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mercoledì 20 luglio 2011

E SE WIKILEAKS FOSSE UNO STRUMENTO DELLA CIA?

“Nel mondo dello spionaggio sappiamo tutti che cos'è Wikileaks”.
L’ex agente del KGB, Daniel Estulin, ha le idee ben chiare su che cosa sia realmente Wikileaks. Ma invece di custodire il segreto, ha deciso di renderlo noto in un nuovo libro. Archiviato per ora il Club Bilderberg, al quale ha dedicato molti articoli e un omonimo saggio, ha deciso di dedicarsi a Julian Assange e alla sua “creatura”, sui quali ha molti segreti da rivelare.

Da me raggiunto telefonicamente ha confermato le anticipazioni che erano trapelate su alcuni siti stranieri sul Cablegate che solo in apparenza ha scosso le fondamenta dei servizi segreti e dei maggiori Governi al mondo. Perché, come ricorda Estulin, si deve sempre diffidare di tutto e di tutti e dei personaggi di ombre, fumo e specchi che periodicamente si affacciano sugli scenari mondiali.

Nel suo nuovo libro, Desmontando a Wikileaks, Estulin rivela i retroscena del sito: l’organizzazione non è una creazione di Assange – spiega Estulin – ma della NSA nordamericana e della CIA.

Che su Assange potesse aleggiare l’ombra della CIA era abbastanza evidente: in fondo le informazioni “top secret” rivelate da Wikileaks non sono state così sconcertanti, anzi.

Avevo già ipotizzato nel mio saggio L’altra faccia di Obama, che dietro l'hacker australiano si potesse nascondere una forma di cover up. L’ultimo saggio di Estulin non solo conferma il mio dubbio, ma ricompone i pezzi di un puzzle che una volta completato rivela però un’ipotesi più tragica.

Ho contattato Estulin per saperne di più dopo avere svolto delle ricerche parallele al suo lavoro per capire se anche le mie fonti mi avrebbero condotto alle stesse conclusioni. Così è stato.

Per Estulin Assange è soltanto un “burattino” della CIA: lavorerebbe per l’Agenzia, senza però esserne minimamente cosciente. Estulin insiste molto su questo punto: al telefono ha continuato a ripetermi, He doesn't know, do you understand? Non sa nulla, capisci? E io a rassicurarlo – Yes, yes, I understand. Ho capito. Non vuole che si creda che Assange sia un agente CIA. L'hacker australiano sarebbe soltanto uno dei tanti strumenti che l'Agenzia americana utilizzerebbe nelle sue sofisticate operazioni di Azione/Reazione. Come ci ha spiegato ampiamente David Icke nei suoi saggi, la CIA adotta spesso dei piani che far accadere “qualcosa” di traumatico – o che comunque colpisca l'opinione pubblica – per intervenire con la giusta “soluzione” e imporre ad esempio nuove restrizioni pubbliche, possano riguardare la privacy o ad esempio l'economia, oppure guerre di espansione motivate come necessarie per la contrastare un Nemico invisibile – come il terrorismo.

Seguendo questa dinamica, Wikileaks sarebbe soltanto un espediente per gettare fumo negli occhi alla popolazione e rendere evidente la debolezza dei sistemi informatici governativi per poter poi chiudere l’accesso libero a internet. Un obiettivo parallelo alle norme di restrizione della privacy contenute nel Patrioct Act Cybernetico varato nel 2009 e confermate recentemente dal “democratico” Obama.

Lo scorso anno Pino Cabras ci aveva già avvisati dei pericoli di manipolazione che si potevano nascondere dietro a Wikileaks: «Ora che ci dicono che con le prime nuove soffiate di Wikileaks sta esplodendo “l'11 settembre della diplomazia” ovvero “l'11 settembre di internet”, deve valere una premessa: non ci sono individui, e neanche organizzazioni, che siano in grado di leggere 250mila documenti in breve tempo. Quindi ci arriva solo un flusso filtrato di documenti. E chi lo filtra, per ora, è la vecchia fabbrica dei media tradizionali. Se di un 11 settembre si trattasse, saremmo nella fase del trauma mediatico iniziale, quella che ci dà l’imprinting, l’apprendimento base del nuovo mondo su cui ci affacciamo e delle nuove credenze sulle quali far fede. Una volta educate le menti con questo shock, le sue riletture successive andranno controcorrente e perciò partiranno sfavorite». Quasi un anno fa Cabras parlava degli “imprinting” che Wikileaks avrebbe prodotto. Primo: far vivere un trauma alla popolazione, «come se prima del percolare dei segreti attraverso Wikileaks non vi fosse modo di interpretare la politica, la diplomazia, i segreti, le normali trame degli Stati», secondo la manipolazione dei dispacci pubblicati, infine, il pretesto per un giro di vite sul web.

Il terzo imprinting per Cabras sarebbe la creazione dello “scompiglio sul web”, così forte da «risvegliare coloro che dal caos vorrebbero trarre un nuovo ordine sulla Rete. Due anni fa pubblicammo l'allarme del giurista [...] Lawrence Lessig, il quale prediceva che “sta per accadere una specie di '11 settembre di internet”, un evento che catalizzerà una radicale modifica delle norme che regolano la Rete. Lessig rivelava che il governo USA, così come aveva già pronto il Patriot Act ben prima dell’11 settembre, aveva già “un Patriot Act per la Rete dentro qualche cassetto, in attesa di un qualunque considerevole evento da usare come pretesto per cambiare radicalmente il modo in cui funziona internet”. Così come George W. Bush, anche Obama sta facendo di tutto per avere, oltre alla valigetta nucleare, anche i bottoni per spegnere il web. L’evento in corso potrebbe spingere molti governi a voler affidare a qualcuno la nuova valigetta del potere. La Cina traccia il solco da tempo, del resto».

La schizofrenia americana che da una lato dichiara di voler promuovere la democrazia e i diritti umani – quali l’accesso a internet in Paesi dove vige la censura, come la Cina – si scontra costantemente contro l’orientamento neocon che sembra affliggere la Casa Bianca indipendentemente da chi la occupa. Così Obama, nonostante le promesse della campagna elettorale, si è trovato ad abbracciare una politica interna ed esterna troppo simile a quella indicata da G. W. Bush. La conferma del Patrioct Act - definito dal Presidente americano “uno strumento importante” - è in questo senso emblematico.

Wikileaks avrebbe offerto, secondo Estulin, al Governo USA una buona ragione per spegnere il pulsante e oscurare il web, o meglio, a “cambiare il paradigma della società” e a poter controllare il web e dunque l'informazione. Non si deve necessariamente spegnere internet per censurare. Basta poter essere in grado di “controllare l'accesso libero a internet”, sostiene Estulin che spiega: “se puoi controllare internet, controlli l'informazione e la conoscenza”.

Concorda a distanza il giornalista investigativo Webster Tarpley, convinto che il prossimo passo del Pentagono sarà “un ripulirsi generale di internet, chiudendo tanti siti critici, utilizzando come pretesto i segreti spifferati da Assange” che, prosegue Tarpley, avrebbe dimostrato di lavorare per la CIA, non solo parlandone bene, ma facendo il gioco dell'Agenzia: in questo senso Wikileaks avrebbe rivelato soltanto notizie scomode ridicolizzando i nemici americani, Putin e Berlusconi in primis.

Estulin ricorda invece che i documenti pubblicati da Wikileaks sembrano non toccare Israele e invece concentrarsi contro il Pakistan, l'unico Paese musulmano dotato di armamento nucleare.

Anche il co-fondatore di Wikileaks, John Young, ha accusato l'ex collega di fare gli interessi di gruppi “occulti” e di essere addirittura “pilotato” dalla CIA.

Tarpley ha inoltre puntato il dito contro Cass Sunstein, attuale funzionario alla Casa Bianca e gran consigliere di Obama, il quale nel 2008 aveva propugnato una forma di “infiltrazione cognitiva” attraverso la creazione di appositi gruppi, attivisti, siti web, “per spargere disinformazione, confusione, a calunnie” sul Governo. Tali false teorie della cospirazione – una volta sbugiardate - avrebbero avuto come effetto quello di screditare i teorici del complotto e dall'altra catalizzare la fiducia della popolazione nei confronti del Governo USA: “Non e' evidente – si chiede Tarpley - che Wikileaks rappresenta la realizzazione di questa strategia?”. Sunstein si spingeva a ipotizzare infatti l'infiltrazione di agenti CIA in queste organizzazioni fino al finanziamento di testate all'apparenza indipendenti che in tal modo sarebbero state invece manovrate dall'esterno. In questo modo gruppi di attivisti o testate giornalistiche indipendenti avrebbero finito per lavorare inconsapevolmente a fianco o per agenti della disinformazione.

Assange, nonostante sia un teorico dei complotti governativi, nega risolutamente che ci sia stato alcun complotto dietro gli avvenimenti dell'11/9. Quindi da un lato sostiene che “Ogni volta che la gente potente pianifica in segreto, essa mette in atto una cospirazione. Quindi ci sono cospirazioni dappertutto. Ci sono anche teorie del complotto geek. È importante non confonderle”, ma, in linea con una politica che sembra non volere – o non poter – attaccare in alcun modo Israele e il Mossad, nega ad esempio il coinvolgimento dei servizi israeliani nell'attacco al World Trade Center e al Pentagono. O meglio, non diffonde alcun documento segreto e lontanamente tale che possa danneggiare il Mossad.

Tarpley ricorda inoltre che è stato proprio Cass Sunstein a menzionare Wikileaks per la prima volta nella grande stampa americana, scrivendo sul Washington Post del 24 febbraio 2007: “Wikileaks.org, fondato da dissidenti in Cina e in altre nazioni, intende pubblicare documenti governativi segreti proteggendoli dalla censura con software criptato”.

Strano che il propugnatore di una sofisticata teoria della disinformazione faccia pubblicità a quel cyber terrorista che si sarebbe dopo pochi anni rivelato essere Wikileaks! O forse dovremmo dire, che ci hanno voluto far credere essere uno strumento di cyber terrorismo, mentre lavorava, consapevolmente o no, per NSA e CIA?

Non solo.

Estulin si spinge oltre sostenendo che “le prove dimostrano che Wikileaks rientra in un progetto di propaganda del Governo e, allo stesso tempo agisce in qualità di copertura per il ruolo del governo americano nel business della droga in Afghanistan”. A sostegno di questa posizione si può ricordare la decisione del Mullah Omar di vietare la coltivazione di oppio in Afghanistan – prima ovviamente che le truppe americane iniziassero a bombardare Kabul... e a ristabilire l'impero dei Signori della Droga.

Il nuovo legale di Assange, il principe del foro americano, il 72enne Alan Dershowitz, si era esposto – prima di assumerne la difesa – dicendosi d'accordo con Obama nel definire il Cablegate “una minaccia per gli USA e la diplomazia internazionale”. Detto ciò, Dershowitz ha deciso di affiancare i legali dello Studio londinese di Geoffrey Robertson, perché, a suo dire, “la libertà di espressione protegge anche le attività pericolose. Il Governo sbaglia se vuole perseguire Assange”.

Facendosi dunque scudo del primo emendamento Darshowitz si è detto intenzionato a difendere la libertà di parola del suo cliente. Certo che stride saperlo “grande amico” del Presidente o di Hillary Clinton, alla quale si deve proprio la difesa digitale per tutti, eccetto che per Wikileaks...

In ogni modo ora il nome di Dershowitz compare addirittura nella pagina dei contatti di Wikileaks: ora forma di autoincoronazione. L'avvocato attivista amico del Segretario di Stato che vorrebbe censurare Wikileaks! Altro che conflitto di interessi, chissà che delusione per la Clinton scoprire che l'amico Dershowitz era stato “folgorato” sulla via londinese che porta allo studio legale che difende Assange.

O forse, rientra in un piano più sofisticato di ombre, fumo e specchi, dal quale ci ha consigliato di diffidare uno che di tecniche di manipolazione e controllo se ne intende, come Estulin?

lunedì 30 maggio 2011

A OBAMA PIACE IL GRANDE FRATELLO

di Enrica Perucchietti

“Credo sia uno strumento importante per noi”.
Parola del Presidente americano Barack Obama, che per l'ennesima volta dimostra di promettere una cosa e di fare l'esatto opposto. Senza doversi giustificare né tantomeno spiegare nel dettaglio le sue improvvise virate, che farebbero invidia a Paul Cayard.
Mentre gli occhi del mondo erano puntati su Deauville, sulla generosità dell'Occidente per finanziare le “democrazie” nascenti dalla primavera araba o sulle gaffes nostrane di Berlusconi, il presidente americano ha dato il via libera in sordina alla conferma del famigerato Patriot Act, estendendo il pacchetto di limitazioni alla privacy per altri 4 anni. Fino al 2015. In attesa che anche l'Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal presidente democratico, introduca “finalmente” i microchip sottocutanei come metodo di controllo della popolazione. Per il 2015 saremo forse più vicini al sistema politico immaginato da George Orwell in 1984 e da Aldous Huxley in Il Mondo Nuovo: sorvegliati, manipolati, sotto l'occhio costante dei satelliti del Governo che già ora “vigila” mail o telefonate di pubblici cittadini senza neppure l'esigenza che siano sospettati di terrorismo.
Non potendo firmare di persona la legge, Obama ha permesso che la Casa Bianca utilizzasse una “autopen”, una penna automatica che replica la sua firma. Se il rinnovo non fosse arrivato entro la mezzanotte del 27 maggio la legge sarebbe infatti decaduta. E il nostro premio Nobel alla Pace [sic.] non poteva certo permetterlo. Come avrebbe potuto dare vita a una distopia di sapore orwelliano senza le ampie misure di sorveglianza elettronica per combattere il terrorismo ma soprattutto vigilare sulla privacy dei normali cittadini?
Dopo la notizia della “morte” di Osama Bin Laden il Pentagono ha avviato un ulteriore giro di vite nel campo della Difesa investendo altri milioni di dollari per l'anti terrorismo: che pare sempre di più agire contro il popolo americano.
Il Patriot Act, sentito dalla maggioranza della popolazione all'indomani dell'11 Settembre, era poi divenuto intollerabile quando ci si era resi conto delle assurde limitazioni e degli abusi che esso comportava.
E proprio il Messia multietnico che aveva incantato le platee di mezzo mondo aveva promesso in campagna elettorale che avrebbe eliminato quelle fastidiose misure di sorveglianza. Così come aveva promesso in 16 mesi il rientro delle truppe dall'Iraq o la chiusura di Guantanamo, una green revolution, o misure anti crisi per sostenere i contribuenti – mentre ha optato per il salvataggio delle Grandi Banche che ne avevano finanziato la campagna elettorale e la scalata alla Casa Bianca.
Coincidenze?
O scarsa memoria delle promesse per ora disattese punto per punto?
A sostenere ancora il nostro Presidente afroamericano, la notizia della morte di Bin Laden che gli ha permesso di risalire nel consenso di ben 11 punti percentuali in sole due settimane. Prima della cattura – e della scomparsa del corpo – del califfo del Terrore, Obama navigava in cattive acque. Il suo consenso era in caduta libera e addirittura un personaggio stravagante come Donald Trump era riuscito a metterlo in difficoltà costringendolo a pubblicare on line il certificato di nascita...

Anche in seno al Grande Fratello si annidano i rivoltosi. Ciò serva da lezione ad Obama: “tirare” troppo la corda in “democrazia” non è come cazzare una vela... è una cazzata e basta.

giovedì 26 maggio 2011

LA PRIMAVERA DELLA "DEMOCRAZIA"



di Enrica Perucchietti

Il paragone con la coppia d’acciaio Bush-Blair era scontata. E per nulla rassicurante. L’incontro tra Barack Obama e David Cameron – suggellato da una partita a ping pong - ha riproposto il sodalizio angloamericano che trova il premier inglese e il presidente americano – nonostante l’apparente differenza di schieramenti politici, il primo conservatore, il secondo democratico – concordi sulle linee da seguire in politica estera.
Come se Obama non avesse insistito abbastanza nelle scorse settimane sull’importanza della “presunta” (passatemi il termine) uccisione di Osama Bin Laden, senza neppur dover evocare il giallo della morte del Mullah Omar o l’arresto di quello che dovrebbe essere l’ex generale serbo bosniaco ricercato per genocidio, Ratko Mladic, Cameron ha ribadito che “ora possiamo sconfiggere Al Qaeda”. Peccato che la notizia della morte di Bin Laden – che non era comunque il capo di Al Qaeda da tempo - abbia portato non solo a una nuova spirale di attentati ma anche a un incremento dei fondi stanziati per la sicurezza nazionale americana. Altroché dormire sonni tranquilli. La notizia dell’eliminazione fisica di Osama avrà come conseguenza il mantenimento in vita delle cellule jihadiste. Un pretesto per continuare il giro di vite in tema di Sicurezza…
Sul fronte Afghanistan Cameron ha invece dichiarato sibillino, “sarà un anno cruciale”, senza poter spiegare in che senso. Prima di confrontarsi sulla primavera araba e sul conflitto in Libia, il premier inglese ha evocato l’11 settembre e l’impegno nel debellare il terrorismo. Peccato che la lotta che portò Bush a dichiarare guerra all’Afghanistan nell’autunno del 2001 – unico motivo la mancata consegna del regime talebano di Osama bin Laden – ha trascinato gli USA nella più lunga guerra dell’era contemporanea, battendo addirittura la durata di quella del Vietnam – 103 mesi “soltanto”. Una politica completamente sbagliata, il mancato rispetto della cultura e delle tradizioni afghane, il combattimento con i droni, il bombardamento di civili e il conseguente ricompattamento del fronte talebano che ha conquistato il favore della popolazione – soprattutto rurale - stremata da dieci anni di inutili conflitti e violenti incursioni anche contro obiettivi civili, ci viene offerta come una strategia vincente, quando dietro i proclami di peace keeping si nasconde una guerra all’Afghanistan – non in Afghanistan - per il controllo delle risorse e del territorio, che hanno dato vita al fenomeno, prima sconosciuto in quel Paese, del terrorismo. Mai il popolo afghano – neppure nella guerra contro i sovietici - aveva fatto ricorso agli attentati kamikaze che, una volta adottati sono stati per lo più indirizzati contro obiettivi militari, distinguendosi così dalla metodologia di Al Qaeda. Gli scandali che si sono susseguiti in questi anni – come la corruzione dei capi talebani da parte dei militari italiani per non essere “colpiti”, o l’infiltramento di talebani all’interno delle milizie afghane, o ancora la connivenza della polizia afghana con il “nemico da combattere” – ha rivelato con chiarezza il vero volto di una guerra inutile, disastrosa, sanguinaria.
All’incontro londinese si è parlato anche del programma di appoggio alla primavera araba promosso al G8 che si è aperto oggi a Deauville. Ma a monopolizzare l’attenzione mediatica è stato il discorso di Obama a Westminster Hall, nel quale il Presidente ha sottolineato il primato americano nel “guidare il mondo”. Il parallelo è corso subito al repubblicano Reagan – nei cui confronti Obama si è più volte espresso con parola di elogio - che nel giugno dell’82 aveva rilanciato il primato americano contro l’URSS promettendo che la marcia “della libertà e della democrazia avrebbe portato il marxismo e il leninismo nella pattumiera della storia”. Di lì a poco sarebbe stata coniata la definizione di URSS come “impero del male”.
Oggi, a quasi trent’anni di distanza, come profeticamente indicato da Giulietto Chiesa e seppur in modo diverso da Webster Tarpley, l’asse del “male” si concentra in Medio Oriente dove la primavera araba e i conflitti in Libia, Iraq, Afghanistan e le incursioni in Pakistan mirano a sottomettere politicamente l’area in modo da battere sul tempo la Cina sul fronte energetico e isolarla dal resto del mondo con basi militare americane costruite ad hoc nei punti nevralgici.
Compito di Obama negare il declino dell’Occidente che sembrerebbe punta a instaurare un fronte globale contro l’asse cino-sovietico. Per sventare il pericolo di un declino della leadership americana, Obama ha dichiarato che il declino dell’America e dell’Europa nel mondo “è una tesi sbagliata” e che l’Occidente resterà “il maggior catalizzatore dell’azione globale nel mondo grazie a una forza di intenti comuni – valori li chiama – “volti a difendere i diritti non solo degli Stati Uniti” ma di tutta la Terra.
È la dottrina dell’eccezionalismo americano secondo la quale, come ha fatto notare Noam Chomsky, “aggressione e terrore sono quasi sempre rappresentati come autodifesa e devozioni a visioni ispirate”. In questo senso vengono giustificate le azioni aggressive contro Iraq, Afghanistan, Pakistan e ora la Libia, sostenute da campagne di disinformazione dei Media mirate per manipolare il consenso pubblico.
Ormai gli equilibri della geopolitica angloamericana sono chiari: nel prossimo futuro sarà la Siria a subire le conseguenze dell’importazione del liberalismo americano. Le sanzioni contro Assad segnano solo il primo passo verso l’attacco di Damasco. Mentre non è prevista nessuna misura restrittiva, ad esempio, nei confronti del monarca del Baharain, Hamad al Khalifa, che pure ha represso nel sangue il movimento per le riforme e la democrazia di Piazza della Perla. Forse però la lunga mano della CIA non è arrivata fino al Bahrain che rimane un buon alleato per gli USA. L’ipocrisia degli equilibri geopolitici a volte causano dei black out nel piano dell’“esportazione della democrazia”: in questo caso la Ragion di Stato impone ai governanti di fingere di non vedere. Un po’ come nel caso delle violenze in Myanmar o in Tibet condannate ma lasciate a se stesse. Ovvio, non ci si può opporre alla Cina.
La ragione che muove le più sublimi intenzioni degli Stati Uniti è infatti “lo zelo nel portare agli altri i valori che definiscono l’identità nazionale americana” per dirla come Chomsky. È per seguire questi alti ideali che, come ha ricostruito lo storico David Schmitz, “lungo quasi tutto il ventesimo secolo, gli Stati Uniti hanno sostenuto dittature di estrema destra, in violazione degli ideali politici americani” e del loro impegno a “promuovere la democrazia e i diritti umani”.
Peccato che i diritti umani da salvaguardare vengano scelti con accuratezza dai governi americani in base ai propri interessi che non si identificano con gli interessi della nazione ma, semmai, agli “interessi delle concentrazioni di potere che dominano la società”.
Le lobbies insomma.

martedì 24 maggio 2011

IL GIALLO DEL MULLAH OMAR




L’ultima immagine che avevamo di lui era mentre fuggiva in sella a una motocicletta nel dicembre del 2001, come nell’inizio del film Lawrence d’Arabia. Complice l’assenza di fotografie – se ne contano tre forse quattro di origine dubbia, a parte quella dove compare già trentenne senza l’occhio - negli ultimi dieci anni la voce della sua morte si è rincorsa più volte. Sempre smentita perché mai confermata dalla Casa Bianca. Colui che ha vissuto all’opposto di Osama Bin Laden, in modo riservato, modesto, singolare, avventuroso, al punto da essere definito dagli americani “più che un uomo un enigma, un mistero”, sarebbe stato ucciso in Pakistan, durante il suo trasferimento da Quetta, in Pakistan, al Waziristan del Nord, al confine con l’Afghanistan. Lo ha reso noto l’emittente afghana Tolo News citando fonti anonime di sicurezza di Kabul. Un bel colpo per Barack Obama che, in caso di conferma della morte del Mullah Omar, in sole tre settimane avrebbe eliminato fisicamente i due nemici principali degli USA e dell’Occidente, blindando virtualmente il suo posto alla Casa Bianca per le prossime elezioni presidenziali. Ma anche in questo caso la notizia della morte del Mullah Omar porta con sé dubbi e contraddizioni e, come nel caso dell’esecuzione di Bin Laden, la mancanza del corpo che possa testimoniarne il decesso.
Chi lo ha conosciuto lo descrive come un gigante, alto 1,98 metri, di poche parole, quasi timido, umile. Dotato di un’eccezionale senso dell’ironia. Gentile, paziente, portato ad ascoltare più che parlare, capace di efferate violenze nel nome della sharia e dell’onore, come di perdonare i nemici. Un personaggio tra mito e realtà. A partire dal suo aspetto: “come i corsari di un tempo, porta abitualmente una benda nera sull’occhio destro” - racconta Massimo Fini - che perse a 27 anni in una battaglia combattuta contro i sovietici ai confini col Pakistan. Si narra che colpito dalle schegge di una mina in pieno volto, si sia strappato l’occhio e ricucito le palpebre. Solo l’indomani sarebbe stato trasportato in un ospedale della Croce Rossa in Pakistan.
Alla testa del Talebani, con lo scopo iniziale di riportare la pace in Afghanistan sconfiggendo i corrotti “signori della guerra”, disarmare la popolazione, imporre la sharia e preservare l’integrità e il carattere islamico del Paese, il Mullah Omar ripulisce l’Afghanistan dai predoni e dalla corruzione, riportando un duro ordine e una dura legge. I Talebani entrano a Kabul il 26 settembre 1996 e non la lasceranno fino all’intervento americano di cinque anni dopo. Da qui impongono un’interpretazione rigida e letterale della legge coranica, senza distinzione tra campagna e città: sono proprio i grandi siti urbani a soffrire di più il regime talebano, mentre nei sobborghi rurali il consenso del Mullah Omar è alle stelle. Conquistata Kabul, Omar non entra nel governo ma si ritaglia un ruolo di guida ideologica: più che un capo religioso egli è un leader politico e militare.
L’Occidente non può comprendere quest’uomo, così diverso, così “alieno” dalla cultura “democratica” che ci ostiniamo a importare a costo di violenze, soprusi, morti, in nome di una superiorità che ci siamo attribuiti a priori. Gli USA, in particolare, si sono arrogati il primato internazionale di tutori della democrazia, dei valori politici ed economici universali di libertà, eguaglianza, proprietà privata e mercato. In quanto ago della bilancia a livello mondiale, sulla base di un astratto primato politico, l’eccezionalismo americano spinge USA e alleati europei a esportare il modello del liberalismo ovunque ce ne sia il bisogno e a costo di qualche eccesso. Peccato che troppo spesso i diritti da salvaguardare vengano scelti sulla base degli interessi delle lobbies che dominano la società. In questo senso anche l’assimilazione del Mullah a terrorista e l’equiparazione con Osama bin Laden sono dei falsi storici utili alla causa dell’“esportazione della democrazia” in territorio afghano. Omar detesta Osama, lo definisce “un piccolo uomo”, i rapporti tra i due sono unicamente di reciproca utilità. Non potrebbero essere più diversi: il Califfo saudita, su cui aleggia l’ombra della CIA, è un esibizionista, un terrorista, e un internazionalista islamico, mentre il Mullah Omar è l’opposto: gli interessa solo il suo Paese, dai cui confini non è mai uscito, fino alla fuga nel sud del Pakistan dopo l’invasione americana. È nato in una famiglia poverissima, non è anti americano né un anti occidentale, è invece un anti modernista con il sogno di un “Medioevo sostenibile”: “nell’era della Modernità trionfante, avanzante e conquistante osava proporre l’Antimodernità, una società del tutto diversa, pauperista, in antitesi concettualmente radicale al modello di sviluppo moderno”, spiega Fini nel suo Il Mullah Omar. Omar detesta inoltre apparire quasi quanto la corruzione, è un uomo di parola, se promette una cosa la fa. È adorato dai suoi uomini per il suo valore, per l’attaccamento sincero alla legge coranica, per il rispetto che concede all’altrui persona. Sarà proprio l’attaccamento al valore dell’ospitalità la causa “formale” dell’invasione americana: l’aver rifiutato di consegnare Osama Bin Laden in quanto “ospite” sul territorio afghano. L’ospite per i talebani è sacro, e per quanto non apprezzino Osama, non possono consegnarlo al Governo USA senza le prove che sia effettivamente l’autore degli attentati del 1998 e poi dell’11 settembre. Ma la mancata consegna del ricercato numero uno è solo la causa “ufficiale” a cui da corollario si aggiunge la denuncia del mancato rispetto dei diritti umani. Come sei i “padroni della guerra” scacciati dal Mullah non fossero stati dei criminali corrotti ben peggiori dei talebani. Ma l’ONU e l’Occidente si rifiutano di riconoscere il governo talebano, nonostante un primo avvicinamento dell’amministrazione Clinton al regime. Agli USA fa comodo, infatti, trattare con il Mullah: hanno bisogno di costruire il Gasdotto e sono sicuri che Omar non avrà il coraggio di rifiutare l’appalto alla UNOCAL, la multinazionale nel cui consiglio di amministrazione troviamo Donald Rumsfeld, Condoleeza Rice, la famiglia Bush e persino Hamid Karzai, futuro presidente afghano. Il coinvolgimento di funzionari governativi nella UNOCAL insospettisce invece il Mullah che preferisce trattare con l’argentina BRIDAS, diretta dall’italiano Carlo Bulgheroni. I rapporti con gli americani si incrinano proprio nel 1997 quando dopo aver a lungo tergiversato, Omar decide di affidare la costruzione del Gasdotto alla BRIDAS. Per gli americani è davvero un brutto colpo. Non se lo aspettano. Per non far perdere la commessa all’UNOCAL si riducono a corteggiare il nemico di sempre, l’Iran, al quale propongono un progetto alternativo: il passaggio del Gasdotto attraverso il territorio iraniano per arrivare alla Turchia senza dover passare dall’Afghanistan. È in questo periodo che gli USA si affidano alla lunga mano dei Media per screditare il regime talebano e alzare il velo sui soprusi nel Paese, che fino a quel momento avevano invece tollerato. Ma si sa, la logica dei soldi può far cambiare alleanze e posizioni. Da questo momento inizia una vera e propria campagna di dichiarazioni dei Media occidentali – che fino a quel momento non si erano occupati del Paese - che deplorano la condizione delle donne e dei diritti umani negati in Afghanistan.
Se Omar avesse fatto la scelta giusta, forse, citando il Presidente Franklin Delano Roosevelt, sarebbe rimasto un figlio di puttana, ma il nostro figlio di puttana! Ma Omar non è un Anastasio Somoza, né un burattino qualsiasi nelle mani degli americani: egli ha a cuore solo il bene del suo Paese. Per questo arriva a trattare con il Presidente Clinton per la consegna di Bin Laden, proposta che inaspettatamente viene rifiutata dalla Casa Bianca. Al contempo propone di eliminare la coltivazione del papavero e il traffico di oppio in cambio del riconoscimento del Governo talebano. L’Occidente, ancora una volta, rifiuta. Omar abbraccerà comunque l’eliminazione della coltivazione del papavero, facendo crollare quasi a zero la produzione di oppio. Ennesimo schiaffo all’Occidente che sul traffico di stupefacenti macina un business a sette zeri. Un’incredibile scortesia alle agenzia di Stampa che stavano facendo un bel lavoro nel dipingere i Talebani come “bestie”. Un provvedimento comodamente dimenticato dai Media occidentali che sotto le pressioni internazionali dipingono il regime talebano in modo univoco, senza quel rispetto che una cultura diversa dovrebbe richiedere. Il diverso che non scende a patti con le lobbies va annientato. Cancellato. Ecco che per spazzare via il nuovo nemico va costruita un’ingente macchina del consenso che faccia presa sulle paure collettive e che dipinga il diverso come un mostro da combattere. Il Mullah Omar viene così equiparato e confuso con Bin Laden, senza neppure badare al messaggio di cordoglio che il Mullah fece trasmettere al Governo USA all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle: “Noi condanniamo formalmente i fatti che sono avvenuti negli Stati Uniti al World Trade Center e al Pentagono. Condividiamo il dolore che tutti coloro che hanno perso i loro famigliari e i loro cari in questi incidenti. Tutti i responsabili devono essere assicurati alla giustizia. Noi vogliamo che siano puniti e ci auguriamo che l’America sia paziente e prudente nelle sue azioni”. Ma come ben sappiamo quella prudenza sperata non contraddistingue il Pentagono che, avendo già pronti i piani per l’invasione dell’Afghanistan, attacca Kabul nell’ottobre del 2001.
Il resto è storia.
Omar si dà alla macchia e diventa irraggiungibile. Si dimostra più furbo dei servizi segreti pachistani, delle forze di terra americane, dei contingenti di Karzai. Diventa in poco tempo un fantasma, ben lontano dall’esibizionismo del fondatore di Al Qaeda che risponde ai bombardamenti di Tora Bora raccogliendo proseliti per lo jihad tramite video messaggi. La taglia che pende sulla sua testa di 25 milioni di dollari non spinge nessun talebano a consegnarlo alle forze nemiche. Nessuna cifra potrebbe giustificare un tradimento per una cultura che, seppur basata sulla violenza e su una rigida osservanza della legge, dimostra di aver anch’essa qualcosa da insegnare all’Occidente: l’onore e la fedeltà non si comprano con il denaro.