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lunedì 14 novembre 2011

CON MARIO MONTI L'ITALIA VERSO UN NWO?

La Sindrome da Cavallo di Troia. 
Come manipolare la masse offrendo loro un falso salvatore, dopo aver causato il danno. 
I casi Monti e Papademos.
di Enrica Perucchietti
http://ildemocratico.com/2011/11/13/con-monti-litalia-verso-il-Nuovo-Ordine-Mondiale-nwo/

Rubando una citazione prosaica a Giulietto Chiesa, vi spiego perché con la nomina dell’economista e uomo di punta della Commissione Trilaterale, del Club Bilderberg e della Goldman Sachs, Mario Monti, “Siamo fottuti”. L’Italia commissariata, non sta soltanto mettendo in svendita i propri beni, ma sta aprendo le porte a un governo sovranazionale di quella oligarchia che intende - su sua stessa ammissione - costituire un Nuovo Ordine Mondiale. Che ciò debba avvenire tra un mese, un anno o un decennio, poco importa: ci siamo già dentro e i vari Draghi, Lagarde, Strauss Kahn, Monti, Tremonti, Papademos non sono altro che pedine di questa articolata trama.
Hic rodhus, hic salta.

Per conquistare Troia e darla alle fiamme dopo un inutile assedio durato un decennio, gli Achei finsero la disfatta per introdurre nella cittadella il Cavallo di legno. I Troiani, sfiancati dall’accerchiamento, accolsero la macchina da guerra credendola un “dono” divino. Non potevano immaginare che dentro il Cavallo si nascondessero i nemici pronti a espugnare Troia con l’inganno. Se è stato un inganno a segnare la fine di Troia, un altro raggiro sta per mettere fine “dal di dentro” alla sovranità nazionale italiana (e greca). Lo stratagemma è altrettanto sofisticato: indurre artificialmente la crisi per far subentrare uomini scelti a risolverla. Si sa, le masse adorano illudersi di essere salvate: è la Sindrome da Cavallo di Troia. Ce l’ha confermato recentemente il bluff Barack Obama che predicava il cambiamento e invece dopo aver ingannato milioni di elettori ha seminato altre guerre e disastri sulla strada segnata da Clinton e Bush. I più alienati degenerano nella Sindrome di Stoccolma rimanendo ancorati ai loro aguzzini – e infatti continuano a votarli!
Non è complottismo, è la realtà dei fatti.
Lo avevamo predetto tre mesi fa in una precedente inchiesta (http://ildemocratico.com/2011/08/08/inchiesta-attacco-speculativo-allitalia-chi-vuole-eliminare-berlusconi/): l’attacco speculativo dei mercati italiani per far crollare Berlusconi – reo di aver privilegiato nella sua politica estera Russia e Libia - e insediare una fedele pedina della Casta americana. A pochi giorni dall’identica caduta di Papandreu e la conseguente nomina di Lucas Papademos, stiamo assistendo all’insediamento del governo tecnico di Mario Monti. L’incarico al neo senatore a vita è stato proposto a sorpresa proprio dal Presidente Giorgio Napolitano che, guarda caso, a margine dei festeggiamenti del 4 novembre del 2007 aveva auspicato in una conferenza stampa, “la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale”. Basta seguire i corsi e ricorsi storici per imparare i meccanismi di quella oligarchia finanziaria sovranazionale che tira le fila dell’Agenda politica ed economica mondiale. Sia Papademos che Monti sono subentrati per realizzare misure che non sono state né dibattute dalle istituzioni, né sottoscritte dal consenso popolare.
Che cosa sappiamo realmente su di loro?

Entrambi appartengono alla plutocrazia mondiale. Entrambi sono membri della Commissione Trilaterale dei Rockefeller, del Club Bilderberg, e più in generale pedine della finanza israelo-americana.
La formazione consolidata da una lunga permanenza negli Stati Uniti ha permesso loro di entrare in contatto con l’alta finanza e con lo stratega polacco Zbigniew Brzezinski, già consigliere di Jimmy Carter, amico intimo di Christine Lagarde (attuale capo del Fondo Monetario Internazionale dopo lo scandalo sessuale e le dimissioni forzate di Strauss-Kahn), infine mentore di Barack Obama.

Papademos  ha lavorato alla Federal Reserve Bank di Boston nel 1980 prima di diventare economista capo della Banca Nazionale greca, infine vice governatore nel 1993 e governatore l’anno successivo: è stato proprio costui a traghettare la Grecia dalla dracma all’euro. Destino vuole che sia stato richiamato per sanare i danni che ha contribuito a creare… Dal 2002 al 2010 è stato infatti anche vice presidente della BCE.

Seguendo invece le orme di Mario Draghi, Monti è entrato nel 2005 alla Goldman Sachs come International Advisor, nonché come presidente di un’altra lobby, la belga Bruegel. Quest’ultimo think thank fondato nel 2005 è un gruppo di comando composto da esponenti di spicco di 16 Stati e 28 multinazionali. Tra cui troviamo le stesse che hanno finanziato la campagna elettorale di Barack Obama o che meritano uno scranno nelle riunioni blindate del Club Bilderberg: Microsoft, Google, Goldman Sachs, Samsung, la Borsa di New York (Nyse), l’italiana Unicredit, etc. Sarà questa esterofilia che ha portato Monti a entrare come Advisor anche nella Coca Cola company…
Come membro dei Bilbderg e della Goldman Sachs è impossibile che non fosse a conoscenza dei rischi della deregulation e della conseguente bolla finanziaria che ha causato il crollo dei mercati, trascinando sul baratro della bancarotta il Paese e l’Europa intera. Con il senno di poi si chiarisce che cosa intendevano alcune mosche bianche – primo tra tutti lo storico Webster Tarpley - quando cercavano di allertare la popolazione dal rischio che Goldman Sachs e soci si nascondessero dietro all’ondata di speculazioni che ha innalzato lo spread del nostro Paese causando così la caduta del Governo Berlusconi. Già, perché  per decretare l’addio al premier italiano non sono bastati gli scandali, i festini, le intercettazioni: c’è voluta una “spinta” dall’esterno, proprio come avevamo previsto tre mesi fa. Una “spinta” ben manovrata dalle lobbies americane: sembra proprio che gli uomini della Goldman Sachs abbiano il compito di innescare le crisi per poi proporsi di risolverle “a modo loro”. Con Monti e Papademos – accolti come salvatori - vedremo come. Ma il rischio che si rivelino presto come Cavalli di Troia è dietro l’angolo: è il loro curriculum a parlare.

Ci troviamo così di fronte a due ennesimi uomini dell’oligarchia finanziaria sovranazionale, insediati senza consenso popolare – quindi fuori dai meccanismi che la democrazia richiederebbe – alla guida di due Paesi all’interno dell’UE.
Ma la colpa è anche nostra che nell’ultimo ventennio di mancate riforme abbiamo subito passivamente lo sfascio della politica, arroccandoci tra i sostenitori e i critici di Berlusconi, convinti che il Male assoluto fosse Berlusconi mentre la sinistra si impegnava ad autoflagellarsi tra mancanza assoluta di idee e di carisma. Non abbiamo ancora capito che l’ottica del Divide et Impera fa comodo soltanto a quell’1% che ci governa in silenzio. Divisi e senza proposte ci siamo fatti trascinare dall’ondata di speculazioni artificiali e di manovre sotterranee create ad hoc dalle lobbies finanziarie, da quei Gruppi di Potere che non abbiamo ancora imparato a riconoscere, proprio perché non hanno colore politico, religione, etichetta o bandiera.

lunedì 27 giugno 2011

NO TAV: agenti sfondano le barricate a Chiomonte. Ma i valligiani promettono, “perso solo un round, non la guerra”. Quali interessi si celano dietro l’opera.

di Enrica Perucchietti

“Lo stato non può arrendersi”, incita il ministro Matteoli, salutando con gioia l’ennesimo blitz delle forze dell’ordine su in Val di Susa. Casini biasima l’uso della violenza contro la polizia, mentre la Marcegaglia invita il Governo a fare in fretta, per non perdere i finanziamenti.
Questo è il messaggio che da anni i Governi che si sono succeduti – di destra e di sinistra - e i Media nazionali – non locali – ci trasmettono. Che esiste un limitato gruppetto di No Tav brutti, anarchici e violenti che si oppongono irrazionalmente alla costruzione della linea ad Alta Capacità. E insistono, per giunta. Cocciuti nel voler far perdere al nostro Paese questa opportunità. Un po’ come il Ponte sullo Stretto di Messina.
Ma opportunità per chi?
Chi scrive ha lavorato per sei anni in una redazione piemontese e ha visto e vissuto da vicino la vera realtà del movimento NO TAV: le manifestazioni pacifiche, le minacce anarchiche, infine, le sommosse di popolo.
Solo i giornalisti locali – a parte alcuni inviati di La7 e delle Iene – hanno potuto toccare da vicino il vero volto di questa minaccia valligiana, formata non da appartenenti ai centri sociali, o almeno non solo. Il movimento raccoglie il dissenso di gran parte della Valle: uomini, donne, anziani, giovani. Nessuno vuole linea qui. Chi ha ceduto è perché è colluso con gli interessi economici che la costruzione dell’infrastruttura porterà. Molti ovviamente, ma che verranno spartiti tra i soliti nomi, i soliti imprenditori che parteciperanno, si badi bene, alla costruzione dell’infrastruttura, non al suo utilizzo. Interessi che non giustificano i lavori decennali per la costruzione di un’opera inutile quando sarebbe stato possibile il potenziamento della linea esistente. Senza contare il pericolo amianto che con carotaggi di superficie vorrebbero rassicurarci che non esiste.
Mi ricordo quando nel 2005, dopo gli scontri a Venaus – o meglio, dopo che le forze dell’ordine aggredirono e malmenarono di notte donne, anziani, ragazzi ivi tranquillamente accampati – l’allora ministro Bonino e il sottosegretario Rosso giustificarono l’inaudita violenza come legittima risposta all’occupazione abusiva del sito. Sentire la legittimazione dell’uso della forza contro il dissenso in forma pacifica – come allora fu – da parte di un leader dei radicali mi fece accapponare la pelle. Allora un mio collega aveva passato le notti a Venaus e documentato con un video – l’unico – gli scontri. Il video fu subito sequestrato dalla questura, ma solo dopo averlo sbobinato – si montava ancora in analogico. Ciò che emergeva era un’inaudita violenza diretta “a caso” contro gli occupanti: anche donne e anziani presi a manganellate mentre dormivano nelle tende. Nessuna traccia di cospiratori anarchici, di sassaiole o altro. Questo è giornalismo d’inchiesta: un collega che passa le notti con i manifestanti per capire il perché del loro rifiuto all’infrastruttura, e che rischia di prendersi una manganellata in testa pur di documentare i blitz e la reazione dei No Tav ad essi. Non le buffonate che giornalisti nazionali che non hanno mai messo piede in Val Susa ci propinano ogni giorno. Il giornalista di turno ci rifila uno stand up in un luogo al riparo o monta il servizio con le immagini dell’operatore che ha assistito agli scontri, comodamente seduto in una cabina di montaggio a qualche centinaio di km di distanza, facendo riferimento alle notizie ANSA che gli arrivano.
Al momento solo Vendola pare aver condannato il blitz notturno. Se un’intera popolazione non vuole un’opera – ed è stata chiara nel confermarlo – come può un governo “democratico” ricorrere alla forza dopo tavoli dell’Osservatorio farsa? Si badi bene, non è una critica univoca al Governo Berlusconi. Anche il Pd sostiene con forza la costruzione della linea e ha dovuto allontanare dal partito coloro che erano contrari alla sua costruzione. Ciò dimostra quanto i partiti siano asserviti a logiche economiche e di lobby. Non conta lo schieramento – destra, centro o sinistra – nei fatti contano gli interessi a cui fanno capo i vertici di partito che dettano le norme da seguire.
Come si può legittimamente espropriare una popolazione del diritto di manifestare e di proteggere il proprio territorio dallo sciacallaggio quando il trasporto su rotaia è in netto calo?
Restando su un piano meramente economico, lungi dalle diatribe politiche, il Professor Enrico Colombatto, ordinario di Politica economica dell’Ateneo di Torino, PHD alla London School of Economics ed esponente della scuola liberista, ha fatto notare l’inutilità della linea: “tutti i dati confermano come a livello nazionale il traffico transfrontaliero sia cresciuto in misura infinitesimale e perlopiù in direzioni diverse dall’asse Lione-Kiev. Così come pensare di trasferire completamente su rotaia ciò che attualmente circola su gomma è pura velleità”.
Scetticismo condiviso anche dagli investitori privati che non hanno mostrato interesse per la costruzione dell’opera: “questo disimpegno da parte di soggetti che per loro natura sono mossi dalla logica del profitto è di per sé un segnale che dovrebbe allarmare sulla reale convenienza economica di questo progetto”, conclude Colombatto in un’intervista allo Spiffero.
Opinione condivisa da uno studio pubblicato sul sito di Tito Boeri, secondo cui negli ultimi dieci anni il traffico su strada – gomma – è rimasto invariato, mentre quello su rotaia è diminuito del 25%. Il traffico merci, infatti, tra Torino e Lione avviene prevalentemente su strada.
Opinione caldeggiata anche dal noto meteorologo Luca Mercalli che rilancia dalle pagine del Fatto Quotidiano: “I numeri li hanno ben chiari i cittadini della Val di Susa” – sollecita Mercalli – “che costituiscono un modello di democrazia partecipata operante da decenni, decine di migliaia di persone, lavoratori, pubblici amministratori, imprenditori, docenti, studenti e pensionati, in una parola il movimento No Tav”. E Mercalli in Val di Susa ci vive, quindi ha un’idea più chiara dei colleghi che non ci hanno mai messo piede ma parlano a vanvera. Il meteorologo continua: “Il primo assunto secondo il quale le merci dovrebbero spostarsi dalla gomma alla rotaia è di natura ambientale: il trasporto ferroviario, pur meno versatile di quello stradale, inquina meno. Il che è vero solo allorché si utilizza e si migliora una rete esistente. Se invece si progetta un’opera colossale, con oltre 70 km di gallerie, dieci anni di cantiere, decine di migliaia di viaggi di camion, materiali di scavo da smaltire, talpe perforatrici, migliaia di tonnellate di ferro e calcestruzzo, oltre all’energia necessaria per farla poi funzionare, si scopre che il consumo, di materie prime ed energia, nonché relative emissioni, è così elevato da vanificare l’ipotetico guadagno del parziale trasferimento merci da gomma a rotaia”. I dati a cui fa riferimento Mercalli derivano dagli studi eseguiti dall’Università di Siena e dall’Università della California. Il risultato è identico: “la cura è peggio del male”, sentenzia Mercalli.
Il sospetto è dunque che il vantaggio del TAV – Treno ad Alta Velocità - sia la sua stessa costruzione, ovvero un business per i costruttori senza ricadute certe sugli imprenditori locali e sul turismo. I miliardi di euro pubblici – vengano dall’UE o dall’Italia - che verranno spesi serviranno solo a ingrassare i soliti, le Mafie nostrane, a cui attingeranno quei politici che già ora hanno conflitti di interessi con nomine o ruoli nei consigli di amministrazione delle ditte appaltatrici e che nessuno osa rendere pubblici. Ma che tutti conoscono come le imputazioni a loro carico.
E non stiamo parlando del Premier.
Ma loro, i valligiani, non si arrendono.
Per loro è solo un altro round perso, non la battaglia. Paola del leader No Tav, Alberto Perino.

giovedì 26 maggio 2011

E SILVIO PIANSE SULLA SPALLA DI OBAMA

di Enrica Perucchietti

L’ha puntato da lontano come una faina. Lo si può notare dalle immagini video. Poi ha dato indicazioni a un fotografo italiano per immortalare il suo colloquio con Obama. Evidentemente senza pensare all’ennesima figuraccia a cui stava andando incontro. Eh sì che il nostro Silvio è un vero e proprio kamikaze. Non le aveva sparate abbastanza grosse nei giorni scorsi – arrivando a compromettere la rielezione della Moratti a sindaco di Milano. Quella spina nel fianco che lo tormenta da anni, quella magistratura di sinistra che vuole la sua testa non gli dà pace. Lo fa sragionare. Chissà che cosa ha pensato quando ha fermato il Presidente americano battendogli sulla spalla per confessargli che in Italia “abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra”.
L’espressione di Obama non rende la reazione perché immortalato di tre quarti: scuote impercettibilmente la testa mentre ascolta la traduttrice riportargli in inglese le poche parole di Berlusconi.
Quella di Angela Merkel – che si gira verso Sarkozy come per chiedergli che cosa sia preso a Berlusconi che sta tra l’altro ritardando l’inizio dei lavori del G8 – anticipa il polverone che ovviamente il premier italiano si è alzato contro in patria
Dalle immagini e dall'audio che riprendono il colloquio dei due leader si comprende nettamente che il premier si è lamentato della situazione della magistratura in Italia, illustrando le misure di prevenzione adottate dalla maggioranza: "Noi abbiamo presentato una riforma della giustizia che per noi è fondamentale, in Italia abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra".
Che cosa avrà mai pensato l’uomo più potente del mondo davanti allo sfogo di Berlusconi? Nessuna reazione sfiora il Presidente americano, né una smorfia, né una parola, neppure un accenno di sorriso. Rimane glaciale come solo Obama sa essere quando è disturbato da un elemento esterno, quale può essere appunto il “collega” italiano. Alla mosca che schiacciò in mondo visione riservò almeno un sorriso di compiacimento.
Che cosa si aspettasse Berlusconi è ancora più oscuro. Lamentarsi della famigerata magistratura di sinistra con un leader democratico non è così paradossale quanto saperlo il nostro Presidente del Consiglio.
A rincuorarci il pensiero che Obama stia prendendo in considerazione l’idea di esportare la democrazia anche nel nostro Paese. Non per debellare il cancro della magistratura, ma per mettere fine alle brutte figure a cui il premier ci ha da tempo abituati.