Visualizzazione post con etichetta democrazia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta democrazia. Mostra tutti i post

venerdì 21 ottobre 2011

LA MORTE DI GHEDDAFI

di Enrica Perucchietti

È morto tra le macerie del suo sogno politico, della sua utopia fatta di sangue e resistenza.
Del sangue della rivoluzione, delle guerre, degli omicidi “politici”.
Della resistenza al capitalismo occidentale, all’integralismo islamico, ai complotti della CIA, ai missili francesi, al modello di democrazia Made in U.S.A.
Il Colonnello Muhammar Gheddafi è rimasto fedele fino all’ultimo a quel personaggio shakesperiano che si era cucito addosso: ci sono voluti dei giovani ribelli per gettare nella polvere un quarantennio di storia, senza il rispetto che una vita umana dovrebbe comunque avere, senza la deferenza che perfino noi gli attribuivamo alla vigilia del conflitto.
Perché nel bene e nel male quell’uomo preso a calci e ucciso con un colpo alla tempia sinistra è stato uno dei protagonisti assoluti della storia del XX secolo. Neppure il disprezzo dimostrato dagli uccisori ha intaccato la figura del combattente che non è scappato con la cassa o si è travestito da straniero per fuggire all’estero: nessun cappotto ha mascherato il raiss, che ha preferito farsi uccidere piuttosto che lasciare il suo Paese. Ma noi occidentali con una memoria sempre troppo breve – Frattini fino a qualche mese fa indicava la Libia come un modello da seguire per i Paesi Africani – abbiamo negato al dittatore il processo che meritava, forse per mettere a tacere la sua verità. Abbiamo delegato dei combattenti a ucciderlo e deriderne la salma per non macchiarci le mani di altro sangue. Perché se la storia la scrivono i vincenti, non c’è spazio per personaggi scomodi come il Colonnello: si preferisca lasciar vivere umenicchi farseschi e senza midollo come i vari Mubarack o Ben Alì, la cui ingordigia si è dimostrata all’altezza solo della loro viltà.
Ora rimane lo spazio vuoto lasciato dall’ennesimo conflitto voluto dall’imperialismo europeo e benedetto da quello americano. Alle soglie delle Presidenziali, Obama può vantarsi di aver fatto tagliare la testa al Serpente (Osama bin Laden) e di aver fatto eliminare fisicamente Gheddafi in quella che solo un Premio Nobel per la Pace può definire una “non guerra”: un conflitto che è durato mesi, ha portato a un governo di transizione di cui sappiamo poco o nulla, a nuovi appalti per la ricostruzione di un Paese in ginocchio, a nuovi contratti per il petrolio libico, alla privatizzazione della Banca libica che sotto Gheddafi era pubblica e imprestava soldi per la costruzione di infrastrutture senza interesse... In breve, una “non guerra” fatta di sangue, morti, polvere, bombardamenti e distruzione che ora apre le danze alla guerra civile che squasserà la Libia ma che ha riallineato il Paese alla politica di dominio occidentale.
Se Gheddafi con il suo terzomondismo è stato anche un dittatore sanguinario, il modello americano di democrazia “da esportazione” - che da Paese “civile” punisce ancora chi lo “merita” con la pena di morte – è dovuto ricorrere per l’ennesima volta alla violenza per detronizzare un ex alleato.
Stupisce che nel giro di un paio di giorni ci si sconvolga se le manifestazioni di protesta di piazza degenerano in violenza – anche se evidentemente pilotate per poter attuare un giro di vite sul controllo pubblico, vedasi la proposta della Legge Reale -  mentre si acclama la morte di un dittatore – ma sempre un uomo si tratta – preso a calci durante l’agonia.
Se è vero che la storia è scritta dai vincenti, la violenza dovrebbe essere condannata sempre, non accettata se chi la commette si presenta come “democratico”, sebbene all’attivo abbia due conflitti in corso, un terzo in Libia, appunto, e l’uccisione senza corpo dello Sceicco del Terrore. Non è che gli americani, o noi europei in generali siamo molto più “civili” del defunto raiss. Per vendicare un presunto attentato andiamo a bombardare Paesi che a male sapremmo indicare su un mappamondo, abbassando lo sguardo davanti alle immagini dei bombardamenti, delle città ridotte alla polvere, dei civili affamati o brutalmente scambiati per bersagli militari. Il nostro senso di solidarietà si scompone solo per sconvolgerci e imbastire funerali di Stato se un nostro militare muore in un attentato, per poi tornare in quel limbo di indifferenza che contraddistingue le giornate dell’occidentale medio che della guerra in Iraq, in Aghanistan o in Libia non ha tempo né voglia di sentir parlare.  
Almeno nel caso di Gheddafi non ci sarà nessuna Antigone a cercarne il corpo, nessun complottista a dubitare della morte. Le immagini dello strazio del cadavere hanno fatto il giro del mondo. Dopo la sorpresa per la fine improvvisa di un pezzo di storia, le lacrime o gli applausi dovrebbero scemare per lasciare spazio all’eco delle notizie sul futuro del Paese.
Sempre che la storia anche in questo caso non venga riscritta dal più forte. In ogni caso la storia ci troverà indaffarati per cogliere le discromie che la censura di Stato impone alle future generazioni.

giovedì 26 maggio 2011

LA PRIMAVERA DELLA "DEMOCRAZIA"



di Enrica Perucchietti

Il paragone con la coppia d’acciaio Bush-Blair era scontata. E per nulla rassicurante. L’incontro tra Barack Obama e David Cameron – suggellato da una partita a ping pong - ha riproposto il sodalizio angloamericano che trova il premier inglese e il presidente americano – nonostante l’apparente differenza di schieramenti politici, il primo conservatore, il secondo democratico – concordi sulle linee da seguire in politica estera.
Come se Obama non avesse insistito abbastanza nelle scorse settimane sull’importanza della “presunta” (passatemi il termine) uccisione di Osama Bin Laden, senza neppur dover evocare il giallo della morte del Mullah Omar o l’arresto di quello che dovrebbe essere l’ex generale serbo bosniaco ricercato per genocidio, Ratko Mladic, Cameron ha ribadito che “ora possiamo sconfiggere Al Qaeda”. Peccato che la notizia della morte di Bin Laden – che non era comunque il capo di Al Qaeda da tempo - abbia portato non solo a una nuova spirale di attentati ma anche a un incremento dei fondi stanziati per la sicurezza nazionale americana. Altroché dormire sonni tranquilli. La notizia dell’eliminazione fisica di Osama avrà come conseguenza il mantenimento in vita delle cellule jihadiste. Un pretesto per continuare il giro di vite in tema di Sicurezza…
Sul fronte Afghanistan Cameron ha invece dichiarato sibillino, “sarà un anno cruciale”, senza poter spiegare in che senso. Prima di confrontarsi sulla primavera araba e sul conflitto in Libia, il premier inglese ha evocato l’11 settembre e l’impegno nel debellare il terrorismo. Peccato che la lotta che portò Bush a dichiarare guerra all’Afghanistan nell’autunno del 2001 – unico motivo la mancata consegna del regime talebano di Osama bin Laden – ha trascinato gli USA nella più lunga guerra dell’era contemporanea, battendo addirittura la durata di quella del Vietnam – 103 mesi “soltanto”. Una politica completamente sbagliata, il mancato rispetto della cultura e delle tradizioni afghane, il combattimento con i droni, il bombardamento di civili e il conseguente ricompattamento del fronte talebano che ha conquistato il favore della popolazione – soprattutto rurale - stremata da dieci anni di inutili conflitti e violenti incursioni anche contro obiettivi civili, ci viene offerta come una strategia vincente, quando dietro i proclami di peace keeping si nasconde una guerra all’Afghanistan – non in Afghanistan - per il controllo delle risorse e del territorio, che hanno dato vita al fenomeno, prima sconosciuto in quel Paese, del terrorismo. Mai il popolo afghano – neppure nella guerra contro i sovietici - aveva fatto ricorso agli attentati kamikaze che, una volta adottati sono stati per lo più indirizzati contro obiettivi militari, distinguendosi così dalla metodologia di Al Qaeda. Gli scandali che si sono susseguiti in questi anni – come la corruzione dei capi talebani da parte dei militari italiani per non essere “colpiti”, o l’infiltramento di talebani all’interno delle milizie afghane, o ancora la connivenza della polizia afghana con il “nemico da combattere” – ha rivelato con chiarezza il vero volto di una guerra inutile, disastrosa, sanguinaria.
All’incontro londinese si è parlato anche del programma di appoggio alla primavera araba promosso al G8 che si è aperto oggi a Deauville. Ma a monopolizzare l’attenzione mediatica è stato il discorso di Obama a Westminster Hall, nel quale il Presidente ha sottolineato il primato americano nel “guidare il mondo”. Il parallelo è corso subito al repubblicano Reagan – nei cui confronti Obama si è più volte espresso con parola di elogio - che nel giugno dell’82 aveva rilanciato il primato americano contro l’URSS promettendo che la marcia “della libertà e della democrazia avrebbe portato il marxismo e il leninismo nella pattumiera della storia”. Di lì a poco sarebbe stata coniata la definizione di URSS come “impero del male”.
Oggi, a quasi trent’anni di distanza, come profeticamente indicato da Giulietto Chiesa e seppur in modo diverso da Webster Tarpley, l’asse del “male” si concentra in Medio Oriente dove la primavera araba e i conflitti in Libia, Iraq, Afghanistan e le incursioni in Pakistan mirano a sottomettere politicamente l’area in modo da battere sul tempo la Cina sul fronte energetico e isolarla dal resto del mondo con basi militare americane costruite ad hoc nei punti nevralgici.
Compito di Obama negare il declino dell’Occidente che sembrerebbe punta a instaurare un fronte globale contro l’asse cino-sovietico. Per sventare il pericolo di un declino della leadership americana, Obama ha dichiarato che il declino dell’America e dell’Europa nel mondo “è una tesi sbagliata” e che l’Occidente resterà “il maggior catalizzatore dell’azione globale nel mondo grazie a una forza di intenti comuni – valori li chiama – “volti a difendere i diritti non solo degli Stati Uniti” ma di tutta la Terra.
È la dottrina dell’eccezionalismo americano secondo la quale, come ha fatto notare Noam Chomsky, “aggressione e terrore sono quasi sempre rappresentati come autodifesa e devozioni a visioni ispirate”. In questo senso vengono giustificate le azioni aggressive contro Iraq, Afghanistan, Pakistan e ora la Libia, sostenute da campagne di disinformazione dei Media mirate per manipolare il consenso pubblico.
Ormai gli equilibri della geopolitica angloamericana sono chiari: nel prossimo futuro sarà la Siria a subire le conseguenze dell’importazione del liberalismo americano. Le sanzioni contro Assad segnano solo il primo passo verso l’attacco di Damasco. Mentre non è prevista nessuna misura restrittiva, ad esempio, nei confronti del monarca del Baharain, Hamad al Khalifa, che pure ha represso nel sangue il movimento per le riforme e la democrazia di Piazza della Perla. Forse però la lunga mano della CIA non è arrivata fino al Bahrain che rimane un buon alleato per gli USA. L’ipocrisia degli equilibri geopolitici a volte causano dei black out nel piano dell’“esportazione della democrazia”: in questo caso la Ragion di Stato impone ai governanti di fingere di non vedere. Un po’ come nel caso delle violenze in Myanmar o in Tibet condannate ma lasciate a se stesse. Ovvio, non ci si può opporre alla Cina.
La ragione che muove le più sublimi intenzioni degli Stati Uniti è infatti “lo zelo nel portare agli altri i valori che definiscono l’identità nazionale americana” per dirla come Chomsky. È per seguire questi alti ideali che, come ha ricostruito lo storico David Schmitz, “lungo quasi tutto il ventesimo secolo, gli Stati Uniti hanno sostenuto dittature di estrema destra, in violazione degli ideali politici americani” e del loro impegno a “promuovere la democrazia e i diritti umani”.
Peccato che i diritti umani da salvaguardare vengano scelti con accuratezza dai governi americani in base ai propri interessi che non si identificano con gli interessi della nazione ma, semmai, agli “interessi delle concentrazioni di potere che dominano la società”.
Le lobbies insomma.