lunedì 14 novembre 2011

CON MARIO MONTI L'ITALIA VERSO UN NWO?

La Sindrome da Cavallo di Troia. 
Come manipolare la masse offrendo loro un falso salvatore, dopo aver causato il danno. 
I casi Monti e Papademos.
di Enrica Perucchietti
http://ildemocratico.com/2011/11/13/con-monti-litalia-verso-il-Nuovo-Ordine-Mondiale-nwo/

Rubando una citazione prosaica a Giulietto Chiesa, vi spiego perché con la nomina dell’economista e uomo di punta della Commissione Trilaterale, del Club Bilderberg e della Goldman Sachs, Mario Monti, “Siamo fottuti”. L’Italia commissariata, non sta soltanto mettendo in svendita i propri beni, ma sta aprendo le porte a un governo sovranazionale di quella oligarchia che intende - su sua stessa ammissione - costituire un Nuovo Ordine Mondiale. Che ciò debba avvenire tra un mese, un anno o un decennio, poco importa: ci siamo già dentro e i vari Draghi, Lagarde, Strauss Kahn, Monti, Tremonti, Papademos non sono altro che pedine di questa articolata trama.
Hic rodhus, hic salta.

Per conquistare Troia e darla alle fiamme dopo un inutile assedio durato un decennio, gli Achei finsero la disfatta per introdurre nella cittadella il Cavallo di legno. I Troiani, sfiancati dall’accerchiamento, accolsero la macchina da guerra credendola un “dono” divino. Non potevano immaginare che dentro il Cavallo si nascondessero i nemici pronti a espugnare Troia con l’inganno. Se è stato un inganno a segnare la fine di Troia, un altro raggiro sta per mettere fine “dal di dentro” alla sovranità nazionale italiana (e greca). Lo stratagemma è altrettanto sofisticato: indurre artificialmente la crisi per far subentrare uomini scelti a risolverla. Si sa, le masse adorano illudersi di essere salvate: è la Sindrome da Cavallo di Troia. Ce l’ha confermato recentemente il bluff Barack Obama che predicava il cambiamento e invece dopo aver ingannato milioni di elettori ha seminato altre guerre e disastri sulla strada segnata da Clinton e Bush. I più alienati degenerano nella Sindrome di Stoccolma rimanendo ancorati ai loro aguzzini – e infatti continuano a votarli!
Non è complottismo, è la realtà dei fatti.
Lo avevamo predetto tre mesi fa in una precedente inchiesta (http://ildemocratico.com/2011/08/08/inchiesta-attacco-speculativo-allitalia-chi-vuole-eliminare-berlusconi/): l’attacco speculativo dei mercati italiani per far crollare Berlusconi – reo di aver privilegiato nella sua politica estera Russia e Libia - e insediare una fedele pedina della Casta americana. A pochi giorni dall’identica caduta di Papandreu e la conseguente nomina di Lucas Papademos, stiamo assistendo all’insediamento del governo tecnico di Mario Monti. L’incarico al neo senatore a vita è stato proposto a sorpresa proprio dal Presidente Giorgio Napolitano che, guarda caso, a margine dei festeggiamenti del 4 novembre del 2007 aveva auspicato in una conferenza stampa, “la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale”. Basta seguire i corsi e ricorsi storici per imparare i meccanismi di quella oligarchia finanziaria sovranazionale che tira le fila dell’Agenda politica ed economica mondiale. Sia Papademos che Monti sono subentrati per realizzare misure che non sono state né dibattute dalle istituzioni, né sottoscritte dal consenso popolare.
Che cosa sappiamo realmente su di loro?

Entrambi appartengono alla plutocrazia mondiale. Entrambi sono membri della Commissione Trilaterale dei Rockefeller, del Club Bilderberg, e più in generale pedine della finanza israelo-americana.
La formazione consolidata da una lunga permanenza negli Stati Uniti ha permesso loro di entrare in contatto con l’alta finanza e con lo stratega polacco Zbigniew Brzezinski, già consigliere di Jimmy Carter, amico intimo di Christine Lagarde (attuale capo del Fondo Monetario Internazionale dopo lo scandalo sessuale e le dimissioni forzate di Strauss-Kahn), infine mentore di Barack Obama.

Papademos  ha lavorato alla Federal Reserve Bank di Boston nel 1980 prima di diventare economista capo della Banca Nazionale greca, infine vice governatore nel 1993 e governatore l’anno successivo: è stato proprio costui a traghettare la Grecia dalla dracma all’euro. Destino vuole che sia stato richiamato per sanare i danni che ha contribuito a creare… Dal 2002 al 2010 è stato infatti anche vice presidente della BCE.

Seguendo invece le orme di Mario Draghi, Monti è entrato nel 2005 alla Goldman Sachs come International Advisor, nonché come presidente di un’altra lobby, la belga Bruegel. Quest’ultimo think thank fondato nel 2005 è un gruppo di comando composto da esponenti di spicco di 16 Stati e 28 multinazionali. Tra cui troviamo le stesse che hanno finanziato la campagna elettorale di Barack Obama o che meritano uno scranno nelle riunioni blindate del Club Bilderberg: Microsoft, Google, Goldman Sachs, Samsung, la Borsa di New York (Nyse), l’italiana Unicredit, etc. Sarà questa esterofilia che ha portato Monti a entrare come Advisor anche nella Coca Cola company…
Come membro dei Bilbderg e della Goldman Sachs è impossibile che non fosse a conoscenza dei rischi della deregulation e della conseguente bolla finanziaria che ha causato il crollo dei mercati, trascinando sul baratro della bancarotta il Paese e l’Europa intera. Con il senno di poi si chiarisce che cosa intendevano alcune mosche bianche – primo tra tutti lo storico Webster Tarpley - quando cercavano di allertare la popolazione dal rischio che Goldman Sachs e soci si nascondessero dietro all’ondata di speculazioni che ha innalzato lo spread del nostro Paese causando così la caduta del Governo Berlusconi. Già, perché  per decretare l’addio al premier italiano non sono bastati gli scandali, i festini, le intercettazioni: c’è voluta una “spinta” dall’esterno, proprio come avevamo previsto tre mesi fa. Una “spinta” ben manovrata dalle lobbies americane: sembra proprio che gli uomini della Goldman Sachs abbiano il compito di innescare le crisi per poi proporsi di risolverle “a modo loro”. Con Monti e Papademos – accolti come salvatori - vedremo come. Ma il rischio che si rivelino presto come Cavalli di Troia è dietro l’angolo: è il loro curriculum a parlare.

Ci troviamo così di fronte a due ennesimi uomini dell’oligarchia finanziaria sovranazionale, insediati senza consenso popolare – quindi fuori dai meccanismi che la democrazia richiederebbe – alla guida di due Paesi all’interno dell’UE.
Ma la colpa è anche nostra che nell’ultimo ventennio di mancate riforme abbiamo subito passivamente lo sfascio della politica, arroccandoci tra i sostenitori e i critici di Berlusconi, convinti che il Male assoluto fosse Berlusconi mentre la sinistra si impegnava ad autoflagellarsi tra mancanza assoluta di idee e di carisma. Non abbiamo ancora capito che l’ottica del Divide et Impera fa comodo soltanto a quell’1% che ci governa in silenzio. Divisi e senza proposte ci siamo fatti trascinare dall’ondata di speculazioni artificiali e di manovre sotterranee create ad hoc dalle lobbies finanziarie, da quei Gruppi di Potere che non abbiamo ancora imparato a riconoscere, proprio perché non hanno colore politico, religione, etichetta o bandiera.

venerdì 21 ottobre 2011

LA MORTE DI GHEDDAFI

di Enrica Perucchietti

È morto tra le macerie del suo sogno politico, della sua utopia fatta di sangue e resistenza.
Del sangue della rivoluzione, delle guerre, degli omicidi “politici”.
Della resistenza al capitalismo occidentale, all’integralismo islamico, ai complotti della CIA, ai missili francesi, al modello di democrazia Made in U.S.A.
Il Colonnello Muhammar Gheddafi è rimasto fedele fino all’ultimo a quel personaggio shakesperiano che si era cucito addosso: ci sono voluti dei giovani ribelli per gettare nella polvere un quarantennio di storia, senza il rispetto che una vita umana dovrebbe comunque avere, senza la deferenza che perfino noi gli attribuivamo alla vigilia del conflitto.
Perché nel bene e nel male quell’uomo preso a calci e ucciso con un colpo alla tempia sinistra è stato uno dei protagonisti assoluti della storia del XX secolo. Neppure il disprezzo dimostrato dagli uccisori ha intaccato la figura del combattente che non è scappato con la cassa o si è travestito da straniero per fuggire all’estero: nessun cappotto ha mascherato il raiss, che ha preferito farsi uccidere piuttosto che lasciare il suo Paese. Ma noi occidentali con una memoria sempre troppo breve – Frattini fino a qualche mese fa indicava la Libia come un modello da seguire per i Paesi Africani – abbiamo negato al dittatore il processo che meritava, forse per mettere a tacere la sua verità. Abbiamo delegato dei combattenti a ucciderlo e deriderne la salma per non macchiarci le mani di altro sangue. Perché se la storia la scrivono i vincenti, non c’è spazio per personaggi scomodi come il Colonnello: si preferisca lasciar vivere umenicchi farseschi e senza midollo come i vari Mubarack o Ben Alì, la cui ingordigia si è dimostrata all’altezza solo della loro viltà.
Ora rimane lo spazio vuoto lasciato dall’ennesimo conflitto voluto dall’imperialismo europeo e benedetto da quello americano. Alle soglie delle Presidenziali, Obama può vantarsi di aver fatto tagliare la testa al Serpente (Osama bin Laden) e di aver fatto eliminare fisicamente Gheddafi in quella che solo un Premio Nobel per la Pace può definire una “non guerra”: un conflitto che è durato mesi, ha portato a un governo di transizione di cui sappiamo poco o nulla, a nuovi appalti per la ricostruzione di un Paese in ginocchio, a nuovi contratti per il petrolio libico, alla privatizzazione della Banca libica che sotto Gheddafi era pubblica e imprestava soldi per la costruzione di infrastrutture senza interesse... In breve, una “non guerra” fatta di sangue, morti, polvere, bombardamenti e distruzione che ora apre le danze alla guerra civile che squasserà la Libia ma che ha riallineato il Paese alla politica di dominio occidentale.
Se Gheddafi con il suo terzomondismo è stato anche un dittatore sanguinario, il modello americano di democrazia “da esportazione” - che da Paese “civile” punisce ancora chi lo “merita” con la pena di morte – è dovuto ricorrere per l’ennesima volta alla violenza per detronizzare un ex alleato.
Stupisce che nel giro di un paio di giorni ci si sconvolga se le manifestazioni di protesta di piazza degenerano in violenza – anche se evidentemente pilotate per poter attuare un giro di vite sul controllo pubblico, vedasi la proposta della Legge Reale -  mentre si acclama la morte di un dittatore – ma sempre un uomo si tratta – preso a calci durante l’agonia.
Se è vero che la storia è scritta dai vincenti, la violenza dovrebbe essere condannata sempre, non accettata se chi la commette si presenta come “democratico”, sebbene all’attivo abbia due conflitti in corso, un terzo in Libia, appunto, e l’uccisione senza corpo dello Sceicco del Terrore. Non è che gli americani, o noi europei in generali siamo molto più “civili” del defunto raiss. Per vendicare un presunto attentato andiamo a bombardare Paesi che a male sapremmo indicare su un mappamondo, abbassando lo sguardo davanti alle immagini dei bombardamenti, delle città ridotte alla polvere, dei civili affamati o brutalmente scambiati per bersagli militari. Il nostro senso di solidarietà si scompone solo per sconvolgerci e imbastire funerali di Stato se un nostro militare muore in un attentato, per poi tornare in quel limbo di indifferenza che contraddistingue le giornate dell’occidentale medio che della guerra in Iraq, in Aghanistan o in Libia non ha tempo né voglia di sentir parlare.  
Almeno nel caso di Gheddafi non ci sarà nessuna Antigone a cercarne il corpo, nessun complottista a dubitare della morte. Le immagini dello strazio del cadavere hanno fatto il giro del mondo. Dopo la sorpresa per la fine improvvisa di un pezzo di storia, le lacrime o gli applausi dovrebbero scemare per lasciare spazio all’eco delle notizie sul futuro del Paese.
Sempre che la storia anche in questo caso non venga riscritta dal più forte. In ogni caso la storia ci troverà indaffarati per cogliere le discromie che la censura di Stato impone alle future generazioni.

lunedì 25 luglio 2011

NWO DIETRO GLI ATTENTATI DI OSLO E UTOJA


di Enrica Perucchietti  

Esistono almeno dieci ottime ragioni per rivedere la versione ufficiale che le autorità e i Media ci hanno trasmesso del duplice attentato a Oslo e Utoja. 

Di queste, almeno sei valgono come moventi che potrebbero aver spinto coloro che sostengono un Nuovo Ordine Mondiale ad attaccare la Norvegia in modo che il sangue fungesse da monito per il futuro. Propedeutico a ciò l’entrata della Norvegia nell’Unione Europea.

In estrema sintesi: la mancata adesione all’UE; lo storico accordo di cooperazione siglato nel 2010 con la Russia e solo ora entrato in vigore; un’autonomia che si rispecchia in un Governo e un’economia forte che ha resistito alla crisi; una politica pronta a riconoscere la Palestina; le  risorse di petrolio e gas e gli appalti ventennali sui pozzi iracheni; la  decisione di ritirare le truppe dalla Libia; la spaccatura interna alla NATO facente capo a una politica filorussa; la presenza di una loggia massonica fondamentalista di culto svedese; le esercitazioni militari del governo norvegese che “avrebbero” – come nel caso dell’11/9 e di Londra 2005 - coperto l’operato dei terroristi. Infine, la testimonianza di numerosi sopravvissuti sull’isola di Utoja che ci fosse un vero e proprio commando che avrebbe affiancato Behring Brevik nella sua follia omicida.

 

Partiamo dall’evidenza: la mancata adesione della Norvegia all’Unione Europea. In due occasioni un referendum popolare ha bocciato l’ipotesi di entrare a far parte dei Paesi membri. Il no definitivo è arrivato nel 1994. Non solo, secondo un sondaggio il 66% della popolazione sarebbe contraria all’annessione. Su questa decisione peserebbe la crisi che hanno attraversato diversi stati membri una volta entrati nella UE.

Se da un lato pesa la recente indipendenza conquistata nel 1905 dal Paese dopo secoli di unione con Svezia e Danimarca, dall’altro il controllo delle acque territoriali con la pesca e l’accesso a risorse quali petrolio e gas votano a sfavore dell’adesione: in questo caso le loro acque potrebbero essere sfruttate anche da altri Paesi europei per la pesca, mentre dall’altro riceverebbero dure sanzioni per la caccia alle balene. Avendo sottoscritto il trattato di Schengen, la Norvegia non ha problemi con gli scambi economici, mentre un’eventuale adesione all’UE sarebbe controproducente per un Paese che ha standard ben al di sopra di quelli richiesti per l’annessione. La Norvegia si è dimostrata una Nazione autonoma, ricca, forte, che ha retto la caduta dei mercati e la conseguente crisi economica. Questa indipendenza non può che intralciare l’opera di coloro che vogliono Stati deboli per un’Europa forte che sostituisca le singole autorità nazionali.

 

Nel progetto di costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale, professato non solo dalle dinastie quali Rockefeller e Rotschild, ma anche da politici e capi di Stato, la mancata adesione al primo step rappresentato dall’UE non può che essere visto come un ostacolo da eliminare. Non si può escludere che entro un anno, dopo questo duplice attentato, venga riproposto il referendum per l’adesione all’Unione Europea e che questa volta il sì “magicamente” prevalga.

Nella geostrategia disegnata dagli USA e professata dal mentore e consigliere ombra di Obama, Zbigniew Brzezinski, emerge un rigurgito di Guerra Fredda che vede l’America come pilastro politico ed economico degli equilibri mondiali a cui si contrappone l’asse costituito da Russia e Cina, le uniche antagoniste all’espansionismo imperiale americano. A questi due blocchi si aggiungono Paesi indipendenti e forti che sembravano non aver bisogno della guida e della protezione degli USA. Che credono – o meglio credevano – di essersi ritagliate un porto sicuro fuori dalla geopolitica globale. Tra questi Libia e Norvegia sono gli ultimi esempi – seppur diversi - in ordine di tempo.

 

La Libia di Gheddafi è stata attaccata in quella che Obama ha definito incomprensibilmente una “non guerra” per ragioni che vanno ben oltre il mancato rispetto dei diritti umani. La decisione del Colonnello di abbandonare il dollaro per riprezzare petrolio, gas e altre materie prime e di adottare così una nuova valuta, il dinaro oro, può gettare una nuova luce sulle reali motivazioni che hanno portato a questo nuovo conflitto. Soprattutto a scaricare quello che per molti Paesi, Francia e Italia in primis, era considerato un valido alleato.

Trent’anni fa in un intervista rilasciata alla Principessa giapponese Nakamaru, Gheddafi aveva previsto l’intervento della CIA sul territorio libico e nel Medio Oriente per militarizzare l’area e impadronirsi delle materie prime. La decisione di riprezzare petrolio e gas – proprio come aveva fatto Saddam Hussein nel 2001 riprezzando il petrolio sull’euro - avrebbe ovviamente condotto a una svalutazione del dollaro che avrebbe messo in serio pericolo l’economia statunitense già sul baratro della bancarotta. Similmente la Norvegia si stava dimostrando troppo indipendente per gli interessi globali delle stesse elite che hanno appoggiato l’intervento in Libia. La decisione di ritirare la propria partecipazione sul territorio libico a partire dal 1 agosto di quest’anno ha portato il Ministro della Difesa britannico ad accusare il Governo norvegese – così come quello olandese- “di non fornire sufficienti forze aeree per la campagna in corso”.

 

A ciò si aggiunge l’accordo storico stipulato con la Russia, destinato a riscrivere gli equilibri economici mondiali. Il Trattato, firmato a Murmansk il 15 settembre scorso dal Primo ministro norvegese Jens Stoltemberg e dal Presidente russo Dimitri Medvedev, definisce la linea di demarcazione delle zone di influenza economica nel Mare di Barents, secondo un criterio che assegna, alle due nazioni, parti ritenute uguali, per regolare attività che vanno dalla pesca del merluzzo allo sfruttamento dei ricchissimi giacimenti petroliferi e di gas naturale in un bacino di 175 mila chilometri quadrati. Si può capire come tale asse strategico metta a rischio gli interessi e il controllo americano sul nostro continente. Anche in questo senso il duplice attentato può essere letto come un “avvertimento” a non procedere oltre…

Oltre ai giacimenti di gas e petrolio, Norvegia e Russia si sono aggiudicate tramite la Statoil Hydro e la Lukoil, l’assegnazione degli appalti ventennali su uno dei maggiori giacimenti petroliferi nel Sud dell’Iraq: una riserva di 13 miliardi di barili di petrolio. La Statoil aveva già fatto tremare le lobby americane dopo essere entrata in un partneriato con la Gazprom per il maxi giacimento di gas a Shtokman… Inoltre la Norvegia si sarebbe macchiata, secondo fonte di Ha’aretz – di aver escluso per ragioni etiche quasi un anno fa due imprese israeliane dalla partecipazione dello sfruttamento dei giacimenti di petrolio nel Mare del Nord (http://www.haaretz.com/print-edition/business/norway-government-run-pension-fund-drops-africa-israel-group-shares-1.309874).

 

Veniamo ora alla politica estera. La Norvegia non si è solo “macchiata” della colpa di voler ritirare le sue forze aeree dalla Libia, ma si è contraddistinta per una politica giudicata da alcuni “anti NATO”. Come riportato da Gianluca Freda (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8665) secondo il Cablegate di Wikileaks, il governo norvegese sarebbe stato accusato di far parte della cosiddetta “banda dei cinque” insieme a Francia, Germania, Olanda e Spagna. Le cinque nazioni avrebbero adottato una politica filorussa, creando così una frattura interna alla NATO.

Il secondo peccato della Norvegia in politica estera sarebbe l’appoggio alla causa palestinese. Qui si possono comprendere meglio le voci che hanno parlato anche in questo caso, come nell’11/9, del coinvolgimento del Mossad nel duplice attentato. Ci torneremo più avanti. Il Ministro degli Esteri norvegese, Jonas Gahr Stoere, ha dichiarato in una conferenza stampa tenutasi a Ramallah, che il suo Paese era pronto a riconoscere il futuro Stato palestinese. Non solo. Il Partito Socialista di Sinistra di Kristin Halvorsen si è spinto oltre fino a chiedere di far votare una mozione in cui si chiederebbe un’azione militare contro Israele nel caso di un’azione violenta contro Hamas a Gaza. Il che è davvero troppo anche per un Paese come la Norvegia!

A ciò si aggiunge l’esclusione delle due imprese israeliane dalla partecipazione dello sfruttamento dei giacimenti di petrolio e l’accusa che il Ministro degli Esteri israeliano Avigdor Liebermann mosse alla Norvegia di adottare politiche di antisemitismo. Allora Liebermann durante una riunione ONU a New York puntò il dito proprio contro il Ministro norvegese Jonas Gahr Store parlando di una sua connivenza con Hamas.

 

Per chi fosse ancora scettico in merito, basti pensare alla casualità del Fato (sic!) che ha visto il paladino dello causa palestinese, il Ministro Gahr Store, chiedere la fine dell’occupazione israeliana proprio giovedì scorso… a Utoja, presso il campo estivo della gioventù laburista! Che coincidenza davvero! Si capisce che l’avvertimento di Liebermann non gli era bastato…

Ma il Ministro degli Esteri non è il solo ad aver rischiato la pelle nel duplice attentato. Si pensi che il Primo Ministro Jens Stoltenberg aveva mandato i propri figli a prender parte proprio al campo di Utoja. I ragazzi e Gahr Store si sono salvati.

Ma costoro avranno capito il monito?

 

La lettura “alternativa” degli eventi ci spinge a constatare come ci sia stata un’accelerazione negli attentati “simbolici”, che dovrebbero fungere da avvertimento o da causa per una reazione da parte dei Governi. Quest’ultimo fu il caso dell’11/9 che condusse il Governo a rispolverare il Patriot Act che stava ammuffendo sulla scrivania di Bush jr. in attesa che un evento straordinario – “una nuova Pearl Harbour” come l’aveva evocata Brzezinski nel 1997 – sconvolgesse a tal punto l’opinione pubblica da poter stringere il cappio della sicurezza e trovare un movente per l’occupazione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq, i cui piani di evasione ammuffivano insieme alla bozza del Patriot Act. Le conseguenze sono storia. La Pearl Harbour auspicata da Brzezinki avvenne puntualmente l’11/9. Ma un punto su cui si è troppo poco discusso è l’esercitazione condotta dal NORAD e dal Consiglio di Stato Maggiore riguardo alla simulazioni di un ipotetico attentato aereo. Il caso volle che l’attento avvenisse poco dopo l’esercitazione, senza che NORAD, FBI e CIA riuscissero a far abbattere gli aerei che ebbero il tempo di virare verso i loro obiettivi con tutta calma sorvolando diverse basi militari… anzi! Numerosi caccia vennero mandati fuori rotta sull’Oceano Atlantico nell’ambito della fantomatica simulazione.

Ora, si vede che quando un inganno funziona coloro che si nascondono “dietro il trono”, hanno deciso di esportare le modalità dei false flag cambiando solo – su necessità – il capro espiatorio. Nel caso di Oslo – proprio come già avvenuto anche a Londra per gli attentati del 2005 – la polizia anti terrorismo norvegese stava eseguendo la tipica esercitazione con tanto di scoppio di esplosivi, all’insaputa degli ignari cittadini.

Ora, non essendo capitato solo una volta, la coazione a ripetere della modalità dei servizi segreti supportati dal Mossad potrebbe aver firmato anche questa pagliacciata.

La fantomatica esercitazione potrebbe essere servita - come nel caso dell’11 settembre e di Londra - a far agire indisturbati i veri responsabili degli attentati, in modo che potessero piazzare gli esplosivi. Così avvenne a New York, poi a Londra, ora a Oslo. Sono note le centinaia di testimonianze di cittadini americani che l’11/9 sentirono e videro esplodere delle cariche all’interno del World Trade Center. Basti pensare all’edificio numero 7 che crollò su se stesso in pochi secondo come in una demolizione controllata SENZA neppure essere stato colpito!

Ora, senza tornare sulle anomalie dell’11/9, la stessa cosa sembra sia accaduta anche a Oslo. L’esercitazione militare che si è tenuta 48 ore prima in prossimità del teatro dell’Opera, può aver benissimo coperto e permesso il piazzamento dell’esplosivo che non si è ridotto soltanto a un’autobomba ma ha colpito diversi edifici governativi.

Per chi si chiede che cosa c’entri il Mossad anche in questo caso, eccovi soddisfatti: come ha spiegato Gianluca Freda, «il Mossad opera in Norvegia in cooperazione con i servizi segreti locali, sotto la copertura del cosiddetto “Kilowatt Group”, una rete d’intelligence che vede la partecipazione, oltre che di Israele e Norvegia, anche di altri paesi quali Svizzera, Svezia e Sudafrica e che si maschera – manco a dirlo – sotto la finalità di facciata della “lotta al terrorismo”». Sul Kilowatt Group quel poco che si sa è emerso da alcuni documenti della CIA: è stato fondato nel 1977 ed opera a stretto contatto con il Mossad, «The group is dominated by Israel because of its strong position in the information exchange on Arab based terror group in Europe and the Middle East».

Infine, è evidente che il duplice attentato non possa essere stato commesso da un’unica persona. Non solo perché non ci sarebbe mai riuscita, sebbene Hollywood ci abbia abituato a credere a tutto. Ora, neppure Bruce Willis avrebbe potuto farcela da solo. Che un 32enne emotivamente fragile, mitomane e bugiardo, con il pallino della politica, cristiano e razzista possa essersi trasformato nella nemesi di Jason Bourne è semplicemente ridicolo. Che fosse un massone – del terzo grado! – non cambia le cose. Costui è stato evidentemente aiutato da qualcuno. I testimoni dell’isola di Utoja hanno infatti raccontato di aver sentito gli spari provenire da diverse parti, avvalorando la pista di un commando. Neppure un esaltato può agire indisturbato per un’ora e mezza con un fucile automatico! Che poi sia stato libero di agire per tutto questo tempo è un’altra questione che coinvolge la responsabilità della autorità.

Ora, che a nessuno sia venuto in mente il precedente del pluriomicida australiano Martin Byrant è sintomo della superficialità con la quale vengono affrontate e trattate le notizie. Anche Bryant – fisicamente simile a Behring, biondo, carnagione chiara, occhi chiari, sguardo spiritato – è stato accusato di aver ucciso da solo il 28 aprile 1996, 35 persone nella strage tristemente più nota della storia australiana. Emotivamente fragile, narcisista, violento, all’età di 31 anni è stato fermato come unico colpevole della strage di Port Arthur. Che abbia agito da solo, anche in questo caso, è improbabile. Bryant, inoltre, era stato sottoposto da adolescente a cure psichiatriche da uno dei responsabili del progetto Tavistock in Tasmania, una sorta di MK-ULTRA inglese. 

Il Tavistock avrebbe agito da copertura per esperimenti sulla psiche di giovani malati così come a partire dagli anni ’50 il progetto Monarch MK-ULTRA, portato avanti dalla CIA, sperimentò come gli abusi possono creare personalità multiple su cavie umane così da dar vita a super soldati o semplici sicari mentalmente manipolabili e all’oscuro di tale controllo mentale ma attivabili sulla base di semplici ordini vocali o visivi.
L’MK-ULTRA ha avuto un suo “braccio” anche in Norvergia, così come il Tavistock in Australia. Il 4 settembre 2000 il Norway Post ha rivelato come il governo norvegese iniettò LSD e altre droghe a bambini e pazienti adulti in cura psichiatrica. Alla somministrazione di sostanze psicotrope si alternavano tecniche di privazione del sonno, della fame, elettroshock, radiazioni, ipnosi e abusi fisici per creare traumi ai pazienti.

Tali tecniche sono state utilizzate anche da logge deviate della Massoneria: in tali casi si parla di Masonic mind control.
La loggia a cui apparteneva Behring Breivik è la famigerata St Johannes Logen St Olaus di rito svedese.
L’ex Illuminato Leo Lyon Zagami che ha messo a repentaglio la sua vita per denunciare gli abusi e le pratiche occulte e sataniche di questa frangia deviata della Massoneria, è stato costretto a riparare all’estero dopo essere stato arrestato per spionaggio dalle autorità norvegesi. Egli aveva fondato nel 2006 il progetto AKER LUX e il CLUB of NOW, con lo scopo di opporsi allo strapotere di questa frangia fondamentalista della Massoneria di rito svedese. In questo senso Zagami porta avanti da anni la denuncia del Rito Svedese e del suo legame con l’O.T.O. e il satanismo in generale.
La possibilità che Behring Breivik, che era soltanto un iniziato al terzo grado, possa essere stato plagiato e manipolato dalla Loggia a cui apparteneva è evidente. Come spiegato da Zagami, il Rito Svedese della Loggia deriverebbe dal Rito della Stretta Osservanza Templare, fondato nel 1756 dal barone Karl Gotthelf von Hund, la cui frangia tedesca influì, secondo Zagami, nel retroterra esoterico che diede vita al nazismo.

È altrettanto evidente che il duplice attentato, che ha ora come unico capro espiatorio un giovane uomo trentaduenne, è stato un monito per la politica del Governo norvegese.
Un avvertimento a cambiare rotta, a sottostare alla creazione di un nuovo ordine mondiale e a sottrarsi alla cooperazione con la Russia. Un modo per far capire che l’indipendenza non è concessa.
Sarà servito?

Speriamo di no.

mercoledì 20 luglio 2011

E SE WIKILEAKS FOSSE UNO STRUMENTO DELLA CIA?

Nel mondo dello spionaggio sappiamo tutti che cos'è Wikileaks”.
L’ex agente del KGB, Daniel Estulin, ha le idee ben chiare su che cosa sia realmente Wikileaks. Ma invece di custodire il segreto, ha deciso di renderlo noto in un nuovo libro. Archiviato per ora il Club Bilderberg, al quale ha dedicato molti articoli e un omonimo saggio, ha deciso di dedicarsi a Julian Assange e alla sua “creatura”, sui quali ha molti segreti da rivelare.

Da me raggiunto telefonicamente ha confermato le anticipazioni che erano trapelate su alcuni siti stranieri sul Cablegate che solo in apparenza ha scosso le fondamenta dei servizi segreti e dei maggiori Governi al mondo. Perché, come ricorda Estulin, si deve sempre diffidare di tutto e di tutti e dei personaggi di ombre, fumo e specchi che periodicamente si affacciano sugli scenari mondiali.

Nel suo nuovo libro, Desmontando a Wikileaks, Estulin rivela i retroscena del sito: l’organizzazione non è una creazione di Assange – spiega Estulin – ma della NSA nordamericana e della CIA.

Che su Assange potesse aleggiare l’ombra della CIA era abbastanza evidente: in fondo le informazioni “top secret” rivelate da Wikileaks non sono state così sconcertanti, anzi.

Avevo già ipotizzato nel mio saggio L’altra faccia di Obama, che dietro l'hacker australiano si potesse nascondere una forma di cover up. L’ultimo saggio di Estulin non solo conferma il mio dubbio, ma ricompone i pezzi di un puzzle che una volta completato rivela però un’ipotesi più tragica.

Ho contattato Estulin per saperne di più dopo avere svolto delle ricerche parallele al suo lavoro per capire se anche le mie fonti mi avrebbero condotto alle stesse conclusioni. Così è stato.

Per Estulin Assange è soltanto un “burattino” della CIA: lavorerebbe per l’Agenzia, senza però esserne minimamente cosciente. Estulin insiste molto su questo punto: al telefono ha continuato a ripetermi, He doesn't know, do you understand? Non sa nulla, capisci? E io a rassicurarlo – Yes, yes, I understand. Ho capito. Non vuole che si creda che Assange sia un agente CIA. L'hacker australiano sarebbe soltanto uno dei tanti strumenti che l'Agenzia americana utilizzerebbe nelle sue sofisticate operazioni di Azione/Reazione. Come ci ha spiegato ampiamente David Icke nei suoi saggi, la CIA adotta spesso dei piani che far accadere “qualcosa” di traumatico – o che comunque colpisca l'opinione pubblica – per intervenire con la giusta “soluzione” e imporre ad esempio nuove restrizioni pubbliche, possano riguardare la privacy o ad esempio l'economia, oppure guerre di espansione motivate come necessarie per la contrastare un Nemico invisibile – come il terrorismo.

Seguendo questa dinamica, Wikileaks sarebbe soltanto un espediente per gettare fumo negli occhi alla popolazione e rendere evidente la debolezza dei sistemi informatici governativi per poter poi chiudere l’accesso libero a internet. Un obiettivo parallelo alle norme di restrizione della privacy contenute nel Patrioct Act Cybernetico varato nel 2009 e confermate recentemente dal “democratico” Obama.

Lo scorso anno Pino Cabras ci aveva già avvisati dei pericoli di manipolazione che si potevano nascondere dietro a Wikileaks: «Ora che ci dicono che con le prime nuove soffiate di Wikileaks sta esplodendo “l'11 settembre della diplomazia” ovvero “l'11 settembre di internet”, deve valere una premessa: non ci sono individui, e neanche organizzazioni, che siano in grado di leggere 250mila documenti in breve tempo. Quindi ci arriva solo un flusso filtrato di documenti. E chi lo filtra, per ora, è la vecchia fabbrica dei media tradizionali. Se di un 11 settembre si trattasse, saremmo nella fase del trauma mediatico iniziale, quella che ci dà l’imprinting, l’apprendimento base del nuovo mondo su cui ci affacciamo e delle nuove credenze sulle quali far fede. Una volta educate le menti con questo shock, le sue riletture successive andranno controcorrente e perciò partiranno sfavorite». Quasi un anno fa Cabras parlava degli “imprinting” che Wikileaks avrebbe prodotto. Primo: far vivere un trauma alla popolazione, «come se prima del percolare dei segreti attraverso Wikileaks non vi fosse modo di interpretare la politica, la diplomazia, i segreti, le normali trame degli Stati», secondo la manipolazione dei dispacci pubblicati, infine, il pretesto per un giro di vite sul web.

Il terzo imprinting per Cabras sarebbe la creazione dello “scompiglio sul web”, così forte da «risvegliare coloro che dal caos vorrebbero trarre un nuovo ordine sulla Rete. Due anni fa pubblicammo l'allarme del giurista [...] Lawrence Lessig, il quale prediceva che “sta per accadere una specie di '11 settembre di internet”, un evento che catalizzerà una radicale modifica delle norme che regolano la Rete. Lessig rivelava che il governo USA, così come aveva già pronto il Patriot Act ben prima dell’11 settembre, aveva già “un Patriot Act per la Rete dentro qualche cassetto, in attesa di un qualunque considerevole evento da usare come pretesto per cambiare radicalmente il modo in cui funziona internet”. Così come George W. Bush, anche Obama sta facendo di tutto per avere, oltre alla valigetta nucleare, anche i bottoni per spegnere il web. L’evento in corso potrebbe spingere molti governi a voler affidare a qualcuno la nuova valigetta del potere. La Cina traccia il solco da tempo, del resto».

La schizofrenia americana che da una lato dichiara di voler promuovere la democrazia e i diritti umani – quali l’accesso a internet in Paesi dove vige la censura, come la Cina – si scontra costantemente contro l’orientamento neocon che sembra affliggere la Casa Bianca indipendentemente da chi la occupa. Così Obama, nonostante le promesse della campagna elettorale, si è trovato ad abbracciare una politica interna ed esterna troppo simile a quella indicata da G. W. Bush. La conferma del Patrioct Act - definito dal Presidente americano “uno strumento importante” - è in questo senso emblematico.

Wikileaks avrebbe offerto, secondo Estulin, al Governo USA una buona ragione per spegnere il pulsante e oscurare il web, o meglio, a “cambiare il paradigma della società” e a poter controllare il web e dunque l'informazione. Non si deve necessariamente spegnere internet per censurare. Basta poter essere in grado di “controllare l'accesso libero a internet”, sostiene Estulin che spiega: “se puoi controllare internet, controlli l'informazione e la conoscenza”.

Concorda a distanza il giornalista investigativo Webster Tarpley, convinto che il prossimo passo del Pentagono sarà “un ripulirsi generale di internet, chiudendo tanti siti critici, utilizzando come pretesto i segreti spifferati da Assange” che, prosegue Tarpley, avrebbe dimostrato di lavorare per la CIA, non solo parlandone bene, ma facendo il gioco dell'Agenzia: in questo senso Wikileaks avrebbe rivelato soltanto notizie scomode ridicolizzando i nemici americani, Putin e Berlusconi in primis.

Estulin ricorda invece che i documenti pubblicati da Wikileaks sembrano non toccare Israele e invece concentrarsi contro il Pakistan, l'unico Paese musulmano dotato di armamento nucleare.

Anche il co-fondatore di Wikileaks, John Young, ha accusato l'ex collega di fare gli interessi di gruppi “occulti” e di essere addirittura “pilotato” dalla CIA.

Tarpley ha inoltre puntato il dito contro Cass Sunstein, attuale funzionario alla Casa Bianca e gran consigliere di Obama, il quale nel 2008 aveva propugnato una forma di “infiltrazione cognitiva” attraverso la creazione di appositi gruppi, attivisti, siti web, “per spargere disinformazione, confusione, a calunnie” sul Governo. Tali false teorie della cospirazione – una volta sbugiardate - avrebbero avuto come effetto quello di screditare i teorici del complotto e dall'altra catalizzare la fiducia della popolazione nei confronti del Governo USA: “Non e' evidente – si chiede Tarpley - che Wikileaks rappresenta la realizzazione di questa strategia?”. Sunstein si spingeva a ipotizzare infatti l'infiltrazione di agenti CIA in queste organizzazioni fino al finanziamento di testate all'apparenza indipendenti che in tal modo sarebbero state invece manovrate dall'esterno. In questo modo gruppi di attivisti o testate giornalistiche indipendenti avrebbero finito per lavorare inconsapevolmente a fianco o per agenti della disinformazione.

Assange, nonostante sia un teorico dei complotti governativi, nega risolutamente che ci sia stato alcun complotto dietro gli avvenimenti dell'11/9. Quindi da un lato sostiene che “Ogni volta che la gente potente pianifica in segreto, essa mette in atto una cospirazione. Quindi ci sono cospirazioni dappertutto. Ci sono anche teorie del complotto geek. È importante non confonderle”, ma, in linea con una politica che sembra non volere – o non poter – attaccare in alcun modo Israele e il Mossad, nega ad esempio il coinvolgimento dei servizi israeliani nell'attacco al World Trade Center e al Pentagono. O meglio, non diffonde alcun documento segreto e lontanamente tale che possa danneggiare il Mossad.

Tarpley ricorda inoltre che è stato proprio Cass Sunstein a menzionare Wikileaks per la prima volta nella grande stampa americana, scrivendo sul Washington Post del 24 febbraio 2007: “Wikileaks.org, fondato da dissidenti in Cina e in altre nazioni, intende pubblicare documenti governativi segreti proteggendoli dalla censura con software criptato”.

Strano che il propugnatore di una sofisticata teoria della disinformazione faccia pubblicità a quel cyber terrorista che si sarebbe dopo pochi anni rivelato essere Wikileaks! O forse dovremmo dire, che ci hanno voluto far credere essere uno strumento di cyber terrorismo, mentre lavorava, consapevolmente o no, per NSA e CIA?

Non solo.

Estulin si spinge oltre sostenendo che “le prove dimostrano che Wikileaks rientra in un progetto di propaganda del Governo e, allo stesso tempo agisce in qualità di copertura per il ruolo del governo americano nel business della droga in Afghanistan”. A sostegno di questa posizione si può ricordare la decisione del Mullah Omar di vietare la coltivazione di oppio in Afghanistan – prima ovviamente che le truppe americane iniziassero a bombardare Kabul... e a ristabilire l'impero dei Signori della Droga.

Il nuovo legale di Assange, il principe del foro americano, il 72enne Alan Dershowitz, si era esposto – prima di assumerne la difesa – dicendosi d'accordo con Obama nel definire il Cablegate “una minaccia per gli USA e la diplomazia internazionale”. Detto ciò, Dershowitz ha deciso di affiancare i legali dello Studio londinese di Geoffrey Robertson, perché, a suo dire, “la libertà di espressione protegge anche le attività pericolose. Il Governo sbaglia se vuole perseguire Assange”.

Facendosi dunque scudo del primo emendamento Darshowitz si è detto intenzionato a difendere la libertà di parola del suo cliente. Certo che stride saperlo “grande amico” del Presidente o di Hillary Clinton, alla quale si deve proprio la difesa digitale per tutti, eccetto che per Wikileaks...

In ogni modo ora il nome di Dershowitz compare addirittura nella pagina dei contatti di Wikileaks: ora forma di autoincoronazione. L'avvocato attivista amico del Segretario di Stato che vorrebbe censurare Wikileaks! Altro che conflitto di interessi, chissà che delusione per la Clinton scoprire che l'amico Dershowitz era stato “folgorato” sulla via londinese che porta allo studio legale che difende Assange.

O forse, rientra in un piano più sofisticato di ombre, fumo e specchi, dal quale ci ha consigliato di diffidare uno che di tecniche di manipolazione e controllo se ne intende, come Estulin?

venerdì 8 luglio 2011

AL QAEDA PROGETTA LA SKIN BOMB

Niente paura! Arrivano le bombe sottopelle...
In piena estate l’FBI diffonde la notizia che Al Qaeda starebbe preparando attacchi terroristici con kamikaze dotati di skin bomb, mini bombe sottocutanee.
di Enrica Perucchietti

 
Il massimo dell’ipocrisia mediatica crea delle perle di alto giornalismo.
Quando si parla di Al Qaeda i Media hanno come unica fonte le informazioni rilasciate dal Pentagono o da fonti governative straniere. Fonti univoche e di parte.

Credevate che esistessero altri mezzi per avere informazioni sull’organizzazioni? Risposta sbagliata…

L’ultima “bomba” sganciata dall’Intelligence americana e ripresa come oro colato dai quotidiani internazionali è quella relative al progetto di Al Qaeda di utilizzare dei mini ordigni – skin bomb - da inserire sottopelle nei candidati kamikaze con interventi di microchirurgia.

Le famigerate skin bomb sarebbero state studiate per eludere i controlli agli aeroporti.

Ora viene da domandarsi chi faccia davvero terrorismo psicologico. Perché per creare l’adeguato clima di terrore la notizia è stata diffusa proprio in piena estate, in modo da creare scompiglio nelle coscienze più fragili, ad esempio nelle famiglie in partenza per le vacanze.

Come fare infatti a riconoscere il temibile nemico se l’arma di distruzione di massa è nascosta sottopelle? Dovremmo chiedere dei body scanner sempre più sofisticati? Legalizzare l’assassinio preventivo da parte delle forze dell’ordine in caso di legittimo sospetto?

Ora che sappiamo che potremmo saltare in aria in volo grazie a un ordigno sottopelle, siamo tutti più tranquilli? Pronti a partire per le agognate vacanze?

Oppure vi state chiedendo da dove vengano le allarmanti notizie sull’evoluzione sempre più tecnologica di Al Qaeda? Dall’ex responsabile dell’FBI ed esperto in esplosivi, tale Chris Ronay! L’esperto 007 americano ha anche spiegato ai Media affamati di dettagli che la mente di questo progetto sarebbe il braccio yemenita di Al Qaeda, quello che avrebbe “pilotato” il terrorista nigeriano che nel Natale del 2009 aveva cercato di farsi saltare in volo sulla tratta Amsterdam-Detroit, usando un mini ordigno nascosto nelle mutande… La trovata lo fece battezzare il “terrorista del cavallo” o delle mutande appunto. Che sfiga. Attentato fallito. Oltre al danno, la beffa di passare alla storia come il terrorista delle mutande. Che sfiga davvero.

Prendendo per vere le indiscrezioni diffuse dall’FBI, dovremmo chiederci se dietro l’avanzamento tecnologico di Al Qaeda non ci sia un fattore di emulazione del Pentagono. Le skin bomb richiamano fin troppo da vicino la tecnologia sviluppata dalla Applied Digital Solution per i VeriChip, i microchip sottocutanei che l’Obamacare vorrebbe introdurre nei pazienti per avere l’anamnesi sempre a portata di scanner… peccato che con i chip sottocutanei il Governo potrà mappare, monitorare e, chissà, manipolare - proprio come fece il Pentagono con i soldati usati come cavie a partire dalla guerra del Vietnam: a costoro vennero impiantati chip nel cervello in modo da rilasciare massicce dosi di adrenalina e renderli più coraggiosi -, tutti coloro che ne saranno dotati. Questi stessi chip, contenenti litio, in caso di tentata rimozione, si rivelerebbero delle vere e proprie “bombe” per il possessore…

Dunque, di chi dovremmo avere più paura?

Dei fantomatici attentatori con gli ordigni nelle mutande?

O dei chip che ci vogliono inserire come in un romanzo di Orwell, dopo averci terrorizzato a puntino?

In ogni caso, temo, siamo “a cavallo”…

martedì 5 luglio 2011

TAV: IL RISVEGLIO DEL DRAGO


Il tracciato passa per le ley lines.
Possibili conseguenze magico-energetiche per la popolazione della Val Susa.

di Enrica Perucchietti

La Storia narra che nel 313 d.C. una grande croce fiammeggiante con la scritta in caratteri latini In hoc signo vinces fosse apparsa all’imperatore romano Costantino durante la battaglia contro le truppe di Massenzio. Dopo aver apposto il simbolo della croce su scudi, armi e stendardi, Costantino riportò la nota vittoria contro le milizie nemiche. Ritornato a Mediolanum emise il noto Editto di Milano, noto come l’Editto di Costantino, con il quale si concedeva libertà di culto ai Cristiani.

La leggenda vuole che questo avvistamento sarebbe avvenuto ai piedi del monte Musinè (in dialetto asinello). Dalla forma triangolare, la montagna più misteriosa della zona è un vulcano che ha cessato al sua attività. Il mistero e la sacralità che avvolge questo monte si distende come un manto fino a Torino, definita non a caso città magica per eccellenza.

Impossibile riassumere in poche righe tutte le storie, leggende avvistamenti che si sono tramandati nei secoli sul Musinè e sulla Valle. Basti sapere che sul monte la vegetazione attecchisce solo sulle pendici fino a una certa altezza per poi fermarsi lasciando il resto del monte come scoperto, il terreno ghiaioso dal colore rossiccio.

Qua si tramandano racconti di draghi, angeli, demoni, eroi, spiriti dannati, astronavi, alieni. Un menhir reca la raffigurazione di alcuni uomini che sembrano tributare un culto al Sole: tre omini con la braccia al cielo uno di essi inginocchiato e un altro disteso per terra, segno di morte oppure di un sacrificio umano. Nel cielo sopra le loro teste sono raffigurati tre soli, o, almeno, un sole a forma di coppella e due dischi stilizzati. Il che, da Peter Kolosimo in poi, ha fatto ipotizzare che si trattasse di un primitivo incontro “ravvicinato”…

Dall’altra parte della Valle sorge la Sacra di San Michele che ispirò Umberto Eco per il romanzo Il nome della Rosa. Dall’alto di quel monte anche l’abbazia custodisce un segreto. Essa vigila sul Musinè affinché nessuno turbi il sonno del drago che si narra dorma nelle viscere della terra.

Ora, però, quel “drago” sta per essere risvegliato. Il tracciato del TAV corre proprio lungo la linea del Musinè e della Sacra di san Michele, sua custode…

Nel 1921 l’archeologo britannico Alfred Watkins individuò dei meridiani e nodi particolari della rete geografica che sprigionerebbero campi di torsione benefici per gli esseri viventi: sono le ley lines, anche conosciute con il nome di linee della prateria.

Prima di lui altri studi erano giunti a conclusioni simili. Nel 1870, presso la British Archeological Association, William Henry Black tenne una conferenza all’interno della quale spiegò che i principali monumenti, naturali e artificiali, sarebbero disposti sul territorio non in maniera casuale, ma in modo da formare un gigantesco reticolo che coprirebbe l’intera Europa. Dodici anni dopo G. H. Piper arrivò alla stessa conclusione. Watkins andò ben oltre, rendendosi conto che questo reticolo di linee lungo le quali vennero costruiti monumenti o edifici di culto nell’antichità, ricalcavano il percorso del sole o della luna durante i solstizi. Ciò lasciava dedurre che le linee avessero non solo una funzione di comunicazione tra luoghi sacri, ma che fossero intimamente legate all’ambito spirituale. Esse potevano costituire una sorta di percorso da compiersi durante delle specifiche cerimonie sacre.

I successori di Watkins, a partire dall’esoterista Dion Fortune, attribuirono alle linee della prateria un valore energetico-magico. Negli anni ’60 la teoria delle ley lines si fuse con la geomanzia, sostenendo la necessità di preservare l’armonia della natura e dei punti sacri lungo i quali sono sorti i luoghi di culto. L’energia di cui queste linee sono conduttrici possono essere positive per la psiche umana, la coltivazione, e la civilizzazione di una comunità, come, all’opposto, dispensatrici di energie altamente negative. In questo senso l’esempio che viene fatto più spesso è il Triangolo delle Bermuda.

Lungo queste linee le popolazioni preistoriche, le antiche civiltà e i costruttori del Medioevo erigevano osservatori, templi, abbazie, infine maestose cattedrali. I siti scelti per opere quali Stonehenge, Chartres, la Sacra di San Michele, il Tempio di Gerusalemme, Giza, etc. avvenivano proprio in base a questi meridiani o nodi di energia. Questi luoghi sono infatti definiti “sacri” ma soprattutto “sentiti” come magici dalle popolazioni che vi si sono avvicendate nel corso di millenni. Non bisogna essere uno sciamano per intuirne il motivo.

Ebbene, forse non tutti sanno che una delle ley lines più importanti e dedicata all’arcangelo Michele, collega la Cornovaglia a Gerusalemme. La cosiddetta “Linea di San Michele” coincide con la Via Langobardorum: parte da Saint Michael’s Mount in Cornovaglia, passa per Moint Saint Michel in Francia, congiunge la Sacra di San Michele in Val di Susa a San Michele di Coli nei pressi di Bobbio arrivando fino a Castel Sant’Angelo nel Gargano. Sembra un disegno incredibile: una linea retta di duemila chilometri che unisce i 5 principali luoghi di culto europeo dedicati all’arcangelo Michele che si prolunga per altri duemila chilometri arrivando fino a Gerusalemme.

Come spiegato dal ricercatore Stefano delle Rose, questa linea energetica, nell’antichità, sotto l’impulso delle apparizioni dell’arcangelo Michele, ha dato vita alla costruzione degli edifici sacri nei punti indicati, diventando via di pellegrinaggio e via di comunicazione storica. Questa linea di congiunzione, come abbiamo anticipato, passa anche per la Val di Susa, dove da anni si sta consumando una vera e propria battaglia – degenerata in guerriglia a causa della militarizzazione del luogo - per impedire la costruzione della linea ad alta capacità Torino-Lione.

Il ricercatore Fausto Carotenuto, già nel 2005, spiegava l’importanza della geografia sacra della Val Susa, definendola “un punto fondamentale degli equilibri energetici europei”, aggiungendo che “un chakra importantissimo è situato all’imbocco della Val Susa da cui si dipartono nodi o canali energetici che vanno a creare un asse importantissimo verso nord-ovest e verso sud-est”.

Carotenuto, quando ancora il vecchio tracciato del TAV sarebbe passato proprio in prossimità del monte Musinè, aveva messo in guardia la popolazione dal pericolo del “progetto mirante ad alterare antichi equilibri per renderli inutilizzabili a fini positivi: scavare una enorme galleria nelle viscere della montagna sacra, per sconvolgere il chakra [centro o vortice vitale] del Musinè, portando alla luce forze oscure e potenti dalle profondità della Terra”. Non solo, dunque, per la presenza di amianto e uranio nella Valle, ormai accertati da studi geologici che sono stati deliberatamente ignorati.

Attorno alla montagna del Musinè – considerata da alcuni una vera e propria “antenna” dimensionale - sono sorte, come abbiamo visto, numerose leggende che in tempi moderni hanno acquisito carattere “ufologico”, per i numerosi avvistamenti di globi luminosi e UFO nel luogo. La sua forma piramidale ha suscitato il dubbio che si possa trattare di una vera e propria antenna, un enorme pilastro che servirebbe a placare le energie “selvagge” sottostanti.

Una leggenda narra infatti che nelle viscere della montagna sia sepolto un drago. Il simbolismo del drago, come guardiano sovrannaturale delle potenti energie sotterranee o che dorme sepolto nelle profondità della terra, evoca le forze telluriche primigenie oscure che Michele Arcangelo o San Giorgio avrebbero annientato. L’allegoria è evidente: il drago che infesta o dorme nelle viscere della terra rappresenta una forza “interiore”, sotterranea, appunto, che se conquistata e diretta rende possibile la purificazione del luogo – nel processo alchemico allude alla catabasi e alla purificazione dell’adepto dai suoi istinti primigeni, animali – spingendo appunto indietro gli istinti selvaggi che ci legano alla materia. In questo senso il drago rappresenta l’avversario, un concetto collegabile nel cristianesimo al diavolo. Proprio per questo nell’iconografia degli edifici costruiti lungo la retta dedicata a San Michele ritroviamo innumerevoli raffigurazioni dell’Arcangelo che schiaccia il drago inteso come incarnazione del demonio. Per gli alchimisti uccidere il drago rappresentava l’operazione del Solve, della Soluzione della Grande Opera.

L’evidente simbolismo alchemico suggerisce che ci siano delle potenze oscure che non dovrebbero essere risvegliate. Per questo la Sacra dedicata a San Michele sorge come guardiana e custode delle forze infere di fronte al Musinè. Nell’antichità, infatti, le forze che si trovano lungo le ley lines venivano chiamate anche le forze del drago, intendendo che esse erano oscure, “selvagge”. Che, come il drago che secondo la leggenda dorme sotto il Musinè, non dovrebbero essere risvegliate. A questo servivano gli edifici costruiti lungo il tragitto delle ley lines: a tenere a bada queste forze, canalizzandole.

Il Musinè, secondo le leggende del luogo, come spiega Carotenuto, “è un luogo dalle energie fortissime, uno dei principali in Europa. Le forze spirituali del drago hanno conformato un sottosuolo pieno di energie enormi, selvagge, che si manifestano in conformazioni rocciose insolite e piene di materiali forti, nocivi se liberati”.

Da anni si parla, infatti, dell’amianto e dell’uranio contenuti nel sottosuolo e che verrebbero liberati in caso di trivellazioni. A distruggere queste linee di forze sarebbe inoltre l’amianto, elemento che ritroviamo nelle note strisce chimiche che vengono sparate nei nostri cieli…

Punto comune delle trivellazioni, bombardamenti chimici, guerre lungo queste linee di forza sembra essere l’intenzione deliberata di distruggere l’energia benefica che la terra sprigiona da questi punti nodali. Come se qualcuno, le “gerarchie nere”, stesse cercando di impedire il risveglio della popolazione, tenendo anzi sotto controllo l’attività spirituale delle comunità nelle zone interessate.

Per questo le guerre, distruzioni, terremoti – L’Aquila sorge proprio su una potentissima ley lines – aggressioni farmacologiche e alimentari, attività di terrorismo, scie chimiche avvengono lungo i cosiddetti luoghi sacri. Lungo questi canali sono sorti nell’antichità dolmen, menhir, cerchi di pietra, templi, cattedrali, piramidi, in modo da permettere un contatto tra l’uomo e le dimensioni spirituali.

E’ possibile dunque che le forze oscure stiano manipolando il potere politico, economico, per distruggere questi luoghi energetici e per ostacolare l’evoluzione spirituale dell’uomo spegnendo luoghi di iniziazione e di culto?

In questo senso scavare una galleria nelle viscere della montagna lungo una delle linee energetiche più forti al mondo significherebbe alterare e sconvolgere gli equilibri energetici del luogo.

Un tentativo di sferrare un colpo al cuore della geografia sacra europea. Non solo. Il nodo della Val di Susa si trova proprio a metà del tracciato dedicato a san Michele, guardiano delle forze infere. Distruggere il Centro, ovvero costruire un’opera imponente in questo nodo, comporterebbe la rottura dell’intera linea sacra. Sarebbe come togliere il “tappo” che per millenni ha tenuto a bada le energie selvagge del luogo e dell’Europa intera. Il tracciato, inoltre, unisce Lione a Torino, prolungandosi fino a Kiev. In questo modo si annienterebbe il triangolo magico “bianco” che ha come vertici Lione, Torino, Praga. Anzi. Risvegliare le forze oscure darebbe maggiore impulso all’altro triangolo magico, quello nero, che unisce ancora una volta Torino ma con Londra e San Francisco.

Anche per questo i valligiani si oppongono. Inconsciamente, ma si oppongono. Sentono che la loro terra non può essere toccata. Non deve essere violata.

Non solo per l’inutilità dell’opera, i miliardi a nostro carico che verranno inutilmente spesi, il rischio per la salute pubblica. C’è una motivazione più antica e sacra a questa ribellione che chi abita queste terre conosce o almeno intuisce.

Ognuno è libero di ridere di ciò. Di opporvisi. Di non crederci.

Oppure di comprendere umilmente che le energie che stiamo per risvegliare potrebbero comportare un danno enorme per tutti noi. Per la terra, per le generazioni a venire. Forse, a breve, per il destino di tutti noi.

lunedì 4 luglio 2011

TAV: SE IL TRACCIATO PASSA PER UNA LEY LINE. Possibili conseguenze energetiche devastanti per la Valle

di Enrica Perucchietti


Nel 1921 l’archeologo britannico Alfred Watkins individuò dei meridiani e nodi particolari della rete geografica che sprigionerebbero campi di torsione benefici per gli esseri viventi: sono le ley lines, anche conosciute con il nome di linee della prateria.

Prima di lui altri studi erano giunti a conclusioni simili. Nel 1870, presso la British Archeological Association, William Henry Black tenne una conferenza all’interno della quale spiegò che i principali monumenti, naturali e artificiali, sarebbero disposti sul territorio non in maniera casuale, ma in modo da formare un gigantesco reticolo che coprirebbe l’intera Europa. Dodici anni dopo G. H. Piper arrivò alla stessa conclusione. Watkins andò ben oltre, rendendosi conto che questo reticolo di linee lungo le quali vennero costruiti monumenti o edifici di culto nell’antichità, ricalcavano il percorso del sole o della luna durante i solstizi. Ciò lasciava dedurre che le linee avessero non solo una funzione di comunicazione tra luoghi sacri, ma che fossero intimamente legate all’ambito spirituale. Esse potevano costituire una sorta di percorso da compiersi durante delle specifiche cerimonie sacre.

I successori di Watkins, a partire dall’esoterista Dion Fortune, attribuirono alle linee della prateria un valore energetico-magico. Negli anni ’60 la teoria delle ley lines si fuse con la geomanzia, sostenendo la necessità di preservare l’armonia della natura e dei punti sacri lungo i quali sono sorti i luoghi di culto. L’energia di cui queste linee sono conduttrici possono essere positive per la psiche umana, la coltivazione, e la civilizzazione di una comunità, come, all’opposto, dispensatrici di energie altamente negative. In questo senso l’esempio che viene fatto più spesso è il Triangolo delle Bermuda.

Lungo queste linee le popolazioni preistoriche, le antiche civiltà e i costruttori del Medioevo erigevano osservatori, templi, abbazie, infine maestose cattedrali. I siti scelti per opere quali Stonehenge, Chartres, la Sacra di San Michele, il Tempio di Gerusalemme, Giza, etc. avvenivano proprio in base a questi meridiani o nodi di energia. Questi luoghi sono infatti definiti “sacri” ma soprattutto “sentiti” come magici dalle popolazioni che vi si sono avvicendate nel corso di millenni. Non bisogna essere uno sciamano per intuirne il motivo.

Ebbene, forse non tutti sanno che una delle ley lines più importanti e dedicata all’arcangelo Michele, collega la Cornovaglia a Gerusalemme. La cosiddetta “Linea di San Michele” coincide con la Via Langobardorum: parte da Saint Michael’s Mount in Cornovaglia, passa per Moint Saint Michel in Francia, congiunge la Sacra di San Michele in Val di Susa a San Michele di Coli nei pressi di Bobbio arrivando fino a Castel Sant’Angelo nel Gargano. Sembra un disegno incredibile: una linea retta di duemila chilometri che unisce i 5 principali luoghi di culto europeo dedicati all’arcangelo Michele che si prolunga per altri duemila chilometri arrivando fino a Gerusalemme.

Come spiegato dal ricercatore Stefano delle Rose, questa linea energetica, nell’antichità, sotto l’impulso delle apparizioni dell’arcangelo Michele, ha dato vita alla costruzione degli edifici sacri nei punti indicati, diventando via di pellegrinaggio e via di comunicazione storica. Questa linea di congiunzione, come abbiamo anticipato, passa anche per la Val di Susa, dove da anni si sta consumando una vera e propria battaglia – degenerata in guerriglia a causa della militarizzazione del luogo - per impedire la costruzione della linea ad alta capacità Torino-Lione.

Il ricercatore Fausto Carotenuto, già nel 2005, spiegava l’importanza della geografia sacra della Val Susa, definendola “un punto fondamentale degli equilibri energetici europei”, aggiungendo che “un chakra importantissimo è situato all’imbocco della Val Susa da cui si dipartono nodi o canali energetici che vanno a creare un asse importantissimo verso nord-ovest e verso sud-est”.

Carotenuto, quando ancora il vecchio tracciato del TAV sarebbe passato proprio in prossimità del monte Musinè (in dialetto asinello), aveva messo in guardia la popolazione dal pericolo del “progetto mirante ad alterare antichi equilibri per renderli inutilizzabili a fini positivi: scavare una enorme galleria nelle viscere della montagna sacra, per sconvolgere il chakra [centro o vortice vitale] del Musinè, portando alla luce forze oscure e potenti dalle profondità della Terra”. Non solo, dunque, per la presenza di amianto e uranio nella Valle, ormai accertati da studi geologici che sono stati deliberatamente ignorati.

Attorno alla montagna del Musinè – considerata una vera e propria “antenna” dimensionale - sono sorte a partire dall’antichità numerose leggende che in tempi moderni hanno acquisito carattere “ufologico”, per i numerosi avvistamenti di globi luminosi e UFO nel luogo.

Una leggenda narra che nelle viscere della montagna sia sepolto un drago. Il simbolismo del drago, come guardiano sovrannaturale delle potenti energie sotterranee o che dorme sepolto nelle profondità della terra, evoca le forze telluriche primigenie oscure che Michele Arcangelo o San Giorgio avrebbero annientato. L’allegoria è evidente: il drago che infesta o dorme nelle viscere della terra rappresenta una forza “interiore”, sotterranea, appunto, che se conquistata e diretta rende possibile la purificazione del luogo – nel processo alchemico allude alla catabasi e alla purificazione dell’adepto dai suoi istinti primigeni, animali – spingendo appunto indietro gli istinti selvaggi che ci legano alla materia. In questo senso il drago rappresenta l’avversario, un concetto collegabile nel cristianesimo al diavolo. Proprio per questo nell’iconografia degli edifici costruiti lungo la retta dedicata a San Michele ritroviamo innumerevoli raffigurazioni dell’Arcangelo che schiaccia il drago inteso come incarnazione del demonio. Per gli alchimisti uccidere il drago rappresentava l’operazione del Solve, della soluzione della Grande Opera.

L’evidente simbolismo alchemico suggerisce che ci siano delle potenze oscure che non dovrebbero essere risvegliate. Nell’antichità, infatti, le forze che si trovano lungo le ley lines venivano chiamate anche le forze del drago, intendendo che esse erano oscure, “selvagge”. Che, come il drago che secondo la leggenda dorme sotto il Musinè, non dovrebbero essere risvegliate. A questo servivano gli edifici costruiti lungo il tragitto delle ley lines: a tenere a bada queste forze, canalizzandole.

Il Musinè, secondo le leggende del luogo, come spiega Carotenuto, “è un luogo dalle energie fortissime, uno dei principali in Europa. Le forze spirituali del drago hanno conformato un sottosuolo pieno di energie enormi, selvagge, che si manifestano in conformazioni rocciose insolite e piene di materiali forti, nocivi se liberati”. Da anni si parla, infatti, dell’amianto e dell’uranio contenuti nel sottosuolo e che verrebbero liberati in caso di trivellazioni.

Le recenti guerre, distruzioni, terremoti – L’Aquila sorge proprio su una potentissima ley lines – aggressioni farmacologiche e alimentari, attività di terrorismo, scie chimiche – l’alluminio disperso nell’aria sembra essere un elemento distruttivo per queste linee di forza – avvengono lungo i cosiddetti luoghi sacri. Lungo questi canali sono sorti nell’antichità dolmen, menhir, cerchi di pietra, templi, cattedrali, piramidi, in modo da permettere un contatto tra l’uomo e le dimensioni spirituali. E’ possibile dunque che le forze oscure stiano manipolando il potere politico, economico, per distruggere questi luoghi energetici e per ostacolare l’evoluzione spirituale dell’uomo spegnendo luoghi di iniziazione e di culto?

In questo senso scavare una galleria nelle viscere della montagna lungo una delle linee energetiche più forti al mondo significherebbe alterare e sconvolgere gli equilibri energetici del luogo.

Un tentativo di sferrare un colpo al cuore della geografia sacra europea.

Anche per questo i valligiani si oppongono.

Non solo per l’inutilità dell’opera, i miliardi a nostro carico che verranno inutilmente spesi, il rischio per la salute pubblica. C’è una motivazione più antica e sacra a questa ribellione che chi abita queste terre conosce o almeno intuisce.

Ognuno è libero di ridere di ciò. Di opporvisi. Di non crederci.

Oppure di comprendere umilmente che le energie che stiamo per risvegliare potrebbero comportare un danno enorme per tutti noi.

lunedì 27 giugno 2011

NO TAV: agenti sfondano le barricate a Chiomonte. Ma i valligiani promettono, “perso solo un round, non la guerra”. Quali interessi si celano dietro l’opera.

di Enrica Perucchietti

“Lo stato non può arrendersi”, incita il ministro Matteoli, salutando con gioia l’ennesimo blitz delle forze dell’ordine su in Val di Susa. Casini biasima l’uso della violenza contro la polizia, mentre la Marcegaglia invita il Governo a fare in fretta, per non perdere i finanziamenti.
Questo è il messaggio che da anni i Governi che si sono succeduti – di destra e di sinistra - e i Media nazionali – non locali – ci trasmettono. Che esiste un limitato gruppetto di No Tav brutti, anarchici e violenti che si oppongono irrazionalmente alla costruzione della linea ad Alta Capacità. E insistono, per giunta. Cocciuti nel voler far perdere al nostro Paese questa opportunità. Un po’ come il Ponte sullo Stretto di Messina.
Ma opportunità per chi?
Chi scrive ha lavorato per sei anni in una redazione piemontese e ha visto e vissuto da vicino la vera realtà del movimento NO TAV: le manifestazioni pacifiche, le minacce anarchiche, infine, le sommosse di popolo.
Solo i giornalisti locali – a parte alcuni inviati di La7 e delle Iene – hanno potuto toccare da vicino il vero volto di questa minaccia valligiana, formata non da appartenenti ai centri sociali, o almeno non solo. Il movimento raccoglie il dissenso di gran parte della Valle: uomini, donne, anziani, giovani. Nessuno vuole linea qui. Chi ha ceduto è perché è colluso con gli interessi economici che la costruzione dell’infrastruttura porterà. Molti ovviamente, ma che verranno spartiti tra i soliti nomi, i soliti imprenditori che parteciperanno, si badi bene, alla costruzione dell’infrastruttura, non al suo utilizzo. Interessi che non giustificano i lavori decennali per la costruzione di un’opera inutile quando sarebbe stato possibile il potenziamento della linea esistente. Senza contare il pericolo amianto che con carotaggi di superficie vorrebbero rassicurarci che non esiste.
Mi ricordo quando nel 2005, dopo gli scontri a Venaus – o meglio, dopo che le forze dell’ordine aggredirono e malmenarono di notte donne, anziani, ragazzi ivi tranquillamente accampati – l’allora ministro Bonino e il sottosegretario Rosso giustificarono l’inaudita violenza come legittima risposta all’occupazione abusiva del sito. Sentire la legittimazione dell’uso della forza contro il dissenso in forma pacifica – come allora fu – da parte di un leader dei radicali mi fece accapponare la pelle. Allora un mio collega aveva passato le notti a Venaus e documentato con un video – l’unico – gli scontri. Il video fu subito sequestrato dalla questura, ma solo dopo averlo sbobinato – si montava ancora in analogico. Ciò che emergeva era un’inaudita violenza diretta “a caso” contro gli occupanti: anche donne e anziani presi a manganellate mentre dormivano nelle tende. Nessuna traccia di cospiratori anarchici, di sassaiole o altro. Questo è giornalismo d’inchiesta: un collega che passa le notti con i manifestanti per capire il perché del loro rifiuto all’infrastruttura, e che rischia di prendersi una manganellata in testa pur di documentare i blitz e la reazione dei No Tav ad essi. Non le buffonate che giornalisti nazionali che non hanno mai messo piede in Val Susa ci propinano ogni giorno. Il giornalista di turno ci rifila uno stand up in un luogo al riparo o monta il servizio con le immagini dell’operatore che ha assistito agli scontri, comodamente seduto in una cabina di montaggio a qualche centinaio di km di distanza, facendo riferimento alle notizie ANSA che gli arrivano.
Al momento solo Vendola pare aver condannato il blitz notturno. Se un’intera popolazione non vuole un’opera – ed è stata chiara nel confermarlo – come può un governo “democratico” ricorrere alla forza dopo tavoli dell’Osservatorio farsa? Si badi bene, non è una critica univoca al Governo Berlusconi. Anche il Pd sostiene con forza la costruzione della linea e ha dovuto allontanare dal partito coloro che erano contrari alla sua costruzione. Ciò dimostra quanto i partiti siano asserviti a logiche economiche e di lobby. Non conta lo schieramento – destra, centro o sinistra – nei fatti contano gli interessi a cui fanno capo i vertici di partito che dettano le norme da seguire.
Come si può legittimamente espropriare una popolazione del diritto di manifestare e di proteggere il proprio territorio dallo sciacallaggio quando il trasporto su rotaia è in netto calo?
Restando su un piano meramente economico, lungi dalle diatribe politiche, il Professor Enrico Colombatto, ordinario di Politica economica dell’Ateneo di Torino, PHD alla London School of Economics ed esponente della scuola liberista, ha fatto notare l’inutilità della linea: “tutti i dati confermano come a livello nazionale il traffico transfrontaliero sia cresciuto in misura infinitesimale e perlopiù in direzioni diverse dall’asse Lione-Kiev. Così come pensare di trasferire completamente su rotaia ciò che attualmente circola su gomma è pura velleità”.
Scetticismo condiviso anche dagli investitori privati che non hanno mostrato interesse per la costruzione dell’opera: “questo disimpegno da parte di soggetti che per loro natura sono mossi dalla logica del profitto è di per sé un segnale che dovrebbe allarmare sulla reale convenienza economica di questo progetto”, conclude Colombatto in un’intervista allo Spiffero.
Opinione condivisa da uno studio pubblicato sul sito di Tito Boeri, secondo cui negli ultimi dieci anni il traffico su strada – gomma – è rimasto invariato, mentre quello su rotaia è diminuito del 25%. Il traffico merci, infatti, tra Torino e Lione avviene prevalentemente su strada.
Opinione caldeggiata anche dal noto meteorologo Luca Mercalli che rilancia dalle pagine del Fatto Quotidiano: “I numeri li hanno ben chiari i cittadini della Val di Susa” – sollecita Mercalli – “che costituiscono un modello di democrazia partecipata operante da decenni, decine di migliaia di persone, lavoratori, pubblici amministratori, imprenditori, docenti, studenti e pensionati, in una parola il movimento No Tav”. E Mercalli in Val di Susa ci vive, quindi ha un’idea più chiara dei colleghi che non ci hanno mai messo piede ma parlano a vanvera. Il meteorologo continua: “Il primo assunto secondo il quale le merci dovrebbero spostarsi dalla gomma alla rotaia è di natura ambientale: il trasporto ferroviario, pur meno versatile di quello stradale, inquina meno. Il che è vero solo allorché si utilizza e si migliora una rete esistente. Se invece si progetta un’opera colossale, con oltre 70 km di gallerie, dieci anni di cantiere, decine di migliaia di viaggi di camion, materiali di scavo da smaltire, talpe perforatrici, migliaia di tonnellate di ferro e calcestruzzo, oltre all’energia necessaria per farla poi funzionare, si scopre che il consumo, di materie prime ed energia, nonché relative emissioni, è così elevato da vanificare l’ipotetico guadagno del parziale trasferimento merci da gomma a rotaia”. I dati a cui fa riferimento Mercalli derivano dagli studi eseguiti dall’Università di Siena e dall’Università della California. Il risultato è identico: “la cura è peggio del male”, sentenzia Mercalli.
Il sospetto è dunque che il vantaggio del TAV – Treno ad Alta Velocità - sia la sua stessa costruzione, ovvero un business per i costruttori senza ricadute certe sugli imprenditori locali e sul turismo. I miliardi di euro pubblici – vengano dall’UE o dall’Italia - che verranno spesi serviranno solo a ingrassare i soliti, le Mafie nostrane, a cui attingeranno quei politici che già ora hanno conflitti di interessi con nomine o ruoli nei consigli di amministrazione delle ditte appaltatrici e che nessuno osa rendere pubblici. Ma che tutti conoscono come le imputazioni a loro carico.
E non stiamo parlando del Premier.
Ma loro, i valligiani, non si arrendono.
Per loro è solo un altro round perso, non la battaglia. Paola del leader No Tav, Alberto Perino.