sabato 22 maggio 2004

ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE. UN'INTERPRETAZIONE ESOTERICA

di Enrica Perucchietti


Pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, Lewis Carroll scrisse e diede alle stampe Alice’s adventures in Wonderland nel 1865. Quest’opera, la più famosa e amata della letteratura infantile inglese, nacque dalla vena fantastica carrolliana come omaggio a una bambina amica dello scrittore, Alice Liddell.
Scritta su un quaderno come Alice’s Adventures Underground, poi rivista e pubblicata nel 1865, questa storia è l'elaborazione di un racconto estemporaneo che Dodgson, scrittore e matematico dal carattere timidissimo, inventò durante un pomeriggio in barca per intrattenere le tre figlie del decano Henry G. Liddell - coautore del dizionario Liddell-Scott di greco antico - Lorina Charlotte, Edith e la piccola Alice. Affascinato soprattutto dalla smaliziata vivacità di quest'ultima, Charles ottenne il permesso di sperimentare con lei la sua passione fotografica.
l rapporto con la giovane che, entusiasta del racconto spinse Carroll a pubblicarlo, fu al centro di gravi pettegolezzi a causa della sospetta passione del reverendo per le bambine che amava ritrarre e fotografare in pose maliziose ed eteree.
Carroll divenne ben presto amico inseparabile di Alice: con la scusa della fotografia aveva infatti cominciato a farle visita assiduamente, al punto che la madre gli impose di allontanarsi da quella casa. È facile immaginare la frustrazione e l’imbarazzo di Carroll che si era legato morbosamente alla piccola. Forse la decisione della signora Liddell era dovuta soprattutto alla sua predilezione per le giovani pre-adolescenti che Dodgson amava immortalare immerse in atmosfere fiabesche, per le quali aveva addirittura allestito una sorta di parco giochi nel giardino della propria abitazione.
Fu nel 1858 che, inaspettatamente, Charles prese i voti, e due anni dopo divenne sacerdote. In questo periodo scrisse inoltre varie opere: alcuni libri di testo di matematica, e degli articoli con i quali collaborò con la rivista "The Train". Quando il direttore della testata gli chiese di trovare un nome d'arte, Charles usò per la prima volta lo pseudonimo con cui è divenuto famoso. Scelse questo nome latinizzando il proprio: da Charles ricavò Carroll, e da Lutwidge, Lewis.
Ma Alice era sempre nei suoi pensieri, e fu lei che gli ispirò l'opera che lo ha reso celebre. Come abbiamo visto, fu durante una gita in barca con le tre sorelle Liddell e un amico, Lord Tenniel, che Charles ebbe l'ispirazione per Alice, e tre anni dopo, il romanzo fu pubblicato: Tenniel si occupò delle illustrazioni.
Charles, nonostante l'esperienza religiosa, non riuscì più a reprimere i propri sentimenti e cominciò a palesare l’amore che lo legava alla ragazzina, esprimendo addirittura il desiderio di sposarla. La reazione della madre fu naturalmente inappellabile: Carroll venne allontanato in modo definitivo e non poté più avvicinarsi ad Alice.
Nei suoi diari l'uomo descrisse questo periodo come un momento doloroso, tanto che alcuni critici hanno ipotizzato che sia stata proprio la madre di Alice a ispirargli il personaggio della Regina di Cuori nella favola.
Alice ha esercitato e tuttora esercita una forte attrazione anche sui lettori adulti a causa del peculiare gusto del gioco logico e verbale. Alle avventure di Alice, Carroll diede un seguito con l’altrettanto geniale e divertente Through the looking glass and what Alice found there (Attraverso lo specchio, 1871) in cui i personaggi che nell’opera precedente erano carte da gioco, nel secondo romanzo sono pezzi degli scacchi.
Proprio la facoltà spiccatamente infantile di osservare le cose e la realtà con perfetto irreale candore servì a Carroll per svelare le assurdità e le incoerenze della vita adulta e per dar vita non solo a coloratissimi momenti comici, ma anche a incantevoli poesie sperimentali e a giochi basati sulle regole logico-matematiche.

I film di Walt Disney
Il film di animazione di Walt Disney del 1951, tratto dal romanzo di Carroll, è una fiaba sempre attuale e dai risvolti psicanalitici. Ma non solo: esso conduce a un’inaspettata interpretazione alchemica e cabalistica.
Costato cinque anni di lavorazione e tre milioni di dollari, Alice è un progetto che il regista rincorreva già dal 1933, e che, in una fase iniziale, avrebbe dovuto combinare la parte animata con una parte affidata alla recitazione di veri attori. Ma la formula disneyana, pensando in termini di attori disegnati, non abbisognava più di figure in movimento accompagnate da attori in carne ed ossa. Il disegno animato in Alice non è più soltanto il luogo della grafica, è un mondo reale che obbedisce a leggi coerenti e autonome. I lungometraggi disneyani, rappresentando un corpus uniforme sia a livello visivo che di contenuto, sono contraddistinti da un carattere atemporale, da un’universalità fiabesca che ritroviamo soprattutto in Alice.
Riscoperto dal movimento psichedelico degli anni Sessanta per le sue sequenze visionarie, Alice nel Paese delle Meraviglie è un piccolo capolavoro che unisce in sé fantasia, magia, nonsense, umorismo ed ermetismo, ma che tradisce la passione carrolliana per la logica e i giochi matematici, presente nel romanzo. Non si può però dimenticare che Disney era affiliato alla massoneria e cultore di scienze occulte. La sua passione per l’esoterismo traspare nell’analisi del film. Il legame di Disney con l’esoterismo e in particolare con l’immaginario femmineo è stato recentemente “riscoperto” dal romanziere e storico dell’arte Dan Brown che nel suo best seller Il codice Da Vinci ha inserito, per bocca del suo protagonista, il professore e studioso di simbologia Robert Langdon, una sintetica ma affascinante digressione su Disney che, inserendosi sulla scia di artisti, scrittori e compositori quali Leonardo, Botticelli, Poussin, Bernini, Mozart e Victor Hugo ha cercato di ripristinare il femminino sacro, inserendo nelle proprie opere citazioni e rimandi non solo al Santo Graal, alla religione, ai miti pagani e alla Massoneria, ma anche alla Dea Madre, alla Maddalena o a personaggi mitici che le incarnassero. Secondo Langdon «Disney si era dedicato al compito di tramandare la storia del Graal alle future generazioni. Disney era stato salutato come “moderno Leonardo da Vinci”». Entrambi avevano precorso i tempi, anticipando i rispettivi contemporanei in quanto estro creativo e genialità, presentandosi come «artisti dalle doti uniche, membri di società segrete e, soprattutto, incorreggibili burloni». Come Leonardo amava inserire simboli e allusioni nei propri quadri, anche Disney amava nascondere messaggi e simboli nelle proprie opere. Da questo punto di vista guardare un film di Disney significa essere «assalito da una valanga di allusioni e metafore». E questa occultamento si rivela prepotentemente soprattutto nei suoi capolavori più famosi: Biancaneve, Cenerentola e La bella addormentata nel bosco, fiabe che Disney aveva ripreso in modo da poter trasmettere storie riguardanti “l’imprigionamento del femminino sacro”. Negli altri film i messaggi sono più sottili, complessi, quali sofisticati giochi di simbologia. E l’ermetismo si fonde, o meglio, si confonde con la dimensione onirica e con la l’allegra follia del mondo dell’animazione. Così Biancaneve che cade morta dopo aver addentato la mela avvelenata simboleggia la caduta di Eva nell’Eden, mentre Aurora, la principessa nascosta nel profondo della foresta sotto il falso nome di “Rosa” per sfuggire dalla strega malvagia, alluderebbe alla storia del Graal. Anche dopo la morte di Disney i suoi collaboratori e dipendenti avrebbero continuato l’opera del maestro divertendosi a trasmettere una simbologia segreta. Un chiaro esempio è La sirenetta che il protagonista del Codice presenta come «un affascinante tessuto di simboli spirituali così legati specificatamente alla dea da non poter essere una coincidenza». Se si osserva attentamente una veloce sequenza del cartone si può distinguere un particolare sconvolgente per l’ambito in cui è inserito, un omaggio alla Maddalena, la sposa occulta di Cristo: nella dimora subacquea di Ariel, la principessa sirena, si nota un quadro dell’artista del XVII secolo Georges de la Tour: Maddalena penitente! Così l’origine principessa della sirenetta, i capelli lunghi e rossi, la natura metà pesce alludono alla Maddalena e al cristianesimo. In tutto l’arco del film si riscontrano numerosi riferimenti simbolici non soltanto alla Maddalena ma anche alla “perduta santità” di Iside, nuovamente Eva, e Piscis, la dea pesce.


Alice: il film
Apparentemente narra la storia di una bambina che, annoiata ad ascoltare un libro senza figure né dialoghi letto ad alta voce dalla sorella, preferisce sognare ad occhi aperti, rifugiandosi in un immaginario irrazionale di fantasia e nonsense.
Pensando che non serve a nulla un libro senza illustrazioni né dialoghi, si lascia trascinare in un’avventura “onirica” in un sogno cosciente. Tutto comincia con l’esaudirsi di un suo desiderio espresso al Gatto Oreste: “Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe come è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa; ciò che è non sarebbe e ciò che non è sarebbe: chiaro?”. Ossia la richiesta di un mondo “negativo” in senso fotografico, in cui quello che è bianco, sarebbe nero e quello che è nero, sarebbe bianco, in cui i vari colori sarebbero i “complementari” di se stessi, in modo poter sperimentare “l’altro aspetto” della realtà, vale a dire l’Ombra (v. Jung).
Inizia così l’avventura della giovane protagonista che, inseguendo nel bosco un coniglio bianco elegantemente vestito che si affretta brontolando come se avesse un appuntamento importantissimo e fosse in ritardo, lo segue fin nella sua tana e cade in un pozzo profondissimo; da lì entra in un paese sconosciuto, surreale, abitato da strane creature, ovvero il paese delle meraviglie, del fantastico, dove l’immaginario e l’incredibile si fondono e si confondono diventando realtà.
Alice sprofonda letteralmente in un altro mondo, dove il nonsense acquista la dimensione della favola e la follia regna sovrana. Il film, come il libro, si popola di creature straordinarie, di animali parlanti, ciascuno con caratteristiche peculiari. Il gioco carrolliano del metalinguaggio, la perenne messa in discussione del linguaggio attraverso giochi logici, versi e paradossi filosofici rielaborati in chiave fiabesca cedono il passo a immagini mirabolanti, al ritmo frenetico, all’umorismo dei personaggi.
Se nel romanzo l’autore introduce la categoria della follia per spezzare la concezione ordinaria e hegeliana del mondo come razionalità, scompaginando il linguaggio e smontandone i meccanismi verbali, il film è costretto a ricorrere alla forza delle immagini, all’universalità storica, ai motivi canori, alle danze, ai colori per ritrarre al meglio quella follia, quell’irrazionalità che Carroll esprimeva attraverso la prosa, gli indovinelli, il ricorso ai giochi logico-matematici, lo stravolgimento del “banale” significato.
Una buona parte dei nonsense logici consiste nel prendere troppo alla lettera le proposizioni, oppure troppo poco: nell’imitare, cioè, i sintomi dell’ebefrenia e della paranoia. Per Carroll esisteva dunque un implicito legame tra sanità mentale e capacità linguistica, che il Gatto del Cheshire rende esplicito quando, ad Alice che gli dice: “Non voglio andare fra i matti”, risponde: “Non puoi evitarlo, perché qui lo siamo tutti. Anche tu, altrimenti non ci saresti venuta”.
La pazzia è una costante che si ritrova in molti dei personaggi in cui Alice si imbatte; Carroll riteneva infatti che una delle sue manifestazioni fosse il non saper distinguere fra sogno e realtà. Non stupisce dunque scoprire in questa mancata distinzione uno dei fili conduttori delle avventure di Alice.

In Alice i due aspetti sono ancora mantenuti nettamente separati: alla fine Alice si risveglia, scopre di aver sognato, e racconta il sogno alla sorella, anche se immediatamente questa si addormenta a sua volta, e sogna Alice che sogna il suo sogno.
In Attraverso lo specchio, invece, la distinzione dei due livelli è più sfumata. Il Re Rosso rimane addormentato per tutta la partita, senza accorgersi di niente, e Tweedledum e Tweedledee sostengono che l’intera storia è solo un suo sogno. Quando Alice si risveglia, si ritrova nella condizione della farfalla di Chuang-Tzu: chi dei due ha sognato l’altro? Carroll demanda al lettore la risposta, ma nell’ultimo verso della poesia finale sembra sciogliere i dubbi, dichiarando con toni che riecheggiano la celebre opera di Calderon de la Barca: life, what is it but a dream?, “la vita che cos’è, se non un sogno?”.
Se questa è la conclusione, allora il nonsense che pervade le avventure di Alice è la vera condizione umana, e la ricerca del senso della vita è un’impresa impossibile. Il che non rende, però, necessariamente disperata l’esistenza. Insegna infatti il Re di Cuori: “se un senso non c’è, questo ci evita un sacco di guai, perché non dobbiamo cercare di trovarlo”. Il che conferma che, come dice la Duchessa: “tutto ha una morale, bisogna solo trovarla”.
Ma, come abbiamo anticipato, sia il film che il romanzo, sono interpretabili anche in chiave esoterico-psicanalitica. L’interpretazione che ha preso piede nel Novecento è stata chiaramente quella freudiana. Ma in molti ritengono che si tratti di una semplificazione. A maggior ragione si può evitare il rischio del riduzionismo freudiano se si pensa alla passione per le scienze occulte, comune sia a Carroll che a Disney. Sarebbe una leggerezza pensare che si tratti soltanto di una coincidenza. Disney ha portato sullo schermo una favola ricca non solo di suggestioni visive, plastiche, ma anche colma di significati simbolici ed ermetici.
A un primo livello Alice si presenta come una fiaba per l’infanzia, ma, addentrandosi nella materia del film sono riconoscibili chiari riferimenti (od omaggi) all’alchimia e alla psicologia, così come nel romanzo sono evidenti i richiami alla logica e alla filosofia del linguaggio. Che Alice alla fine del racconto abbia viaggiato nel subconscio è facilmente accettabile, ma pecca di riduzionismo di fronte alla complessità logico-matematica del libro e a quella visionario-esoterica del film.
Il nome dell’eroina, nonostante il riferimento all’Alice Liddell, giovane amica di Carroll, ha un ambivalente significato etimologico (se si esclude la fonte incerta secondo la quale significherebbe “creatura del mare”): dall’antico celtico significherebbe “bella, di bell’aspetto”, ma dal greco “aléxo” sarebbe una derivazione del nome “Alessandro” (aléxo “proteggere” e dalla radice andr- “uomo”), e acquisterebbe una valenza “salvifica”, significando “colei che protegge, che salva”. Nel primo caso Alice riveste le funzioni cabalistiche di Tif’ereth (“bellezza, maestà”, la sesta sefirah[1]) e nel secondo di Da‘ath (“conoscenza”, sefirah autonoma), ma è ancora una “bambina”, deve ancora crescere; indubbiamente il percorso del film indica un viaggio interiore, da cui la protagonista, secondo l’interpretazione freudiana, emergerà più matura e consapevole.
Carroll, nonostante sia stato spesso associato a Thomas Carlyle per la propria inquietudine di fronte alla crisi del rapporto tra società e individuo, non era di fatto un “rivoluzionario”, e il romanzo termina con il ritorno della giovane protagonista all’ “opaca realtà di sempre”. Alice, infatti, cerca di superare il divario filosofico tra l’individuo e la società ma è destinata al fallimento, alleviata però dal ritorno nel mondo onirico in Alice dietro lo specchio. L’autore ci lascia almeno la speranza di poter continuare a sognare. O almeno concede la possibilità del viaggio onirico ai bambini.
All’inizio Alice parla con il Gatto. Cominciamo ad esaminare il Gatto Oreste (dal greco òros= abitante del monte); il Gatto gode nel simbolismo di una fama prevalentemente negativa, se si esclude l’ambito greco-egiziano presso cui era venerato come animale sacro, associato in Egitto alla dea Bastet, in Grecia a Diana, con ambivalenza solare-lunare. Presso i Celti, invece, i gatti simboleggiavano le forze malvagie e spesso erano offerti in sacrificio. Sia per i Celti che per i Germani l’occhio del gatto, che muta a seconda dell’incidenza della luce, era ritenuto ingannatore, mentre la capacità del felino di cacciare anche nell’oscurità quasi totale faceva pensare che fosse un alleato delle potenze delle tenebre. Il gatto veniva considerato come uno “spirito ausiliario” delle streghe. Per la psicologia il gatto è invece “l’animale femmina per eccellenza”, un animale della notte, così come la donna si radica più profondamente nel lato oscuro, tellurico e indecifrabile dell’esistenza, rispetto alla relativa e solare semplicità maschile.
Il Gatto Oreste, dunque, viene a rappresentate l’elemento di terra indispensabile per il Vitriol (principio alchemico che richiede la discesa del miste nei meandri della propria natura “terrena”, oscura, primordiale = “Visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem”) cioè per la ricerca interiore, ma rappresenta anche il confidente, amico-amante (v. Oreste e Pilade). Esso nel sogno diverrà lo “Stregatto”: consigliere utile, risolutivo in due situazioni drammatiche, e tuttavia rivelatore delle intimità della “Regina” e quindi elemento scatenante della condanna a morte di Alice (ricordiamo che la morte del miste è l’elemento chiave dell’alchimia e dell’iniziazione misterica).
Il “Bianconiglio” che corre sempre, che scambia Alice con “Marianna” e che ha la funzione di “trombettiere” della perfida Regina di cuori riprende invece l’archetipo universale del coniglio. Nella simbologia tradizionale, infatti, esso è legato alla Luna (Yesod, “fondamento”, nona sefirah), ma come messaggero (trombettiere) è relativo a Mercurio-Ermes (Hod, “fasto”, ottava sefirah) - altro riferimento all’alchimia. Ma Mercurio-Ermes non è soltanto il patrono dell’alchimia; come corpo celeste Mercurio è uno dei pianeti più difficilmente osservabili. Nell’Europa centrale esso è visibile a occhio nudo per 12-18 ore all’anno; rimane costantemente nelle vicinanze del Sole, così da essere osservabile solo al crepuscolo o con il cielo leggermente velato, soprattutto in autunno e primavera. La sua “fuggevolezza” rispetto all’osservatore è chiaramente il motivo del suo significato simbolico. Come lo sfuggente Bianconiglio sempre di corsa, esso è di natura ambigua e insicura, per via appunto della sua mobilità.
Il bianco coniglio di Alice fin dalla sua prima apparizione si presenta in ritardo con un orologio da panciotto che sbuca dal taschino. “Ohimè! ohimè! Farò tardi, troppo tardi” si dispera. Su questo episodio si sono sbizzarriti i critici sottoponendo la fretta del Bianconiglio a una valanga di interpretazioni. Il coniglio simboleggerebbe l’urgenza “industriale” dell’età vittoriana, più in generale dell’etica protestante del capitalismo in cui, come Weber ha perfettamente spiegato, non esiste più tempo libero: bisogna investirlo per lavorare, per produrre.
Il coniglio chiama per errore Alice “Marianna” (= afflitta, da Mariana = amara, e infatti Alice “piange” spesso - anche se l’etimologia propria sembra derivi dal greco Maràmne, nome che riprende l’ebraico mrj-imn “amata da Ammone”, cioè da Dio -; ma anche da Maria – Anna, rispettivamente la madre e la nonna di Gesù e corrispondenti nell’albero sefirotico della qabbalah a Gevurah, la “potenza” o quinta sefirah, e Binah, l’“intelligenza”, la terza sefirah); Alice è subito pronta a cercargli i guanti come “Marianna”. Questo fatto è chiaramente simbolo di identificazione della protagonista con la “madre” (Gevurah bianco) del “Bianconiglio” e rivela senso di colpa per non saper trovare i suoi “guanti bianchi”, cioè non sapere gestire con “arte diplomatica”, con i “guanti” appunti, il rapporto con la Regina di cuori (Gevurah nero).
Un’altra problematica che traspare dal sogno è la continua incapacità della bambina di stabilire un equilibrio tra “Grande” e “piccolo” (il dissidio universale dell’uomo microcosmo di stabilire un rapporto con la Natura-macrocosmo). Quello che è importante e quello che non lo è; ritroviamo questa incapacità ben 10 volte (dieci come il numero delle sefirot): la prima quando beve da una bottiglietta su cui è scritto “bevimi” e diventa piccola, poi mangia un biscotto e diventa grande, poi di nuovo beve dalla bottiglietta e diventa talmente piccola da poter passare per il buco della serratura della porta che la introduce nel paese delle Meraviglie; a questo secondo livello di piccolezza avrebbe la possibilità di conoscere una tecnica alchemica per “asciugare il bagnato e bagnare l’asciutto” assai originale, una sorta di mescolanza di secco e umido (base dell’opus rinascimentale) che attua la fusione dei contrari nella danza circolare della “Maratonda”. Ma Alice non è ancora in grado di approfondire questa pratica e perciò, vedendo in lontananza il Bianconiglio, lascia la Maratonda per seguirlo.
Conosce così la triste storia delle ostrichette curiose (la “perla” nella simbologia alchemica cinese è l’emblema dell’elemento yang e quindi apportatrice di longevità) raccontata da Pinco Panco e Panco Pinco, (spettatori e narratori quali Sole e Luna). In questa storia Alice impara qual è la punizione per la curiosità imprudente: divenire cibo per il grasso Tricheco (Yesirah capovolto) e non-cibo per il magro Carpentiere suo compare (Assiah capovolto), in un mondo ingiusto e prevaricatore, quello dell’Albero nero.
Nella casa del Bianconiglio, mentre cerca invano i famosi guanti, Alice trova una scatola di biscotti con su scritto “serviti”, ne mangia e diventa gigantesca, mangia subito una carota e diminuisce fino a divenire piccola come un fiore. A questo terzo livello di piccolezza può ascoltare il “canto” dei fiori e a essi vorrebbe unirsi, ma viene respinta perché “senza radici” e dunque considerata con disprezzo “erba comune”. Non c’è in lei ancora la qualificazione per essere “fiore” (Centro o Sefirah) ricordiamo che con il termine sefirah la letteratura cabalistica denota ciascuno dei dieci fondamentali stadi del manifestarsi di Dio nei suoi vari attributi. L’insieme delle sefirot forma l’“albero sefirotico”, attraverso cui l’energia divina si diffonde nel cosmo). Il fiore, infatti, in quanto simbolo universale della giovane vita in virtù della disposizione dei suoi petali, è divenuto presso molti popoli emblema del Sole, dell’orbita terrestre e, di conseguenza, del centro.
Non risulta positivo neppure l’incontro con il Brucaliffo (connesso al tema sciamanico e alchemico della droga iniziatica) che con la sua domanda “Chi essere tu?” vorrebbe costringere Alice a prendere coscienza di se stessa. Ma Alice è confusa e risponde di non saperlo, sa solo che è stanca di essere piccola otto centimetri, e tutto quello che ottiene dal Brucaliffo è l’informazione che una parte (del fungo su cui è seduta) fa crescere, l’altra fa diminuire. Che cosa rappresenta a questo punto del viaggio il Brucaliffo? Il Brucaliffo che si trasforma in farfalla, “animale spirituale” simbolo per eccellenza di metamorfosi, rinnovamento, rappresenta la possibilità che è concessa a ognuno di noi di una seconda prova per superare un ostacolo, un esame o una prova imposti. Ancora una volta mangiando il fungo Alice prima cresce a dismisura ed è accusata di essere un serpente (nella sua forma circolare il serpente che si mangia la coda è l’uroboros, simbolo alchemico di infinito, immortalità ed eterno ritorno, ma più in generale simbolo connesso al mondo infernale - nella Bibbia è l’incarnazione del nemico, del demonio - e al regno dei morti, a causa della sua abitudine a vivere in luoghi nascosti e in buche sotto terra, ma anche per la sua capacità di ringiovanire grazie alla muta) poi diminuisce troppo, infine trova un apparente equilibrio e conosce o ri-conosce lo Stregatto (Oreste) che con la sua capacità di apparire e sparire e per mezzo delle sue potenzialità magiche la indirizza verso l’esperienza alienante ma istruttiva della conoscenza di due personaggi stranissimi, culmine della follia del film: il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile (capovolgimenti complementari dello stesso Bianconiglio) che stanno celebrando la festa di uno dei loro 364esimi non-compleanni con tantissime tazze e teiere di non-the. A ben vedere, non era proprio questo il desiderio che Alice aveva manifestato al suo Gatto Oreste, ossia di vivere in un mondo capovolto? Nel momento stesso in cui il desiderio viene esaudito, Alice decide però di uscire da quel mondo: vuole tornare a casa. Ma il ritorno al centro, al punto di partenza non è facile! Avendolo desiderato, ed essendosi incamminata in quest’esperienza onirico-inconscia deve “vedere” ancora cose molto strane: uccelli-ombrello, gufi-fisarmonica, passeri-matita e vedere il “Sentiero” di ritorno diventare non-sentiero: ossia sentiero cancellato.
Ora Alice è disperata, e nella disperazione, ecco ricomparire in suo soccorso lo Stregatto a mostrare il passaggio segreto che le permette di affrontare la Regina di cuori, la proprietaria di tutti i non-sentieri del paese delle Meraviglie. Alice entra così nel mondo delle “carte” da gioco: cuori, quadri, fiori e picche (il mondo dei quattro elementi mentali: fuoco, aria, acqua e terra) dove regna sovrana tiranna, egoista e crudele la Regina di cuori, dove il gioco è sleale e l’ira comanda; dove i sudditi sono avvezzi alla “decapitazione”, ad essere privati della testa (l’elemento razionale in un mondo di pura follia), della mente e della vita.
Conoscere la Regina di cuori (Gevurah nero) significa affrontarla, dover giocare con lei - alle sue condizioni - e dover “perdere”. Lo Stregatto (l’anima junghiana?) interviene ancora una volta: provoca l’incidente che porta alla conclusione dell’esperienza. La Regina dell’albero capovolto viene “capovolta” a sua volta e Alice, essendo condannata a morte, può tornare a vivere. Alice, mangiando ancora il fungo magico (come abbiamo visto elemento alchemico paragonabile al soma vedico e alla droghe sciamaniche), diventa prima assai grande (nono stato di piccolezza) e poi ancora piccola (decimo) e finalmente fugge a gambe levate da quel suo infer(n)o (= interno) personale, volendo, ora con tutta se stessa, essere veramente a casa (l’adepto deve vivere l’inferno del proprio io, soffrire la “passione” per resuscitare a una condizione di coscienza superiore per accettare e conoscere realmente se stesso).
Così si sveglia e ritorna al mondo di sempre dopo aver appreso che in questo mondo, quello che è, è bene che sia e quello che non è, è bene che non sia, secondo Legge parmenidea di Natura.


[1] Ricordiamo che con il termine sefirah la letteratura cabalistica denota ciascuno dei dieci fondamentali stadi del manifestarsi di Dio nei suoi vari attributi. L’insieme delle sefirot (plurale di sefirah) forma l’“albero sefirotico”, attraverso cui l’energia divina si diffonde nel cosmo.

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