lunedì 30 maggio 2011

A OBAMA PIACE IL GRANDE FRATELLO

di Enrica Perucchietti

“Credo sia uno strumento importante per noi”.
Parola del Presidente americano Barack Obama, che per l'ennesima volta dimostra di promettere una cosa e di fare l'esatto opposto. Senza doversi giustificare né tantomeno spiegare nel dettaglio le sue improvvise virate, che farebbero invidia a Paul Cayard.
Mentre gli occhi del mondo erano puntati su Deauville, sulla generosità dell'Occidente per finanziare le “democrazie” nascenti dalla primavera araba o sulle gaffes nostrane di Berlusconi, il presidente americano ha dato il via libera in sordina alla conferma del famigerato Patriot Act, estendendo il pacchetto di limitazioni alla privacy per altri 4 anni. Fino al 2015. In attesa che anche l'Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal presidente democratico, introduca “finalmente” i microchip sottocutanei come metodo di controllo della popolazione. Per il 2015 saremo forse più vicini al sistema politico immaginato da George Orwell in 1984 e da Aldous Huxley in Il Mondo Nuovo: sorvegliati, manipolati, sotto l'occhio costante dei satelliti del Governo che già ora “vigila” mail o telefonate di pubblici cittadini senza neppure l'esigenza che siano sospettati di terrorismo.
Non potendo firmare di persona la legge, Obama ha permesso che la Casa Bianca utilizzasse una “autopen”, una penna automatica che replica la sua firma. Se il rinnovo non fosse arrivato entro la mezzanotte del 27 maggio la legge sarebbe infatti decaduta. E il nostro premio Nobel alla Pace [sic.] non poteva certo permetterlo. Come avrebbe potuto dare vita a una distopia di sapore orwelliano senza le ampie misure di sorveglianza elettronica per combattere il terrorismo ma soprattutto vigilare sulla privacy dei normali cittadini?
Dopo la notizia della “morte” di Osama Bin Laden il Pentagono ha avviato un ulteriore giro di vite nel campo della Difesa investendo altri milioni di dollari per l'anti terrorismo: che pare sempre di più agire contro il popolo americano.
Il Patriot Act, sentito dalla maggioranza della popolazione all'indomani dell'11 Settembre, era poi divenuto intollerabile quando ci si era resi conto delle assurde limitazioni e degli abusi che esso comportava.
E proprio il Messia multietnico che aveva incantato le platee di mezzo mondo aveva promesso in campagna elettorale che avrebbe eliminato quelle fastidiose misure di sorveglianza. Così come aveva promesso in 16 mesi il rientro delle truppe dall'Iraq o la chiusura di Guantanamo, una green revolution, o misure anti crisi per sostenere i contribuenti – mentre ha optato per il salvataggio delle Grandi Banche che ne avevano finanziato la campagna elettorale e la scalata alla Casa Bianca.
Coincidenze?
O scarsa memoria delle promesse per ora disattese punto per punto?
A sostenere ancora il nostro Presidente afroamericano, la notizia della morte di Bin Laden che gli ha permesso di risalire nel consenso di ben 11 punti percentuali in sole due settimane. Prima della cattura – e della scomparsa del corpo – del califfo del Terrore, Obama navigava in cattive acque. Il suo consenso era in caduta libera e addirittura un personaggio stravagante come Donald Trump era riuscito a metterlo in difficoltà costringendolo a pubblicare on line il certificato di nascita...

Anche in seno al Grande Fratello si annidano i rivoltosi. Ciò serva da lezione ad Obama: “tirare” troppo la corda in “democrazia” non è come cazzare una vela... è una cazzata e basta.

giovedì 26 maggio 2011

E SILVIO PIANSE SULLA SPALLA DI OBAMA

di Enrica Perucchietti

L’ha puntato da lontano come una faina. Lo si può notare dalle immagini video. Poi ha dato indicazioni a un fotografo italiano per immortalare il suo colloquio con Obama. Evidentemente senza pensare all’ennesima figuraccia a cui stava andando incontro. Eh sì che il nostro Silvio è un vero e proprio kamikaze. Non le aveva sparate abbastanza grosse nei giorni scorsi – arrivando a compromettere la rielezione della Moratti a sindaco di Milano. Quella spina nel fianco che lo tormenta da anni, quella magistratura di sinistra che vuole la sua testa non gli dà pace. Lo fa sragionare. Chissà che cosa ha pensato quando ha fermato il Presidente americano battendogli sulla spalla per confessargli che in Italia “abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra”.
L’espressione di Obama non rende la reazione perché immortalato di tre quarti: scuote impercettibilmente la testa mentre ascolta la traduttrice riportargli in inglese le poche parole di Berlusconi.
Quella di Angela Merkel – che si gira verso Sarkozy come per chiedergli che cosa sia preso a Berlusconi che sta tra l’altro ritardando l’inizio dei lavori del G8 – anticipa il polverone che ovviamente il premier italiano si è alzato contro in patria
Dalle immagini e dall'audio che riprendono il colloquio dei due leader si comprende nettamente che il premier si è lamentato della situazione della magistratura in Italia, illustrando le misure di prevenzione adottate dalla maggioranza: "Noi abbiamo presentato una riforma della giustizia che per noi è fondamentale, in Italia abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra".
Che cosa avrà mai pensato l’uomo più potente del mondo davanti allo sfogo di Berlusconi? Nessuna reazione sfiora il Presidente americano, né una smorfia, né una parola, neppure un accenno di sorriso. Rimane glaciale come solo Obama sa essere quando è disturbato da un elemento esterno, quale può essere appunto il “collega” italiano. Alla mosca che schiacciò in mondo visione riservò almeno un sorriso di compiacimento.
Che cosa si aspettasse Berlusconi è ancora più oscuro. Lamentarsi della famigerata magistratura di sinistra con un leader democratico non è così paradossale quanto saperlo il nostro Presidente del Consiglio.
A rincuorarci il pensiero che Obama stia prendendo in considerazione l’idea di esportare la democrazia anche nel nostro Paese. Non per debellare il cancro della magistratura, ma per mettere fine alle brutte figure a cui il premier ci ha da tempo abituati.

SERBIA: ARRESTATO MLADIC, IL DNA LO CONFERMA

di Enrica Perucchietti

Brutto periodo per i super ricercati.
Dopo l’annuncio dell’uccisione di Osama bin Laden e la diffusione della notizia – non confermata – della morte del Mullah Omar, ora tocca al ricercato numero uno in Europa.
Il DNA ha infatti confermato l’identità dell’uomo arrestato dalla polizia serba: è Ratko Mladic, ex generale serbo bosniaco accusato del genocidio di 8350 civili musulmani a Srebenica nel luglio 1995.
Secondo l’emittente televisiva B92, l’arresto di Mladic - la cui identità è stata confermata dal presidente serbo, Boris Tadic - è avvenuto nel corso di un’operazione speciale delle forze di polizia, andata in scena a meno di 100 chilometri da Belgrado.
Mladic, che oggi ha 69 anni, è uno dei due ultimi criminali di guerra serbi ancora latitanti e ricercati dal tribunale penale internazionale dell’Aja per genocidio; l’altro ricercato è Goran Hadzic, ex capo politico dei serbi di Croazia.
Dopo Bin Laden, Mladic era il ricercato più interessante al mondo, sicuramente il numero uno in Europa che ora può finalmente accogliere nell’UE anche la Serbia. Già, perché “casualmente” l’arresto di Mladic arriva proprio all’indomani della pubblicazione delle indiscrezioni del Tribunale Penale Internazionale secondo cui alcune componenti dell’Unione Europea avevano richiesto la consegna dell’ex generale per poter accettare la nomina della Serbia tra gli Stato membri. Il procuratore Serge Brammertz aveva infatti definito “non sufficienti” gli sforzi del Paese per la cattura di Mladic e di Hadzic.
Che Belgrado abbia “sacrificato” l’ex generale per Ragion di Stato?
Sicuramente il ricatto della UE ha incentivato la polizia serba che “miracolosamente” è riuscita ad arrestare il criminale nel giro di 24 ore dal dispaccio.
Quando si dice, un incentivo “sufficiente”.

LA PRIMAVERA DELLA "DEMOCRAZIA"



di Enrica Perucchietti

Il paragone con la coppia d’acciaio Bush-Blair era scontata. E per nulla rassicurante. L’incontro tra Barack Obama e David Cameron – suggellato da una partita a ping pong - ha riproposto il sodalizio angloamericano che trova il premier inglese e il presidente americano – nonostante l’apparente differenza di schieramenti politici, il primo conservatore, il secondo democratico – concordi sulle linee da seguire in politica estera.
Come se Obama non avesse insistito abbastanza nelle scorse settimane sull’importanza della “presunta” (passatemi il termine) uccisione di Osama Bin Laden, senza neppur dover evocare il giallo della morte del Mullah Omar o l’arresto di quello che dovrebbe essere l’ex generale serbo bosniaco ricercato per genocidio, Ratko Mladic, Cameron ha ribadito che “ora possiamo sconfiggere Al Qaeda”. Peccato che la notizia della morte di Bin Laden – che non era comunque il capo di Al Qaeda da tempo - abbia portato non solo a una nuova spirale di attentati ma anche a un incremento dei fondi stanziati per la sicurezza nazionale americana. Altroché dormire sonni tranquilli. La notizia dell’eliminazione fisica di Osama avrà come conseguenza il mantenimento in vita delle cellule jihadiste. Un pretesto per continuare il giro di vite in tema di Sicurezza…
Sul fronte Afghanistan Cameron ha invece dichiarato sibillino, “sarà un anno cruciale”, senza poter spiegare in che senso. Prima di confrontarsi sulla primavera araba e sul conflitto in Libia, il premier inglese ha evocato l’11 settembre e l’impegno nel debellare il terrorismo. Peccato che la lotta che portò Bush a dichiarare guerra all’Afghanistan nell’autunno del 2001 – unico motivo la mancata consegna del regime talebano di Osama bin Laden – ha trascinato gli USA nella più lunga guerra dell’era contemporanea, battendo addirittura la durata di quella del Vietnam – 103 mesi “soltanto”. Una politica completamente sbagliata, il mancato rispetto della cultura e delle tradizioni afghane, il combattimento con i droni, il bombardamento di civili e il conseguente ricompattamento del fronte talebano che ha conquistato il favore della popolazione – soprattutto rurale - stremata da dieci anni di inutili conflitti e violenti incursioni anche contro obiettivi civili, ci viene offerta come una strategia vincente, quando dietro i proclami di peace keeping si nasconde una guerra all’Afghanistan – non in Afghanistan - per il controllo delle risorse e del territorio, che hanno dato vita al fenomeno, prima sconosciuto in quel Paese, del terrorismo. Mai il popolo afghano – neppure nella guerra contro i sovietici - aveva fatto ricorso agli attentati kamikaze che, una volta adottati sono stati per lo più indirizzati contro obiettivi militari, distinguendosi così dalla metodologia di Al Qaeda. Gli scandali che si sono susseguiti in questi anni – come la corruzione dei capi talebani da parte dei militari italiani per non essere “colpiti”, o l’infiltramento di talebani all’interno delle milizie afghane, o ancora la connivenza della polizia afghana con il “nemico da combattere” – ha rivelato con chiarezza il vero volto di una guerra inutile, disastrosa, sanguinaria.
All’incontro londinese si è parlato anche del programma di appoggio alla primavera araba promosso al G8 che si è aperto oggi a Deauville. Ma a monopolizzare l’attenzione mediatica è stato il discorso di Obama a Westminster Hall, nel quale il Presidente ha sottolineato il primato americano nel “guidare il mondo”. Il parallelo è corso subito al repubblicano Reagan – nei cui confronti Obama si è più volte espresso con parola di elogio - che nel giugno dell’82 aveva rilanciato il primato americano contro l’URSS promettendo che la marcia “della libertà e della democrazia avrebbe portato il marxismo e il leninismo nella pattumiera della storia”. Di lì a poco sarebbe stata coniata la definizione di URSS come “impero del male”.
Oggi, a quasi trent’anni di distanza, come profeticamente indicato da Giulietto Chiesa e seppur in modo diverso da Webster Tarpley, l’asse del “male” si concentra in Medio Oriente dove la primavera araba e i conflitti in Libia, Iraq, Afghanistan e le incursioni in Pakistan mirano a sottomettere politicamente l’area in modo da battere sul tempo la Cina sul fronte energetico e isolarla dal resto del mondo con basi militare americane costruite ad hoc nei punti nevralgici.
Compito di Obama negare il declino dell’Occidente che sembrerebbe punta a instaurare un fronte globale contro l’asse cino-sovietico. Per sventare il pericolo di un declino della leadership americana, Obama ha dichiarato che il declino dell’America e dell’Europa nel mondo “è una tesi sbagliata” e che l’Occidente resterà “il maggior catalizzatore dell’azione globale nel mondo grazie a una forza di intenti comuni – valori li chiama – “volti a difendere i diritti non solo degli Stati Uniti” ma di tutta la Terra.
È la dottrina dell’eccezionalismo americano secondo la quale, come ha fatto notare Noam Chomsky, “aggressione e terrore sono quasi sempre rappresentati come autodifesa e devozioni a visioni ispirate”. In questo senso vengono giustificate le azioni aggressive contro Iraq, Afghanistan, Pakistan e ora la Libia, sostenute da campagne di disinformazione dei Media mirate per manipolare il consenso pubblico.
Ormai gli equilibri della geopolitica angloamericana sono chiari: nel prossimo futuro sarà la Siria a subire le conseguenze dell’importazione del liberalismo americano. Le sanzioni contro Assad segnano solo il primo passo verso l’attacco di Damasco. Mentre non è prevista nessuna misura restrittiva, ad esempio, nei confronti del monarca del Baharain, Hamad al Khalifa, che pure ha represso nel sangue il movimento per le riforme e la democrazia di Piazza della Perla. Forse però la lunga mano della CIA non è arrivata fino al Bahrain che rimane un buon alleato per gli USA. L’ipocrisia degli equilibri geopolitici a volte causano dei black out nel piano dell’“esportazione della democrazia”: in questo caso la Ragion di Stato impone ai governanti di fingere di non vedere. Un po’ come nel caso delle violenze in Myanmar o in Tibet condannate ma lasciate a se stesse. Ovvio, non ci si può opporre alla Cina.
La ragione che muove le più sublimi intenzioni degli Stati Uniti è infatti “lo zelo nel portare agli altri i valori che definiscono l’identità nazionale americana” per dirla come Chomsky. È per seguire questi alti ideali che, come ha ricostruito lo storico David Schmitz, “lungo quasi tutto il ventesimo secolo, gli Stati Uniti hanno sostenuto dittature di estrema destra, in violazione degli ideali politici americani” e del loro impegno a “promuovere la democrazia e i diritti umani”.
Peccato che i diritti umani da salvaguardare vengano scelti con accuratezza dai governi americani in base ai propri interessi che non si identificano con gli interessi della nazione ma, semmai, agli “interessi delle concentrazioni di potere che dominano la società”.
Le lobbies insomma.

mercoledì 25 maggio 2011

UFO: DALL'OMBRA DI STALIN SU ROSWELL AI RICCI IN AMORE



di Enrica Perucchietti

Dopo 60 anni e oltre di cover up e disinformazione governativa “sbarca” in libreria una pubblicazione che dovrebbe mettere la parola fine sul più celebre UFO crash della storia contemporanea: Roswell. La giornalista americana Annie Jacobsen, nipote intellettuale del nostro CICAP – ci dona nel libro Area 51 la rivelazione del secolo che tutti gli appassionati di ufologia attendevano con ansia. Abbandonata la strada del pallone sonda con cui il Pentagono ha cercato di mettere inutilmente una toppa alla fuga di notizie dell’incidente del 1947, la Jacobsen – che si occupa di sicurezza nazionale - rispolvera la vecchia ipotesi di apparecchi sovietici utilizzati a fini militari per spaventare la popolazione americana durante la Guerra Fredda. In sintesi: nell’estate del 1947 sarebbe davvero caduta una specie di disco volante telecomandato a distanza – come gli attuali droni - e dai rottami sarebbero stati recuperati i cadaveri di piccoli umanoidi. Però l’incidente avrebbe a che fare con l’URSS e non con gli alieni. Stalin avrebbe fatto sviluppare ai suoi scienziati i progetti dei fratelli Horten, i due piloti e inventori nazisti che durante la seconda guerra mondiale avevano realizzato un prototipo di caccia tutto-ala molto simile a un disco volante. Il prototipo è dato storico accertato, esistono i progetti, le fotografie, addirittura i filmati. Il resto non è attestato né verificabile. Anche in questo caso dovremmo fare un atto di fede e credere sulla parola ai testimoni che la Jacobsen ci propina.
Una novità rispetto al passato però c’è: con questa nuova tesi si ammette l’esistenza di corpi ritrovati nel campo di Roswell il 3 luglio 1947, da sempre negata dal Pentagono. Ma quei corpicini non sarebbero appartenuti a entità extraterrestri bensì a bambini tredicenni deformi e truccanti appositamente per somigliare a creature aliene. A svelare alla giornalista segreti militari legati all’Area 51 e a Roswell sarebbe stato un suo parente acquisito, il fisico Edward Lovick, oggi novantenne che le avrebbe fornito i nomi di alcuni anziani superstiti dell’Area 51.
A proposito delle autopsie effettuate sui cadaveri recuperati dall’aeronautica, il Colonnello Philip Corso – che pure ammetteva l’esistenza di prototipi di dischi volanti sovietici di origine tedesca - scrisse nei suoi diari, “le fotografie nei miei archivi mostravano un essere alto circa un metro. Il corpo sembrava decomposto. Le foto per me non erano molto utili, ma lo erano i rapporti medici: gli organi, la struttura ossea e l’epidermide erano diversi. Il cuore era più grande, maggiore l’estensione polmonare, diverse le sezioni muscolari. Le ossa erano veramente singolari. Le composizioni della pelle estremamente interessante. Sembrava che gli atomi fossero allineati per proteggere gli organi vitali dalle radiazioni cosmiche o dall’attrazione gravitazionale. Non ci si dilungava sul cervello, molto grande rispetto alle dimensioni del corpo. Molte le sorprese biologiche: numerose caratteristiche morfologiche divergevano da quelle umane, eppure la struttura complessiva non se ne discostava troppo”. In che modo la descrizione di queste EBE sarebbe compatibile con dei tredicenni seppur deformi ma pur sempre umani? Evidentemente, nessuna.
Unico precedente altrettanto strampalato nella storia della disinformazione – che personalmente continua a meritarsi il primo posto nelle bufale romanzate – è la spiegazione che a formare i Crop Circle nei campi inglesi sarebbero i ricci in amore che durante le loro evoluzioni “sessuali” darebbero origine ai complicati disegni tra le spighe di grano. Già, ricci.
Dopo i porcospini esperti di cabala e di complesse teorie matematiche da far invidia a John Nash, ora i discepoli di tutti i Piero Angela del pianeta possono leggere il libro della Jacobsen e tornare a dormire sonni tranquilli: non esiste vita al di fuori della Terra – che si mormora forse è davvero piatta – e quegli strani aggeggi che ogni tanto solcano i nostri cieli sono prototipi americani, cinesi o russi. Messi in soffitta palloni sonda e satelliti – tanto evocati negli anni ’50 e ’60 - la spiegazione dei finti UFO può risolvere non pochi problemi: siano essi di tipo classico, a sigaro, triangolare, metallico o colorato. Forse ogni nazione ha il suo velivolo che li contraddistingue, una specie di marchio di fabbrica e i Paesi più poveri si limiterebbero a semplici Orbs poco complesse dal punto di vista ingegneristico…
Va bene non bersi le testimonianze dei contattisti di strada o prendere per vere le innumerevoli bufale che corrono sul web, ma da passare per sprovveduti all’essere imbecilli ce ne passa. Tra gli opposti troviamo le teorie di C. G. Jung o del guenoniano Jean Robin, che con l’ufologia in senso stretto non hanno nulla da spartire. Ma almeno hanno avuto l’accortezza di considerare con rispetto le casistiche e i testimoni per poi teorizzare il loro sistema di pensiero. Poi abbiamo un John Keel o uno Jacques Vallee vicini alle posizioni parafisiche accreditate dalle teorie della quantistica contemporanea. Macché! Il debunking americano ama trattarci come ingenui e propinarci teorie al limite del ridicolo. Magari nella prossima fatica editoriale la Jacobsen ci spiegherà che nei quadri dal Tardo Medioevo al Rinascimento – come “La Madonna con Gesù e san Giovannino” della Scuola del Lippi, “L’annunciazione” di Paolo Criveli, “La leggenda della vera Croce” di Piero della Francesca o “Il miracolo della neve” di Masolino da Panicate – troviamo immortalato un prototipo elaborato da Leonardo da Vinci! Le nubi che tanto piacciono ai critici dell’arte per giustificare quei velivolo fuori posto e fuori tempo finirebbero così a guadagnarsi credito “scientifico” a livello dei palloni sonda.
Per stare al passo con l’era della tecnologia trionfante un po’ di sano revisionismo storico porta la Jacobsen ad attribuire un salto qualitativo ai sovietici che all’inizio della Guerra Fredda sarebbero già stati in grado di lanciare nei nostri cieli finti UFO con equipaggio a bordo. Non è chiaro se il crash del New Mexico fosse compreso nel diabolico piano di Stalin: altrimenti perché inserire ragazzini macrocefali e truccati a mo’ di alieni grigi? Per le foto ricordo? Una volta rinvenuti i corpi e studiati il segreto sarebbe stato svelato in fretta e la copertura per la guerra psicologica crollata miseramente insieme ai milioni investiti per la costruzione del velivolo “terrorista”.
Che ci siano i testimoni militari conta quanto il due di picche. Gli ufologi dalla loro ne hanno a decine insieme ad ex ingegneri, consulenti, astronauti. Perché credere ai primi e non agli altri? Perché non credere che siano costoro agenti della disinformazione? Dopo averci ripetuto fino alla nausea che si trattava di un pallone sonda, dopo aver screditato testimoni e deriso ricercatori, perché mai dovremmo dare retta a questi ex militari? Dovremmo dunque archiviare le testimonianze di Jesse Marcel Junior o di Philip Corso e riconsiderare l’origine della retroingegneria? Ciò ci porterebbe a ipotizzare che le ricadute tecnologiche dalla fibra ottica ai microchip sostenute da Corso siano in realtà prototipi sovietici? E che cosa pensare, allora, del frammento di metallo “sottile come carta” e del pezzo di “tessuto resistente ai Raggi X” che provenivano, secondo il racconto di Corso, dai rottami dell’UFO? “Li estrassi da un fascicolo cui ebbi accesso tredici anni dopo – racconta il Colonnello in L’alba di una Nuova Era – La documentazione allegata sottolineava come, trattandosi di una massa densa, apparisse un allineamento atomico-molecolare impenetrabile ai raggi X e alle radiazioni cosmiche”. Merito della tecnologia sovietica? O dobbiamo credere che Corso fosse in malafede?
Ma se i sovietici erano così all’avanguardia con i loro studi già nel 1947, perché non hanno battuto gli americani nella corsa allo spazio bruciandoli sul tempo? Perché ad andare sulla Luna non sono stati per prima i sovietici – che erano più avanti nelle ricerche degli americani e avrebbero avuto vent’anni di tempo per affinare i prototipi?
Così Corso aveva motivato la decisione di rendere pubblico parte dei segreti di cui era a conoscenza in merito all’incidente di Roswell e alla retroingegneria: “L’accordo tra noi militari era di non parlare sino a che la coscienza non ci avesse imposto di farlo. Il momento per me è arrivato quando è morto il mio superiore, il generale Arthur Trudeau. Ma c’è ancora molto da dire e soprattutto da fare per il bene delle nuove generazioni”.
Dopo che avremo perso nuove energie a controbattere alle tesi avanzate dalla Jacobsen, a chi toccherà infrangere i segreti della politica staliniana?
Fortunati i ricci che si tengono impegnati con i Cerchi nel Grano.

martedì 24 maggio 2011

IL GIALLO DEL MULLAH OMAR




L’ultima immagine che avevamo di lui era mentre fuggiva in sella a una motocicletta nel dicembre del 2001, come nell’inizio del film Lawrence d’Arabia. Complice l’assenza di fotografie – se ne contano tre forse quattro di origine dubbia, a parte quella dove compare già trentenne senza l’occhio - negli ultimi dieci anni la voce della sua morte si è rincorsa più volte. Sempre smentita perché mai confermata dalla Casa Bianca. Colui che ha vissuto all’opposto di Osama Bin Laden, in modo riservato, modesto, singolare, avventuroso, al punto da essere definito dagli americani “più che un uomo un enigma, un mistero”, sarebbe stato ucciso in Pakistan, durante il suo trasferimento da Quetta, in Pakistan, al Waziristan del Nord, al confine con l’Afghanistan. Lo ha reso noto l’emittente afghana Tolo News citando fonti anonime di sicurezza di Kabul. Un bel colpo per Barack Obama che, in caso di conferma della morte del Mullah Omar, in sole tre settimane avrebbe eliminato fisicamente i due nemici principali degli USA e dell’Occidente, blindando virtualmente il suo posto alla Casa Bianca per le prossime elezioni presidenziali. Ma anche in questo caso la notizia della morte del Mullah Omar porta con sé dubbi e contraddizioni e, come nel caso dell’esecuzione di Bin Laden, la mancanza del corpo che possa testimoniarne il decesso.
Chi lo ha conosciuto lo descrive come un gigante, alto 1,98 metri, di poche parole, quasi timido, umile. Dotato di un’eccezionale senso dell’ironia. Gentile, paziente, portato ad ascoltare più che parlare, capace di efferate violenze nel nome della sharia e dell’onore, come di perdonare i nemici. Un personaggio tra mito e realtà. A partire dal suo aspetto: “come i corsari di un tempo, porta abitualmente una benda nera sull’occhio destro” - racconta Massimo Fini - che perse a 27 anni in una battaglia combattuta contro i sovietici ai confini col Pakistan. Si narra che colpito dalle schegge di una mina in pieno volto, si sia strappato l’occhio e ricucito le palpebre. Solo l’indomani sarebbe stato trasportato in un ospedale della Croce Rossa in Pakistan.
Alla testa del Talebani, con lo scopo iniziale di riportare la pace in Afghanistan sconfiggendo i corrotti “signori della guerra”, disarmare la popolazione, imporre la sharia e preservare l’integrità e il carattere islamico del Paese, il Mullah Omar ripulisce l’Afghanistan dai predoni e dalla corruzione, riportando un duro ordine e una dura legge. I Talebani entrano a Kabul il 26 settembre 1996 e non la lasceranno fino all’intervento americano di cinque anni dopo. Da qui impongono un’interpretazione rigida e letterale della legge coranica, senza distinzione tra campagna e città: sono proprio i grandi siti urbani a soffrire di più il regime talebano, mentre nei sobborghi rurali il consenso del Mullah Omar è alle stelle. Conquistata Kabul, Omar non entra nel governo ma si ritaglia un ruolo di guida ideologica: più che un capo religioso egli è un leader politico e militare.
L’Occidente non può comprendere quest’uomo, così diverso, così “alieno” dalla cultura “democratica” che ci ostiniamo a importare a costo di violenze, soprusi, morti, in nome di una superiorità che ci siamo attribuiti a priori. Gli USA, in particolare, si sono arrogati il primato internazionale di tutori della democrazia, dei valori politici ed economici universali di libertà, eguaglianza, proprietà privata e mercato. In quanto ago della bilancia a livello mondiale, sulla base di un astratto primato politico, l’eccezionalismo americano spinge USA e alleati europei a esportare il modello del liberalismo ovunque ce ne sia il bisogno e a costo di qualche eccesso. Peccato che troppo spesso i diritti da salvaguardare vengano scelti sulla base degli interessi delle lobbies che dominano la società. In questo senso anche l’assimilazione del Mullah a terrorista e l’equiparazione con Osama bin Laden sono dei falsi storici utili alla causa dell’“esportazione della democrazia” in territorio afghano. Omar detesta Osama, lo definisce “un piccolo uomo”, i rapporti tra i due sono unicamente di reciproca utilità. Non potrebbero essere più diversi: il Califfo saudita, su cui aleggia l’ombra della CIA, è un esibizionista, un terrorista, e un internazionalista islamico, mentre il Mullah Omar è l’opposto: gli interessa solo il suo Paese, dai cui confini non è mai uscito, fino alla fuga nel sud del Pakistan dopo l’invasione americana. È nato in una famiglia poverissima, non è anti americano né un anti occidentale, è invece un anti modernista con il sogno di un “Medioevo sostenibile”: “nell’era della Modernità trionfante, avanzante e conquistante osava proporre l’Antimodernità, una società del tutto diversa, pauperista, in antitesi concettualmente radicale al modello di sviluppo moderno”, spiega Fini nel suo Il Mullah Omar. Omar detesta inoltre apparire quasi quanto la corruzione, è un uomo di parola, se promette una cosa la fa. È adorato dai suoi uomini per il suo valore, per l’attaccamento sincero alla legge coranica, per il rispetto che concede all’altrui persona. Sarà proprio l’attaccamento al valore dell’ospitalità la causa “formale” dell’invasione americana: l’aver rifiutato di consegnare Osama Bin Laden in quanto “ospite” sul territorio afghano. L’ospite per i talebani è sacro, e per quanto non apprezzino Osama, non possono consegnarlo al Governo USA senza le prove che sia effettivamente l’autore degli attentati del 1998 e poi dell’11 settembre. Ma la mancata consegna del ricercato numero uno è solo la causa “ufficiale” a cui da corollario si aggiunge la denuncia del mancato rispetto dei diritti umani. Come sei i “padroni della guerra” scacciati dal Mullah non fossero stati dei criminali corrotti ben peggiori dei talebani. Ma l’ONU e l’Occidente si rifiutano di riconoscere il governo talebano, nonostante un primo avvicinamento dell’amministrazione Clinton al regime. Agli USA fa comodo, infatti, trattare con il Mullah: hanno bisogno di costruire il Gasdotto e sono sicuri che Omar non avrà il coraggio di rifiutare l’appalto alla UNOCAL, la multinazionale nel cui consiglio di amministrazione troviamo Donald Rumsfeld, Condoleeza Rice, la famiglia Bush e persino Hamid Karzai, futuro presidente afghano. Il coinvolgimento di funzionari governativi nella UNOCAL insospettisce invece il Mullah che preferisce trattare con l’argentina BRIDAS, diretta dall’italiano Carlo Bulgheroni. I rapporti con gli americani si incrinano proprio nel 1997 quando dopo aver a lungo tergiversato, Omar decide di affidare la costruzione del Gasdotto alla BRIDAS. Per gli americani è davvero un brutto colpo. Non se lo aspettano. Per non far perdere la commessa all’UNOCAL si riducono a corteggiare il nemico di sempre, l’Iran, al quale propongono un progetto alternativo: il passaggio del Gasdotto attraverso il territorio iraniano per arrivare alla Turchia senza dover passare dall’Afghanistan. È in questo periodo che gli USA si affidano alla lunga mano dei Media per screditare il regime talebano e alzare il velo sui soprusi nel Paese, che fino a quel momento avevano invece tollerato. Ma si sa, la logica dei soldi può far cambiare alleanze e posizioni. Da questo momento inizia una vera e propria campagna di dichiarazioni dei Media occidentali – che fino a quel momento non si erano occupati del Paese - che deplorano la condizione delle donne e dei diritti umani negati in Afghanistan.
Se Omar avesse fatto la scelta giusta, forse, citando il Presidente Franklin Delano Roosevelt, sarebbe rimasto un figlio di puttana, ma il nostro figlio di puttana! Ma Omar non è un Anastasio Somoza, né un burattino qualsiasi nelle mani degli americani: egli ha a cuore solo il bene del suo Paese. Per questo arriva a trattare con il Presidente Clinton per la consegna di Bin Laden, proposta che inaspettatamente viene rifiutata dalla Casa Bianca. Al contempo propone di eliminare la coltivazione del papavero e il traffico di oppio in cambio del riconoscimento del Governo talebano. L’Occidente, ancora una volta, rifiuta. Omar abbraccerà comunque l’eliminazione della coltivazione del papavero, facendo crollare quasi a zero la produzione di oppio. Ennesimo schiaffo all’Occidente che sul traffico di stupefacenti macina un business a sette zeri. Un’incredibile scortesia alle agenzia di Stampa che stavano facendo un bel lavoro nel dipingere i Talebani come “bestie”. Un provvedimento comodamente dimenticato dai Media occidentali che sotto le pressioni internazionali dipingono il regime talebano in modo univoco, senza quel rispetto che una cultura diversa dovrebbe richiedere. Il diverso che non scende a patti con le lobbies va annientato. Cancellato. Ecco che per spazzare via il nuovo nemico va costruita un’ingente macchina del consenso che faccia presa sulle paure collettive e che dipinga il diverso come un mostro da combattere. Il Mullah Omar viene così equiparato e confuso con Bin Laden, senza neppure badare al messaggio di cordoglio che il Mullah fece trasmettere al Governo USA all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle: “Noi condanniamo formalmente i fatti che sono avvenuti negli Stati Uniti al World Trade Center e al Pentagono. Condividiamo il dolore che tutti coloro che hanno perso i loro famigliari e i loro cari in questi incidenti. Tutti i responsabili devono essere assicurati alla giustizia. Noi vogliamo che siano puniti e ci auguriamo che l’America sia paziente e prudente nelle sue azioni”. Ma come ben sappiamo quella prudenza sperata non contraddistingue il Pentagono che, avendo già pronti i piani per l’invasione dell’Afghanistan, attacca Kabul nell’ottobre del 2001.
Il resto è storia.
Omar si dà alla macchia e diventa irraggiungibile. Si dimostra più furbo dei servizi segreti pachistani, delle forze di terra americane, dei contingenti di Karzai. Diventa in poco tempo un fantasma, ben lontano dall’esibizionismo del fondatore di Al Qaeda che risponde ai bombardamenti di Tora Bora raccogliendo proseliti per lo jihad tramite video messaggi. La taglia che pende sulla sua testa di 25 milioni di dollari non spinge nessun talebano a consegnarlo alle forze nemiche. Nessuna cifra potrebbe giustificare un tradimento per una cultura che, seppur basata sulla violenza e su una rigida osservanza della legge, dimostra di aver anch’essa qualcosa da insegnare all’Occidente: l’onore e la fedeltà non si comprano con il denaro.

lunedì 23 maggio 2011

PSICOFARMACI: CONDANNATA LA ELI LILLY

La multinazionale ELI LILLY condannata a pagare 1 miliardo e 42 milioni di dollari per aver commercializzato un farmaco per bambini che induceva i pazienti al suicidio