relativo scetticismo. Il passato ha insegnato a proceder con calma. L’entusiasmo iniziale e i proclami autenticità per il filmato dell’autopsia aliena Santilli, il video di divulgato da Victor dell’interrogatorio di un’EBE sopravvissuta a un UFO Crash, le molteplici carcasse di chupacabras rinvenute a Elmendorf e Cuero in Texas rivelatesi poi dei falsi, gli svariati avvistamenti del Mothman o del Ropen in Papua Nuova Guinea, solo per fare qualche esempio, hanno sollevato più dubbi che certezze. Almeno negli scettici. Senza fornire ancora alla dottrina dell’ufologia risposte conclusive.
Singolare risalto ha avuto anche in Romania dove nei network nazionali si era dato grande spazio nei mesi scorsi al dibattito sugli scheletri di dimensioni gigantesche ritrovati vicino ai monti Bucegi (vedi Fenix e Xtimes di Luglio). Il canale Antena 1 ha trasmesso nei giorni scorsi un lungo speciale sul Baby Alieno che ha tenuto incollato alla sedia per ore i telespettatori ancora scossi dalle rivelazioni precedenti.
In questi giorni la notizia sembra stia passando anche in Oriente dove Cina e Giappone paiono pronte ad assumere il ruolo di potenti ripetitori per quell’area.

Rettiliani, venusiani, chupacabras e anfibi
Proprio nel regno del Sol Levante le dichiarazioni di Myuki, la moglie del primo ministro Yukio Hatoyama su un presunto rapimento alieno hanno avuto grande risonanza. Per quanto riguarda non i Venusiani protagonisti dell’abduction della first lady, ma dei rettiliani, il Giappone vanta nel campo mitologico leggende inerenti il mostro Tsuchinoko, essere dalle sembianze di serpente lungo tra i 30 e gli 80 cm. Ma sono il Ryu, essere per metà rettiliano per l’altra umanoide e il popolo mitologico dei Kappa, creature anfibie umanoidi, a ricordare di più per le loro caratteristiche fisiche la creatura messicana. E se il pensiero in campo mitologico corre subito ai Naga indiani o ai Puck della mitologia anglosassone, c’è da ricordare che in America i nativi Hopi si tramandano racconti sull’esistenza di una razza di uomini rettile che vivrebbe sottoterra e chiamati Sheti o “Fratelli Serpente”. E ancora, se le testimonianze relative al famigerato chupacabras lo descrivono dall’aspetto simile a un canide, sono molti i testimoni che hanno descritto l’essere dalle fattezze invece simili a quelle di un rettile umanoide. Nel campo dell’ufologia i racconti di addotti relativi alle specie rettiliane o ibride riferiscono in genere di creature imponenti dall’altezza superiore alla media se non addirittura oltre i 2 metri, siano essi provenienti da Orione, Zeta Reticuli, Bellatrix o Alpha Draconis (a parte gli alieni rettiliani dalla testa sottile e allungata e la pelle grigio-chiara autori del presunto rapimento dell’agente di polizia Herbert Schirmer nel 1967 ad Ashland in Nebraska, descritti sotto ipnosi di media altezza, intorno ai 1,4 metri). Nella casistica delle razze rettiliane c’è però da distinguere quella dei cosiddetti piccoli anfibi, dotati della capacità di respirare sott’acqua proprio come il piccolo alieno messicano, e a cui apparterrebbero alcune creature sui 90 cm viste da Betty Andreasson durante alcune delle sue ripetute abductions.

Un precedente sugli Urali
E’ stato il ricercatore del GUFOA Zaza Edilashvill a rendere noto al mondo 13 anni fa il rinvenimento di una creatura simile al bebè alieno messicano. Nel villaggio di Kashtim, sui monti Urali, nell’agosto del 1996 un’anziana signora trovò in fin di vita un essere minuscolo dalle fattezze ibride. Pensando che fosse un neonato malformato lo portò a casa per curarlo, ma dopo appena due settimane di attenzioni la donna si ammalò misteriosamente e fu ricoverata d’urgenza in ospedale dove morì poco dopo. Anche l’essere abbandonato a se stesso non sopravvisse. La morte della piccola EBE segnò l’inizio del mistero. Lungo appena 21 cm e pesante circa mezzo chilo, il corpo venne ripreso dalla polizia di Kashtim con una videocamera VHS. In seguito il cadavere in custodia presso la polizia sarebbe passato nelle mani del KGB. Da allora se ne sono perse le tracce. Nessuna analisi, nessun riscontro scientifico. Solo di recente l’emittente georgiana, la TBU, ha reso pubbliche le immagini girate dalla polizia alimentando dubbi, paure e fantasie.

L’alieno di Portorico
Un altro caso simile di ritrovamento/uccisione di una piccola creatura mostruosa risale al 1979 ed è noto come l’xfiles dell’“Alieno di Portorico”. A rendere pubblico il caso fu l’ufologo Jorge Martin che raccontò di due ragazzi che si erano imbattuti in un gruppo di piccole creature nei dintorni di una caverna di Tetas de Cavy. Allo stupore dei due amici seguì la repentina aggressione da parte di uno degli esseri che afferrò il piede di uno dei due ragazzi. Ad avere la peggio fu proprio il piccolo aggressore che finì con il cranio fracassato da un bastone. Raccolto il cadavere della creatura e dispersi gli altri mostriciattoli nel buio delle caverne, i due amici scapparono e una volta a casa misero il corpo in contenitore pieno di alcool che poi portarono da Wito Morales impresario di pompe funebri. Quest’ultimo lo travasò in un barattolo contenente formalina per evitarne la decomposizione. Il barattolo venne affidato alla custodia di Osvaldo Santiago, ufficiale della Polizia locale, che, dopo aver indagato sull’aggressione ai danni dei due giovani e alla conseguente uccisione dell’essere, lo aveva trattenuto come prova dell’indagine. Dubbioso sull’origine della creatura Santiago interpellò un chimico forense, il dottor Calixto Perez che dichiarò che il corpo non poteva essere quello di un feto: il cranio troppo sproporzionato rispetto al corpo, l’assenza di naso e orecchie di tipo umano, gli occhi a mandorla grandi e incavati come quelli di un gatto, la bocca senza labbra né denti e le braccia molto lunghe lo portavano a pensare a un’entità extraterrestre!
La creatura aveva inoltre le mani palmate con 4 dita terminanti con lunghi artigli e la pelle lucida e verdastra. Per non parlare della pelle grinzosa come quella di un vecchio. Altro che feto! Le conclusioni del chimico non avrebbero però potuto avere riscontro nelle analisi di laboratorio perché due uomini presentatisi come membri della Nasa requisirono il barattolo con il piccolo corpo, di cui rimangono solo alcune foto scattate dal principale della moglie di Osvaldo Santiago.

giovedì 6 agosto 2009

UFO SU TORINO

di Enrica Perucchietti

Una sfera sullo Stadio Olimpico
“Erano circa le 23.00 di mercoledì sera, 5 agosto. Una serata limpida, senza nuvole. Afosa. Ero sul balcone di casa immerso in una conversazione telefonica quando all’improvviso ho notato in cielo una luce farsi sempre più nitida e vicina. Ho capito chiaramente che non poteva essere né una stella, né tanto meno un aereo a causa della sua traiettoria irregolare, a scatti. Focalizzando meglio lo sguardo ho visto che era una sfera di colore arancione. Il globo si è avvicinato verso casa mia seguendo una strana orbita a zig zag e, facendosi più nitido, ha sostato per un paio di minuti nel vuoto, come in sospensione, poi è ripartito con una accelerazione verso l’alto, in direzione di Stupinigi. Mi ha dato l’impressione che fosse un corpo di luce senziente, sicuramente non un oggetto metallico. Quasi come se esso stesso, o qualcosa al suo interno, stesse osservando qualcuno o meglio, interagendo con l’ambiente circostante. Mi ha dato l’impressione che mi stesse spiando”. A raccontare con la voce rotta dall’inquietudine l’ultimo avvistamento sui cieli di Torino è un testimone residente in periferia, di fronte allo Stadio Olimpico. Il suo è soltanto l’ennesimo avvistamento nel capoluogo piemontese, scenario, a partire da maggio di molteplici segnalazioni di Ufo nei cieli. Che, tranne in quest’ultimo caso, sembrano prediligere la zona della movida torinese e le ore serali, intorno alle 23.00. Quasi a volersi rendere ben visibili al maggior numero di gente possibile. Chi conosce Torino sa che per far meglio potrebbero palesarsi soltanto in pieno giorno.

A maggio arrivano le Flotillas
Tutto ha avuto inizio sabato 2 maggio, quando decine di torinesi si sono ritrovati in Corso Casale con il naso all’insù e un’espressione sbalordita sul volto ad ammirare le straordinarie evoluzioni di cinque oggetti luminosi nei cieli sopra la collina di Superga. Uno di loro ha avuto la prontezza di afferrare il cellulare e girare un filmato che ora sta facendo il giro del mondo e dividendo il popolo di Internet per la nitidezza delle sue immagini. Le iniziali risate e battute degli amici a cui fa seguito un crescendo di tensione e meraviglia sembrano testimoniare la veridicità del girato. Un avvistamento che precede di un mese il più eclatante caso di Ufo nei cieli di Bari, seguito da avvistamenti a Milano e Napoli, e che sembrerebbe confermare come il fenomeno delle flotillas, tipicamente sudamericano, si stia radicando anche nel nostro Paese. Con sempre maggiori testimoni come è successo negli ultimi anni in India. Sbarcato in Italia poco più di un anno fa, il fenomeno si è diffuso a macchia di leopardo, concentrandosi però nel periodo estivo su Torino e Napoli. Forse non tutti ricordano che, teatro dei primi avvistamenti estivi, è stato il meridione con le segnalazioni di massa avvenute a Bari e Taranto. In questo caso ne parlarono (stranamente) anche i giornali e il TGCOM, forse “costretti” a dare la notizia dalla risonanza che ebbe l’episodio, non senza il solito piglio sarcastico e scientista tipico dei media cresciuti a pane e CICAP. Decine di persone ,allarmate per l’ipotetica caduta di un aereo o di un corpo celeste, presero d’assalto il centralino dei vigili del fuoco e dei carabinieri per chiedere che cosa fossero quelle sfere di luce che viravano dal bianco all’arancione e che schizzavano da un capo all’altro della città con velocità inusuale. Avvistamenti ufologici e incontri ravvicinati in Puglia si documentano a partire dal 1910. Ben duecento da allora sino a oggi. Negli ultimi due anni i dischi volanti si sono conquistati addirittura le prime pagine dei giornali. Già la scorsa estate poco prima della notte di San Lorenzo, la località di Polignano era stata teatro di avvistamenti di "palle opalescenti" nel cielo notturno seguite da strani cerchi comparsi nei campi di grano a Monteiasi, vicino a Taranto. Quest’anno è stata invece la volta dei soli globi luminosi che hanno incendiato prima il cielo tra Bari e la costiera salentina intorno alle 20,30 di venerdì 12 giugno, per poi riapparire il 15 sera sul cielo di Taranto. Decine gli avvistamenti liquidati come sempre dagli “esperti” come una pioggia di meteoriti che avrebbe interessato tutto il Mezzogiorno. Chissà se la pioggia di meteoriti è la causa anche dei crop circle nei campi di Monteiasi dell’anno scorso, o se l’origine dei graffiti sia da ricercare più semplicemente nei soliti burloni o nei ricci in amore…
Torino: avvistamenti di massa
Tornando a Torino, il caso del 2 maggio oltre che a segnare uno spartiacque nella fenomenologia estiva, ha una caratteristica ben precisa: i testimoni sono decine di persone tutte concordi nel descrivere quello che hanno visto e potuto filmare: “strane luci di colore arancione che avevano un’intermittenza particolare e seguivano strane orbite”. Liquidata la possibilità che si possa trattare di evoluzioni serali di aerei civili o militari in libera uscita, rimane insoluto l’enigma sulle orbs taurinensi. Decine le persone che hanno assistito allo spettacolo da un capo all’altro della città, dalla collina fino a Pino Torinese. Un altro gruppo, formato da una decina di persone, si è fermato a guardare “una sola sfera che transitava in direzione sud proveniente da nord, all’inizio sembrava un normale aereo. A questa si sono aggiunte altre 4 sfere giallo-arancioni che seguivano la stessa direzione. Erano sparse, poi una si è messa da parte e le altre si sono messe quasi in fila, spesso si incrociavano e si scambiavano tra loro”. Nonostante le foto e le riprese con i telefonini, la notizia ha sonnecchiato eludendo astutamente televisione e quotidiani, e sopravvivendo solamente in rete. L’evento, però, si è ripetuto dopo due settimane. Dando così vita a un passaparola che ha portato il popolo di internet a domandarsi che cosa stesse, o meglio, stia accadendo nei cieli di Torino. Perché la città magica per eccellenza, aristocratica e un po’ snob, amante dell’occultismo, dell’alchimia, della magia, ma per questo refrattaria alla più “popolare” ufologia, sia diventata provvisoriamente meta turistica delle sfere luminose.

Torino: gli Ufo amano la movida
Il 17 maggio altre decine di testimoni hanno potuto scorgere nei cieli di Torino nella centralissima Piazza Vittorio, pochi minuti dopo mezzanotte, uno spettacolo di luci del tutto particolare. Anche in questo caso tra i testimoni non è mancato chi ha sfoderato l’immancabile cellulare per riprendere la coreografia delle sfere luminose. Nel filmato si notano chiaramente sei sfere muoversi con traiettoria irregolare sopra i tetti di Piazza Vittorio dove ogni sabato si riuniscono migliaia di giovani per trascorrere la serata nei locali della movida. Non solo Murazzi, casa del sindaco Chiamparino, locali alla moda, ora Piazza Vittorio è anche meta di pellegrinaggio degli Ufo. Il popolo della notte incuriosito dalla notizia passa il tempo con il naso all’insù invece che affogato nei cocktail. Altro che psicosi da alieno, Torino sembra soffrire dell’euforia per gli avvistamenti scaccia-noia del sabato sera. Il 25 luglio, infine, è un ragazzo dal suo balcone a riprendere prima le evoluzioni notturne di un’unica sfera arancione a cui si vengono ad aggiungere altri due globi luminosi in direzione di Superga. Ancora una volta l’episodio viene registrato alle 23.00. Da segnalare un misterioso lampo di luce azzurra che sembra accompagnare l’evoluzione della prima sfera (o scaturire da essa) e che colpisce un palazzo, squarciando un cielo terso di nuvole…
Flotillas tra Musinè e Vesuvio
E qui sembra che le flotillas nostrane ci abbiano preso gusto e abbiano deciso non solo di non abbandonare più lo stivale, ma di stabilizzarsi saldamente in Piemonte. Nel campo aereo compreso tra la Gran Madre e la collina di Superga. Nulla a che fare con il Musinè, almeno per questa volta. Gli avvistamenti sono continuati a giugno per subire una virata tanto eccezionale quanto incredibile negli ultimi giorni di luglio e nei primi giorni di agosto. Il fenomeno Ufo sui cieli di Torino avrebbe dell’eccezionale se non fosse che qualcosa di simile sta accadendo anche a Napoli. Se in Piemonte però, le autorità preferiscono tacere e lasciare che l’accaduto si sgonfi, in Campania le sfere di luce sono state prese più sul serio e inseguite addirittura da due caccia militari nel cielo di Pozzuoli.
Le sfere in questione avrebbero sorvolato nella notte del 13 giugno anche il cielo di Milano nel quartiere San Leonardo, e Barona. Anche questa volta un residente ha ripreso tutto con la telecamera e il girato è stato inviato al Reparto generale sicurezza dell’Aeronautica Militare a Roma, all’interno del quale dal 1975 esiste una squadra che raccoglie le segnalazioni. Gli uffici dell’Aeronautica hanno ricevuto anche un secondo video risalente al 21 giugno scorso, che riguarda invece un’apparizione a Giuliano, ancora in provincia di Napoli, in località Varcaturo: alle 21.30 appaiono nel cielo sette oggetti luminosi che procedono lentamente in linea retta. Se quest’ultimo avvistamento sembra rientrare negli episodi di massa che stanno scuotendo il territorio campano e che sono sotto stretto controllo militare, nel caso segnalato a Milano, le luci apparse intorno alle 21.45, restano per ora un fenomeno inspiegabile: nessun ente ha infatti segnalato la presenza di movimenti di aerei o perturbazioni in grado di spiegare le apparizioni luminose. L’alone di mistero rimane anche per l’Aeronautica Militare che però, all’ipotesi “alieni” tenta di gettare acqua sul fuoco ricordando che: “nessuno può dire che siano extraterrestri. Ci limitiamo ad affermare che sono oggetti non identificati”. Almeno, questa volta, ci hanno risparmiato la pioggia di meteoriti o l’uscita fuori orbita di qualche pallone sonda! Che già, senza sbottonarsi, va preso come un passo da giganti.

venerdì 22 maggio 2009

MOSE', SOMMO SACERDOTE E MAGO EGIZIANO

di Enrica Perucchietti

Secondo la tradizione biblica Mosè morì nel paese di Moab sul monte Nebo all’età di 120 anni. Fu sepolto nella valle ma “nessuno fino a oggi ha saputo dove sia la sua tomba”. Una leggenda ebraica racconta che il profeta si rifiutava di morire perché non riusciva ad accettare la misteriosa punizione divina che gli avrebbe impedito di metter piede nella Terra Promessa, a causa di un unico peccato commesso a Meriba (che la Bibbia non specifica). Egli pregò il suo Dio che almeno le sue ossa, come quelle di Giuseppe, potessero essere condotte oltre il Giordano. Irremovibile, Jahvè ordinò agli angeli di scendere, uno dopo l’altro, per prendere l’anima del ribelle, ma nessuno ci riuscì, fino a che il Signore fu costretto a scendere su di lui e a sottrargli l’anima con un bacio. Queste le parole sul Mosè mitico, metastorico. Qualsiasi ricerca sulla figura storica del profeta si muove invece in un oceano di supposizioni, di tesi scientifiche e di ipotesi azzardate che abbracciano i più svariati campi del sapere. Egittologi, teologi, psicologi, critici e romanzieri si sono occupati e appassionati alla sua figura che, nonostante la densa quantità di studi, appare più mitica che storicamente certa. C’è addirittura chi ha dubitato dell’esistenza di un singolo Mosè, proponendo come Reick, sulla scia freudiana, l’esistenza di ben tre Mosè. Che siano stati uno, due o tre Mosè, il mistero vincerà gli sforzi di svelarne l’identità.

Il faraone dell’esodo
Nonostante i pareri discordi tra gli egittologi, l’esodo biblico può forse collocarsi durante il regno di Ramses ii, al più tardi sotto il regno del figlio, Merenptah. Se la presenza degli ebrei, chiamati apiru dagli antichi egizi, è attestata già sotto Thutmosis iii, con l’avvento di Ramses ii le notizie si fanno più dettagliate. Ma nessuna fonte egiziana parla di un’uscita degli ebrei dall’Egitto! Ciò potrebbe essere spiegato con il fatto che l’esodo, o gli esodi come alcuni storici ritengono più appropriato, non sarebbero stati avvenimenti rilevanti per gli Egiziani. Grazie alle fonti storiche siamo in grado di fissare dei confini temporali nella nostra ricerca: il soggiorno degli ebrei nel deserto per quarant’anni (sempre che in questo caso, come in altri episodi biblici, il numero 40 non sia prettamente simbolico…) e la presa di Gerico che, avvenuta dopo la morte di Mosè, fissa come limite ante quem l’anno 1250. Nelle parole bibliche che attestano l’educazione di Mosè a corte e la sua adozione regale, però, lo studioso Andrè Neher ha identificato la figlia del faraone con la regina Hatshepsut, figlia di Thutmosis i, anticipando così la data dell’esodo. Il salvataggio di un bambino ebreo, fatto unico nel suo genere, troverebbe unica ragion d’essere se collocato all’epoca di Hatshepsut. Prima, infatti, gli ebrei erano considerati soltanto come schiavi-operai. Mosè sarebbe divenuto il pupilllo della regina ma, alla morte di costei, e con l’avvento di Thutmosis iii, il nostro condottiero sarebbe stato costretto alla fuga.

La tradizione esoterica: Eliphas Levi
L’occultista Eliphas Levi, nell’introduzione alla sua Storia della Magia, ha ricondotto le origini della magia alla scienza di Abramo, Mosè, Orfeo, Confucio e Zoroastro. “I dogmi della magia”, scrive, “sono stati scolpiti sulle tavole di pietra da Enoch e Trismegisto. Mosè le ha epurate e rieccole, è il senso della parola rivelare. Ha dato loro un nuovo velo quando ha fatto della santa Cabala l’esclusiva eredità del popolo d’Israele e il segreto inviolabile dei suoi sacerdoti, i misteri di Eleusi e di Tebe ne hanno conservato tra le nazioni qualche simbolo già alterato, la cui chiave misteriosa si perdeva tra gli strumenti di una superstizione sempre crescente”. E’ proprio in Egitto che la magia si completa come “scienza universale” e si formula come “perfetto dogma”. Levi ci ricorda che nulla eguaglia la saggezza incisa sulle tavole smeraldine di Ermete. L’Egitto è considerato la culla delle scienze e della saggezza; come rileva Levi, “esso riveste con immagini, se non più ricche, almeno più esatte e più pure di quelle dell’India, l’antico dogma del primo Zoroastro. L’arte sacerdotale e l’arte reale vi hanno formulato degli adepti con l’iniziazione”. Come si inserisce in tutto questo Mosè? Un’allegoria biblica ci introduce nel significato occulto della sua figura: l’Esodo riporta la spoliazione degli Egiziani da parte degli ebrei. Per Levi Mosè che incita il suo popolo a portar via i “sacri vasi”, l’oro e l’argento degli egiziani, simboleggia l’iniziazione a cui Mosè era stato sottoposto e il sapere che con la fuga dall’Egitto il profeta recava con sé: “Questi vasi sacri sono i segreti della scienza egiziana che Mosè aveva appreso alla corte del Faraone. Lungi da noi l’idea di attribuire alla magia i miracoli di quest’uomo ispirato da Dio; ma la stessa Bibbia ci insegna che […] i maghi del Faraone […] prima di tutto compirono con la loro arte delle meraviglie simili alle sue. Così trasformarono legni in serpenti, e dei serpenti in legni, cosa che può essere spiegata con gioco di prestigio o ipnosi. Trasformando l’acqua in sangue, fecero apparire all’improvviso una grande quantità di rane, ma non riuscirono a portare né mosche né altri parassiti […] Mosè trionfò e condusse gli Ebrei fuori dalla terra di schiavitù”. Qui, secondo Levi, si staglia però lo “scoglio dell’esoterismo”. Levi spiega che i cabalisti temono l’idolatria e la figura umana che attribuiscono a Dio è da considerarsi in forma meramente “geroglifica”, ossia simbolica. Ricordiamo che nel sistema esoterico di Levi la “vera scienza”, ossia la cabala o “tradizione dei figli di Seth” era stata portata da Abramo dalla Caldea e introdotta da Giuseppe, figlio di Giacobbe e Rachele, al sacerdozio egizio, infine raccolta ed epurata da Mosè e occultata sotto simboli e allegorie nei testi biblici, fino alla rivelazione finale a San Giovanni. L’esodo era l’indice che la vera scienza si stava perdendo in Egitto, perché i sacerdoti si facevano irretire dall’idolatria, pericolo che Mosè volle evitare costringendo il popolo ebraico alla fuga nel deserto. Mosè si rese conto che l’unico modo per salvaguardare le tradizioni sacre era di “creare” un popolo e di condurlo lontano dalla contaminazione dell’idolatria che imperava in Egitto. Mosè condusse il suo popolo nel deserto e proibì severamente il culto delle immagini. Ma durante il soggiorno sul Sinai il popolo si preoccupò non vedendolo tornare e chiese al fratello di Mosè, Aronne, di costruire un vitello d’oro da adorare. Nonostante gli ammonimenti e l’isolamento, i ricordi del dio egizio Api seguivano il popolo anche nel deserto. “Tuttavia”, conclude Levi, “Mosè non ha voluto lasciare nell’oblio i sacri geroglifici, e li ha santificati al culto epurato del vero Dio”. Gli strumenti sacri e cultuali del santuario, infatti, non erano altro che simboli della “rivelazione primitiva”.

Hosarsiph, sacerdote di Osiride
Il teosofo e drammaturgo francese E. Schurè ci ricorda nei Grandi Iniziati che il primo nome di Mosè, riportato da Manetone, era Hosarsiph. Questi era figlio di una sorella di Ramses ii e cugino di Merenpath, figlio e successore del faraone. Ma per Schurè Mosè era innanzitutto “il figlio del tempio, poiché era cresciuto fra le sue colonne”. Come attestato anche da Strabone e Manetone, egli sarebbe stato “votato” dalla madre fin dall’adolescenza al culto di Iside e Osiride. Così, come il filosofo Clemente d’Alessandria, Schurè credeva che Mosè fosse profondamente iniziato all’antica scienza egizia, in quanto senza di essa l’opera mosaica sarebbe incomprensibile…
Le origini
Giuseppe Flavio, nelle sue Antichità degli ebrei che si basano su fonti perdute, ricostruisce i 400 anni di schiavitù degli ebrei in Egitto, dal 1650 al 1250 a. C. circa. La nascita di Mosè fu predetta da un “sacro scriba” egiziano che informò il faraone che stava per sorgere “uno che, diventato adulto, avrebbe messo in ombra la sovranità degli egizi e che avrebbe sorpassato tutti gli uomini per virtù, acquistandosi fama eterna”. Il faraone, per scongiurare l’adempimento dell’oracolo, ordinò che tutti i bambini maschi degli ebrei fossero gettati nel Nilo. Il futuro padre di Mosè, Amram, si preoccupò avendo scoperto che la moglie era in attesa di un figlio, ma Dio gli apparve in sogno per rassicurarlo. Non possiamo dimenticare che la radice del nome Mosè è di origine egiziana, derivando dalla parola egizia moses che significa “figlio, fanciullo”, formula abbreviata che ritroviamo nei nomi di faraoni quali Thut-mosis (“figlio di Thot”), Ramses (Ra-Moses “figlio di Ra”), etc. e non dalla radice ebraica mashah che significa “trarre fuori”, da cui erroneamente mosheh “salvato dalle acque”. Ciò è stato addotto come prova alla tesi freudiana secondo la quale Mosè in realtà sarebbe stato un condottiero egiziano altolocato che solo la leggenda giudaica posteriore avrebbe reso di origine ebraica, mentre la tribù di Levi a cui, secondo la Bibbia, apparteneva, sarebbe stato il suo gruppo di fedeli accompagnatori, formato appunto da scribi e servitori leviti. La tradizione avrebbe alterato i fatti facendo di Mosè un levita. Inoltre, la storia del bambino tratto in salvo dalle acque non può non ricordare una serie di leggende e miti di re ed eroi salvati dalle acque, primo fra tutti Sargon re di Accad (2300 a. C. circa!). Questo modello “mitico” lo ritroviamo anche nel poema Mahabharata in cui l’eroe indiano Karna, nato dall’amore tra Surja, il dio Sole, e una principessa vergine, viene affidato alla corrente: un carrettiere lo trova e, insieme alla moglie, lo alleva. Del resto anche Romolo e Remo, figli del dio Marte, sono stati abbandonati dalla madre, la sacerdotessa Rea Silvia, nelle acque di un fiume. Questo tema ricorrente serve a legittimare il protagonista di una storia attraverso la sua particolare origine. La differenza della vicenda di Mosè dagli altri racconti consiste nel fatto che in genere in tutti i miti che riportano l’abbandono dell’eroe bambino, i protagonisti, Sargon, Ghilgamesh, Horus (nascosto dalla madre Iside tra le piantagioni di papiri per sfuggire alla persecuzione del malvagio zio Seth), Edipo, Perseo, Paride, Ercole, Romolo e Remo, Ciro etc. sono sempre figli di origine aristocratica e la loro nobile origine viene rivelata alla fine per legittimare il protagonista attraverso, appunto, la sua particolare origine. Con Mosè, invece, il meccanismo s’inceppa. Come ha notato Freud, è l’esatto contrario: la famiglia d’origine è modesta, anzi, nella Bibbia non vengono neppure riportati i nomi dei genitori. Essi compaiono soltanto in fonti generazionali supplementari e in testi apocrifi. Il ribaltamento della regola ha fatto riflettere Freud, portandolo a ipotizzare che Mosè, come personaggio storico non poteva che essere egiziano, un nobile, e “deve essere stata la favola a farlo diventare ebreo”.

L’educazione a corte
Il filosofo greco giudaico Filone, contemporaneo di Gesù, ci ha lasciato un utilissimo resoconto su ciò che Mosè imparò a corte: “Aritmetica, geometria, la scienza del metro, ritmo e armonia, gli furono insegnate dai più colti tra gli egiziani. Essi lo istruirono inoltre nella filosofia tradotta in simboli che si trova nelle cosiddette iscrizioni sacre”. Inoltre apprese dagli abitanti dei paesi vicini “le lettere assire e la scienza caldea dei corpi celesti”. Mosè potè approfondire lo studio dell’astrologia presso la stessa corte egiziana. Secondo Schurè, Mosè venne costretto da Ramses all’iniziazione sacerdotale per timore che il giovane aspirasse al trono. L’importante funzione di “scriba sacro del tempio di Osiride” allontanava dal trono ma comprendeva “la simbolica sotto tutte le sue forme, la cosmografia e l’astronomia”. L’istruzione presso il santuario lo avvicinava inoltre all’arca d’oro “che precedeva il pontefice nelle grandi cerimonie” e che racchiudeva “i dieci libri più segreti del tempio, che trattavano di magia e di teurgia”. Sia Giuseppe Flavio sia Filone riportano che secondo la tradizione Mosè, adottato a pieno titolo dalla famiglia reale, sarebbe stato considerato per lungo tempo come il legittimo successore al trono. Questa designazione, o gli intrighi di Ramses in favore del figlio Merenptah, gli permisero di essere iniziato ai più arcani segreti magici e sacerdotali, ovvero a uno speciale corso di studi che avrebbe dovuto includere le scienze occulte, comprese negromanzia e divinazione. Anche secondo lo storico e linguista vittoriano sir E. A. Wallis Budge, Mosè “aveva studiato i diversi rami della magia egiziana” e come ci ricorda l’egittologo e romanziere francese C. Jacq “tutti i faraoni erano maghi come parte integrante della loro carica”. Alla luce delle interpretazioni di questi autori si deve leggere l’affermazione biblica che descrive Mosè come “potente nelle parole e negli atti”, nonostante fosse carente nell’arte oratoria a causa di un problema di balbuzie: il potere dell’espressione indicava, infatti, la capacità di pronunciare formule magiche. Secondo Wallis Budge Mosè sarebbe stato a conoscenza della “corretta pronuncia” di formule magiche, così come la dea Iside era famosa per la sua perfezione di pronuncia degli incantesimi magici, e pertanto in grado, come ci ricorda G. Hancock, di “modificare la realtà e di superare le leggi della fisica alterando il normale ordine delle cose”, arrivando a compiere azioni che agli occhi dei non iniziati non potevano che apparire come prodigi.

Aton e il tetragramma sacro
Come ha giustamente rilevato Hancock, il mistero del nome sacro divino “Jahvè” affonda le proprie origini nella tradizione magica egiziana. Il nome Jahvè deriva dal tetragramma YHWH, trascrizione latina delle iniziali ebraiche della formula basata sul verbo essere “Io sono colui che sono”, che dovrebbe significare che Dio è il solo veramente esistente. Il nome divino ritenuto impronunciabile viene sostituito durante la lettura dei testi ebraici dal termine Adonai, “Signore”, termine che, per la notevole somiglianza linguistica, alcuni studiosi hanno associato non solo ad “Adonis”, divinità fenicia, ma anche al nome egizio Aton, il dio del culto “monoteistico” del faraone Akhenaton. Nel 1922, infatti, due linguisti, H. Bauer e P. Leander, dichiararono che Adonai non era una parola semitica, ma un prestito “presemitico” di provenienza ignota. Questa scoperta avallò la supposizione che tra Adonai e Aton vi fosse qualcosa di più che una casuale affinità fonetica. I seguaci di Freud poterono così ipotizzare che il nome di Aton, divinità messa al bando dai sacerdoti di Amon dopo la morte del faraone eretico Akhenaton, fosse entrata nella lingua ebraica sotto mentite spoglie con il significato di “Signore”, ma con riferimento a una divinità, anch’essa unica e assoluta.

La magia dei nomi
Durante l’apparizione nel roveto ardente, Mosè chiede a Jahvè il suo nome. Come spiegato da J. Frazer nel Ramo d’oro, lo scopo reale della domanda va ricondotto alla figura di Mosè come mago. Infatti, ogni mago egiziano “credeva che colui che possedeva il vero nome, possedeva anche la vera essenza del dio o dell’uomo, e poteva costringere persino una divinità a obbedirgli come uno schiavo obbedisce al padrone. Perciò l’arte del mago consisteva nell’ottenere dagli deì la rivelazione dei loro sacri nomi, ed egli non lasciava nulla di intentato per raggiungere questo obiettivo”. Vedendo in Mosè un sacerdote-mago si spiega il motivo della sua domanda alla quale però trova come risposta l’enigmatica formula rituale “Io sono colui che sono”. La divinità che gli si è rivelata conosce e pronuncia il nome di Mosè, mentre quest’ultimo non sa il nome dell’entità. Tenta quindi di carpire il vero nome divino, ossia la sua identità, per potersi sottrarre ai suoi comandi, ma non riesce ad ottenerlo e, dovendosi riconoscere sconfitto, non può che sottomettersi al suo volere e divenirne umile servitore e profeta. Da quel momento tutti i suoi poteri sarebbero derivati soltanto dall’onnipotenza divina, e per questo riuscì a soverchiare la potenza dei maghi di corte, il cui potere derivava soltanto dalla tradizione iniziatica.

Magia egizia
Dobbiamo infatti ricordare che le prime piaghe facevano parte della tradizione magica egiziana e proprio i maghi di corte, su invito del faraone imitarono le gesta “miracolose” di Mosè e Aronne mutando prima i bastoni in serpenti, poi l’acqua del Nilo in sangue (“ma i maghi d’Egitto con le loro magie operarono la stessa cosa”) e facendo uscire una moltitudine di rane dalle acque del Nilo. Soltanto alla quarta piaga, quella delle zanzare, i maghi tentarono di compiere “la stessa cosa con le loro magie, per produrre zanzare, ma non riuscirono”. Allora i maghi, ammessa la sconfitta, riconobbero nelle gesta di Mosè “il dito di Dio”. Ma non è solo la Bibbia ad attestare una connessione tra la tradizione magica egiziana e gli incantesimi operati da Mosè e Aronne. La trasformazione del bastone magico in serpente che avviene per la prima volta al momento della rivelazione divina nel roveto ardente, era una magia tipica dei maghi egiziani ed è per questo che il prodigio non impressiona per nulla il faraone che incita i maghi e incantatori di corte a imitare l’incantesimo. Come ci ricorda ancora Wallis Budge, fin dall’antichità i sacerdoti egizi vantavano un controllo occulto sui rettili velenosi e tutti i maghi possedevano meravigliosi bastoni d’ebano come quello di Mosè. J. Böhme ha invece insistito sull’equazione volontà-iniziazione. La volontà, che coincide con la libertà, suscitata dall’iniziazione e ispirata da Dio può condurre a compiere qualsiasi prodigio: “la Volontà che va risolutamente avanti, è la fede; essa modella la sua forma in spirito, e sottomette a sé tutto; per suo mezzo un’anima riceve il potere d’influire su un’altra, di penetrarla nelle sue più intime essenze. Quand’essa agisce con Dio, può rovesciare le montagne, spezzare le rocce […] può operare tutti i prodigi, comandare i cieli, il mare, incatenare la morte stessa; tutto le è sottomesso”.

Il Papiro Westcar
I sacerdoti egiziani si vantavano inoltre di saper controllare le acque. Così il papiro Westcar riporta una storia risalente alla Quarta Dinastia, ossia circa 1.550 anni prima di Mosè, basata sulle gesta di Tchatcha-em-ankh, un Kher Heb o Alto Sacerdote egizio legato alla corte del faraone Snofru. Il documento ci racconta di una gita in barca del faraone in compagnia di venti bellissime fanciulle. Una di queste fece cadere all’improvviso in acqua un gioiello a cui teneva molto. Vedendo la disperazione della giovane il faraone fece chiamare Tchatcha-em.ankh il quale “pronunciò alcune parole magiche e costrinse una parte delle acque del lago a sovrapporsi all’altra. In tal modo riuscì a trovare l’ornamento e lo restituì alla fanciulla […] Poi il mago pronunciò di nuovo alcune parole magiche e le acque del lago tornarono come erano prima che egli ne portasse una parte sull’altra”. La vicenda narrata dal Papiro Westcar appare analoga alla divisione delle acque del Mar Rosso operata da Mosè. Questo particolare, come le fonti ivi esposte, hanno convinto due autori così diversi ma del calibro di Wallis Budge e di Hancock dell’appartenenza di Mosè “a un’antica, e prettamente egizia tradizione occulta”. Secondo Wallis Budge “Mosè compiva con grande abilità rituali magici e aveva una profonda conoscenza degli incantesimi e delle formule magiche che accompagnavano ogni atto […] I miracoli che compì […] lasciano credere che egli non fosse solo un prete, ma anche un mago di alto livello e forse persino un Kher Heb”, un Sommo Sacerdote! Come Sommo Sacerdote Mosè avrebbe avuto accesso all’intera tradizione occulta egizia, alle conoscenze esoteriche e alle pratiche della scienza magico-religiosa che la casta sacerdotale custodiva, quel corpus di conoscenze segrete che studiosi, egittologi, avventurieri, sognatori, persino medium del calibro di Edgar Cayce, hanno invano cercato e tentano tuttora di ritrovare sotto le sabbie del deserto.